| What if I say I shall not wait! What if I burst the fleshly Gate - And pass escaped - to thee! What if I file this mortal - off - They cannot take me - any more! As laughter - was - an hour ago - |
E se dicessi che non aspetterò! E se mi lanciassi oltre la carnale Barriera - E traversandola scappassi - verso te! E se scavassi questo mortale - a fondo - Non mi riprenderanno - mai più! Come il riso - era - un'ora fa - |
Piccoli suicidi senza movente
IV
“Tentai il suicidio per tre volte.
Alla quarta ero talmente sfinito che volevo solo morire”.
Piccoli suicidi senza movente
III
Dicono che la gente si mette insieme per salvarsi.
Noi ci siamo incontrati per morire.
Per qualche tempo ci siamo pure permessi una smodata euforia.
Siamo talmente male in arnese, ripetevamo ridendo, che potremmo vincere il premio Bukowski!
Ode al vino che mai tace
e del nostro olezzo si compiace
Versi rabbiosi, senz'altro talento che qualche sprazzo di lucidità.
Io ero quella delle poesie, lui preferiva i testi lunghi.
Non si vive di letteratura, non se ne muore.
Si muore di un mistero.
Di una bestia puzzolente ben nascosta nelle pieghe della sofferenza.
Di una bestia personale.
Io avevo la mia, lui la sua.
Sono bestie intelligenti.
Non si fanno scrupoli di andare contro tutti coloro che le minacciano.
Temono l'amore come il diavolo il crocifisso.
Ti lasciano libero quel tanto che serve a farti credere padrone di te.
Ma se superi il limite, ti azzannano senza pietà.
Io ero quella delle poesie, dicevo. O piuttosto, cameriera il fine settimana e riordinatrice di scaffali nel reparto abbigliamento di un centro commerciale, la notte. Un lavoro emergente. Lo so. E' cominciato quando la gente ha preso gusto alla moda anglosassone di gettare per terra tutto quello che non compra.
Esempio: vedi un maglioncino di un bel verde mela. E' piegato e non ti rendi conto che ha le maniche corte. Una volta scoperto l'inganno, invece di rimetterlo più o meno come l'hai trovato o semplicemente poggiarlo sullo scaffale, no, tu lo schiaffi per terra. Con una certa soddisfazione.
Mi domando se è stato dopo aver accettato questo lavoro che ho cominciato a domandarmi se valesse la pena di vivere in un mondo così. Un mondo dove un maglioncino a maniche corte verde mela, non ha diritto ad alcun rispetto.
Le poesie, a dire il vero, non erano state una mia idea. Avevo vinto il primo premio di composizione poetica, in terza media, e il preside aveva detto a mia madre, che singhiozzava senza dignità, ha la stoffa del poeta sua figlia, mi creda.
Temo d' aver considerato, dalle lacrime di mia madre fino agli occhi di tutta la scuola puntanti su di me, che quella fosse la missione della mia vita, e il soprannome di Dante che mi affibbiarono da quel giorno e le strigliate di mia madre per trovarmi un lavoro, molti anni dopo, non sono bastate a distogliermi.
Avrò scritto si e no cento poesie. Tutte “dimenticabili”.
Lui mi dice che il suo poema sono io e mi cita nomi di donne che non hanno mai scritto niente ma che sono state essenziali all'arte di chi le ha conosciute.
Io non mi posso più accontentare.
E' troppo tardi.
Lui scrive di tutto. Giornalismo, teatro, romanzi. I monologhi comici sono la sua specialità.
Per gli articoli prende cento euro a pezzo, per i romanzi anche mille, dipende dalle pagine, e per il teatro medaglie.
Quest'estate il suo monologo sui mille usi del sorriso ebete, è stato un vero trionfo. L'attore ha fatto il colpaccio ed è stato ingaggiato da una compagnia che conta. L'autore, lui, si è beccato una coppa.
Quando è salito sul palco io piangevo che sembravo mia madre il giorno del mio premio, ma non di gioia. Mi faceva una tale pena che l'avrei ammazzato in quell'istante. Se solo avessi avuto un fucile, gli avrei tirato una schioppettata, sonora, per farlo uscir di scena nel frastuono, che di silenzio ne avevamo già abbastanza.
L'estate è appena finita e l'euforia lo è da un pezzo.
Non è l'amore quello che manca.
