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martedì, 22 luglio 2008

Y Gelli

hay 4







Era l'autunno del 2003 e io vivevo in Inghilterra o per meglio dire, a casa di mio cugino, perché da lì raramente mi schiodavo, da tre settimane.
Ero partita con una sensazione di trionfo che si era molto scolorita di fronte a quella lingua che non capivo, quella gente che correva come un cavallo condotto a suon di frusta, quella pioggia pedante che appiccicava un grigiore denso un po' ovunque. Mio cugino ripeteva, esci, reagisci, trovati un lavoro, fai qualcosa, e io facevo qualcosa, leggevo e dormivo.
Un venerdì sera mi fa, c'è un mio caro amico, Marc, che affitta una macchina e va con un paio d'amici nei dintorni di Londra, vorresti andare con loro? Io dico subito di si, magari Marc si rivelerà essere l'uomo della mia vita!
Marc si rivelò essere uno spilungone di quasi due metri, magro come un gancio d'appendiabiti, bianco come una tovaglia bianca dopo una giornata di ammollo nell'omino bianco, e timido che io in confronto parevo Moana Pozzi nei suoi spettacoli per militari.
Marc era, è, australiano, così come i suoi amici. Con un accento davvero australiano. Le poche speranze che avevo di capire qualcosa di ciò che mi dicevano si persero dunque in un battito d'ali.
Ci mettemmo in macchina di mattina presto e partimmo. Io ero comunque elettrizzata, finalmente avrei messo il naso fuori dalla città e visto qualcos'altro di questa Inghilterra!
Per delle ore paesaggi diversi si susseguirono sotto ai nostri occhi, sempre accompagnati da quella pioggerella puntigliosa che a un certo punto quasi si dimentica.
Ma ecco che all'improvviso mi ritrovai altrove. In luoghi che avevo, si, visto da qualche parte, ma non certo da quella distanza ravvicinata. La natura si era fatta vivida, rigogliosa. Nonostante la pioggia i colori degli alberi, delle rocce, del verde erano brillanti, netti. Tutti i toni del marron e del verde, del rosso perfino, nelle foglie. Un verde che pareva crescere e avvilupparti, annaffiato com'era da quell'acquolina che scendeva giù dal cielo. Ci fermammo vicino ad un ponticello e scendemmo a fare due passi. Seguendo un sentiero accedemmo ad un antro di fate. Una foresta in miniatura, dove la terra esplodeva del suo stesso profumo e un rumore d'acqua ci attirava tutti in una stessa direzione. In fondo al sentiero una cascata, piccola ma perenne. Non ci fu bisogno di parole.
Ci rimettemmo in auto ancora in silenzio, come se un briciolo di quelle favole di bambini alle quali prima ci avevano fatto credere e poi ci avevano sbattuto in faccia ridendo che erano appunto FA VO LE, si fossero prese la rivincita rassicurandoci sulla loro esistenza.
Fu con questo stato d'animo che attraversammo la frontiera con il Galles e il paesino di Y Gelli.
hay 7Ci fermammo per mangiare un panino e ci separammo per un po'. Ognuno prese una direzione diversa. Le prime vetrine che vidi mi diedero l'impressione che il tempo qui non avesse fatto una capatina da almeno cinquant'anni. Vecchie bambole, macchine da cucire, camicie di foggia neo-vittoriana. Poi passai davanti alla prima libreria. Libri, nuovi e d'occasione.
Poi davanti alla seconda. Poi la terza, la quarta. Poi mi domandai dove ero finita e se non stessi sognando. Il paese era disseminato di vecchie librerie, stipate di testi di ogni genere. Un odore di stantio avvolgeva come nubi le botteghe e l'intero villaggio. Mi sembrava di diventare folle di gioia. Mi dicevo, se non è la mia favola preferita!
hay 5Visitai, una ad una, ogni libreria, rovistai, ammirai, dimentica del tempo che oramai ero sicura si fosse davvero fermato per causa di forza maggiore. Acquistaidiversi volumetti, una raccolta di racconti di E M Forster, di Guy de Maupassant, una vecchia copia di "great expectations" di Charles Dickens. Lasciai, lo rimpiango ancora, un volumetto delizioso, una vecchissima edizione anch'essa dell'Inferno di Dante.
hay 1Seguendo la vista lontana di una sorta di castello che dominava il villaggio mi ritrovai nel suo cortile. Le mura di cinta erano stipate di scaffali con dei libri ammassati sopra. Pioveva sempre e i libri erano umidi e incollati l'un l'altro. Sempre incredula mi accinsi ad un'opera di riordino. Mi pareva un tale affronto lasciare questi testi incustoditi e per di più a rovinarsi così! hay 2
Andammo via tutti a malincuore ma con la certezza interiore d'aver assistito se non a un miracolo, almeno ad un racconto di fate dalle cui pagine non volevamo proprio uscire.