E' una via d'uscita.
La bestia ci ha rosicchiato il cuore, poco a poco.
Abbiamo detto entrambi, mi piacerebbe.
Abbiamo detto, se.
Ma abbiamo usato il condizionale passato e quando ce ne siamo accorti non si poteva più tornare indietro.
Ci restava solo una cosa da fare e l'abbiamo fatta insieme.
Prima però, siamo andati al comune e ci siamo sposati.
L'unica ridicola vendetta contro le nostre bestie personali.
Piccoli suicidi senza movente
II
Gli anziani a volte sono insopportabili: non capiscono che la vita va di fretta.
Io faccio consegne a domicilio per un supermarket, dal lunedì al sabato, dalle nove del mattino alle dieci di sera. Una media di quaranta al giorno. Quasi tutti vecchi.
Del resto al mio paese non sono rimasti che loro. I giovani lavorano in città, ritornano solo la sera e la spesa la fanno in qualche centro commerciale.
Ecco perché sono rimasto solo io a fare le consegne a domicilio per l'unico supermarket che ancora resta aperto.
Perché io non me ne voglio andare. Mia madre dice che sono testardo come un mulo. Mio padre che sono un vigliacco. Io tiro avanti, sin che posso.
Ogni mattina alle nove sono lì. Bisogna organizzare il giro per non perdere tempo. Dall'apertura sono gli anziani che ci tempestano di telefonate. Hanno dimenticato l'appuntamento col medico. Possiamo lasciare la spesa a casa della vicina? Possiamo aggiungere qualche cosa alla lista? Possiamo consegnare prima che faccia buio?
Sono dei mitomani, questo è quello che penso.
Inoltre si spiano tra loro. A parte il prete, il medico e il farmacista, io sono l'unico che in una giornata ne vede a sufficienza. Allora mi aspettano, rintanati dietro la porta. A volte non arrivo a sfiorare il campanello che aprono di scatto, come per tendermi un'imboscata. Controllano i sacchi uno per uno e invariabilmente attaccano
Allora? Niente di nuovo? Ma siediti, siediti un attimo.
Alcuni vogliono sapere tutto quello che accade in paese, altri parlare dei loro acciacchi o del figlio emigrato che ha fatto i soldi in Francia.
Credono che la solitudine riguardi solo loro.
A volte mi attardo sperando in una mancia. Ce ne sono due o tre che pagano bene i dieci minuti che passo nel soggiorno a bere un bitter e sentire vecchie storie.
Il signor Manca è diverso. Abita dall'altra parte del paese, verso la montagna. E' un bell'uomo. Alto e molto robusto. Si dice che abbia un tumore ma lui non se ne lamenta mai.
Abita in un palazzetto degli inizi del '900 che era proprietà di una famiglia nobile, l'unica in paese, per quanto ne so. Anche loro sono andati via.
Sono mortificato di non poterti aiutare, mi ripete quando, ansimante di tre piani, poggio i sacchi davanti alla dispensa. Che me ne faccio di una casa a tre piani se non riesco neanche a scendere le scale per andarmi a prendere un giornale? A un vecchio solo, una stanza basta e avanza, credimi, ma a mia figlia non dico niente. Lei è tanto orgogliosa di aver potuto comprare la casa dove abbiamo vissuto per tanti anni!
Faccio sempre in modo che la sua consegna sia l'ultima. Con lui mi fermo volentieri ad ammirare una collezione di statuette ed oggetti africani.
Ci ho vissuto vent'anni e sarei morto lì. Non ho mai avuto nostalgia di tornare. Ne ho adesso per la mia casa, laggiù. Era l'unica nel raggio di chilometri ma non mi sentivo isolato. Quando è nata nostra figlia, mia moglie non se l'è più sentita, diceva che non era giusto nei confronti della bambina. Non ci credeva nemmeno lei, ne sono sicuro, ma la sua famiglia le dava il tormento. Ora la mia bambina ha il suo daffare con il marito e i figli ma non mi dimentica neanche per un momento. Viene spesso, passa intere serate con me, e come si deve annoiare a sentire le vecchie storie d'Africa e di sua madre per la centesima volta. Le ripeto che basta una telefonata e che non si deve preoccupare, che non ce n'è davvero bisogno.
Mi piace il signor Manca, per la sua paura di disturbare. Forse mi sbaglio ma ci vedo una gran dignità e mi dico che quando sei anziano e non ti resta molto altro, la dignità è fondamentale.
Stamattina sono andato al supermercato, alle nove.
La prima telefonata è stata quella della figlia del signor Manca.
mio padre non risponde al telefono: potreste, per cortesia, andare a vedere che succede?
Ho suonato più volte al campanello ma nessuno si è affacciato.
Ho aperto il portone con la chiave che uso per le consegne.
E' un vecchio palazzo con scale strette, quasi a chiocciola. Prima di salire l'ho chiamato ancora. Di solito si sporge dal corrimano e mi saluta.
Ho visto qualcosa appeso alla ringhiera, per prime due scarpe, poi una corda.
Mi ci è voluto qualche momento per capire.
Ci vuole proprio una gran dignità, mi son detto.
Ho chiamato la figlia e i carabinieri.
Poi sono tornato al negozio e mi sono licenziato.
Piccoli suicidi senza movente
I
Mi sono chiuso a chiave: doppia mandata. Non ne uscirò più.
Ho di che mangiare per due giorni, forse tre se mi contengo. Ma non è quello che ho intenzione di fare. E' esattamente il contrario, semmai.
Inoltre sarò nervoso, quindi mangerò più del solito.
Dovevo passare attraverso tutto questo. Sto lottando per l'immobilità. Sto sforzandomi di evitare tutto quello che loro mi gridano di fare.
Dicono, loro, per dissuadermi, che questa sarà la mia rovina. Che mi trascinerò senza averne coscienza verso il nulla e che, contrariamente a quanto si dice, soffrirò orribilmente. Ma io soffro già. Allora?
Forse non morirò. E' la sola via d'uscita. Le altre, le ho gia provate, tutte.
Andrò contro me stesso. Contro le voci che ho dentro. E' atroce. Come disintossicarsi. Stare ingabbiato e rischiare il tutto per tutto. Non ascoltare il canto delle sirene. Prendono le forme più svariate solo per ingannarti.
Mi sono messo in una posizione comoda, lo sguardo diretto verso la parete bianca. Nell'altra, troppi libri ammucchiati a caso. I più infidi.
Vedete? Ora mi hanno fatto alzare e andare nell'altra stanza. Basta un rumore, un pretesto a distrarmi. Stanno riparando gli ascensori. Avrei dovuto gettarmi dalla finestra. Nove piani sono una sfida. Quanti secondi per arrivare a terra? Avrei voglia di far il conto ma mi servirebbe qualcuno che stesse in giardino.
Lancerei un sasso. Comunque qualcosa di pesante. L'altro, di sotto, dovrebbe soltanto sollevare il braccio quando l'oggetto tocca il suolo.
Sono solo in questi giorni e non posso chiamare gli amici. Primo: non ne ho la forza. Secondo: non capirebbero e questo farebbe precipitare la situazione che già si tiene in piedi a fatica.
Anna é andata via, non per sempre. O almeno questo è quello che lei spera.
E' andata in campagna da un'amica. Era stanca e disorientata. La capisco, io mi sento come lei. Doveva scegliere, immagino, tra gettarsi dal nono piano e continuare.
Si è presa una pausa. Legittimo.
Ieri, l'ultima volta che ho messo piede fuori di casa, ero talmente assorto che un tizio quasi mi metteva sotto. Bastardo.
Eppure sono queste inezie che mi distolgono dall'obbiettivo. Mi fanno sorridere. Mi dico, vuoi farla finita e t'incazzi contro uno che ti rende un servizio? Tra l'altro lui rischia grosso. Non è detto che questa cortesia non gli cambi la vita.
Mi dico, se ancora ti va di sorridere, forse...
Vedete? E' molto più semplice vivere che organizzare in pace la dipartita.
Starete pensando, è un tizio simpatico che scherza col fuoco. Gli passerà. E del resto crede di essere diverso dagli altri?
Secondo, non me ne frega niente di essere uguale agli altri o diverso, una volta tanto. Primo, mi spiace tanto per voi ma non mi passerà. Non è mai passata.
E se voi ne avete subite di peggio, risollevandovi ogni volta, se la vita vi ha dato molto di meno e non per questo vi siete accontentati, beh, sappiate che io me ne infischio, me ne strafotto.
Cerco di risolvere i miei problemi, in pace. Discretamente, come si dice.