***

Due anni dopo. Era l'estate del 2005. Io avevo attraversato il paese da nord a sud per andare a trovare degli amici nel Galles. Al ritorno dissi al mio pilota che volevo passare da Hay on Wye perché c'era un famoso festival della letteratura, con ospiti come Ian McEwan, Janet Winterson, Kazuo Ishiguro.
hay 6Attraversammo questo delizioso fiume nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate e ancora una volta ebbi la sensazione di infilarmi fra le pagine d'un conte de fées.
All'entrata del paese erano sistemati i tendoni dove si svolgevano gli incontri e le conferenze, ma prima entrammo in paese. Subito fui assalita da un malessere, una sensazione come di vertigine. Mi ricorda qualcosa, ripetevo, ma non potevo ancora comprendere che quel delizioso villaggio traboccante di colori accesi e di azzurro e giallo d'estate fosse lo stesso che avevo visto avvolto dal grigio dell'autunno. Solo entrando nel cortile del castello dove era stato allestito un punto di ristoro mi arresi all'evidenza che il mio déjà vu aveva una ragion d'essere.
E fui doppiamente, anzi mille volte più felice e per esservi capitata, in quel luogo magico per un benevolo caso, e per averlo poi scelto, per quella che voglio credere sia stata una felice intuizione.











postato da: sabrinamanca alle ore luglio 22, 2008 09:05 | link | commenti (3)
categorie: libri, romanzi, galles, hay on wye
sabato, 19 luglio 2008

Al *McDonald's della narrativa: mille splendidi soli

Ma potevo semplicemente dire quello avrebbe detto mio padre: un romanzo scritto con i piedi.
Il fatto è che me lo ha regalato una cara amica alla quale era piaciuto e l'ho letto per gentilezza e per scongiurare i pregiudizi che già avevo su questo libro (ma soprattutto sul precedente "il cacciatore di aquiloni").
afghanistan_pol_2002

La storia è quella di due donne Mariam e Laila. La prima è la figlia illegittima, di tale Jalil, il quale possiede già svariate mogli e un esercito di figli. La madre, Nana, era una domestica a servizio dell'uomo e le due, dopo la nascita della bambina, sono state allontanate dalla città del padre e mandate a vivere in un luogo sperduto.
Mariam adora il padre e crede nella sua bontà mentre la madre non fa che metterla in guardia contro la sua ipocrisia. Un giorno Mariam scappa in città per andare a vivere con il padre che la rigetta, Nana morirà di dolore e la ragazza verrà data in sposa ad un bruto, tale Rashid, che la porterà con sé a Kabul.
Da quel momento porterà il burka, si farà violentare dal marito, e masticherà sassi se il riso che ha bollito è al troppo al dente.
Laila invece è la figlioletta di una vicina di casa di Mariam, Fariba. Babi, suo padre, è uno studioso.
I due sono disprezzati da Rashid per i loro costumi troppo liberi.
I destini delle due donne si incroceranno ma non sto a dirvi come a meno che davvero non lo vogliate sapere. In tal caso preparate il fazzoletto o, in alternativa, un catino per le nausee, non si sa mai.

Ciò che dicono le critiche ufficiali è: un libro bello, denso, semplice, un affresco
impareggiabile dell'Afghanistan dagli anni del comunismo ai Mujaheddin, un ritratto sublime di due donne e la condizione della donna in quel paese.
Con un aggettivo solo sono pienamente d'accordo: semplice.
I personaggi sono tagliati con il machete. Sono tutti buoni o tutti cattivi, salvo qualche sorpresa come quando uno si rivela davvero buono dopo averci fatto credere d'essere davvero cattivo.
Psicologia, spessore, sfaccettature, del personaggio sono espressioni che non devono mai essere giunte alle orecchie del nostro beneamato Khaled Hosseini.
Queste donne, a cui capita l'inimmaginabile ad un ritmo da "sfiga imperiale", vengono prese e lasciate da un capitolo all'altro, da un anno all'altro, sballottate, cosi come il povero lettore, che si ritrova con un po' di sensi di colpa ad aver abbandonato l'una mentre veniva brutalizzata o l'altra mentre le moriva anche il penultimo cugino di ennesimo grado sulla terra, e ritrovarle, che ne so, tre anni dopo, sei anni dopo.
Come, sei anni dopo? E perché?
Perché non dobbiamo dimenticare che questo è un "impareggiabile affresco della società afgana dagli anni '70" dobbiamo quindi sorbirci date ed eventi fondamentali per la storia del paese e qualche digressione talmente maldestra da non risultare quasi noiosa ma piuttosto mal appiccicata al testo e irresistibilmente fuori posto.
Scopriamo che i russi oppressori hanno migliorato la condizione della donna, permettendole di studiare, lavorare, vivere alla pari con l'uomo, ma null'altro sappiamo della modalità di questa oppressione.
I mujaheddin, eroi del paese diventano subito, subitissimo, ancora prima, dei macellai che si ammazzano fra di loro con le armi che i poveri americani avevano offerto loro in totale buona fede per liberare il paese dei sovietici.
Ecco, per l'affresco direi che ci siamo.
Ovviamente in questo quadro disastroso è la generosità americana a dare una speranza ai molti fuggitivi, "gli americani sono generosi" fa dire Hosseini a uno dei suoi più tormentati personaggi Tariq (che perde una gamba, poi l'altra, e poi... mi fermo qui per non irritare lo stomaco del lettore).
Si può sempre trovare un impiego da facchino o lavapiatti negli Stati Uniti d'America Vivaddio!
Ho dimenticato qualcosa?
Beh, in merito alla storia non ho dubbi sul fatto che vicende come queste e ancora più crudeli siano accadute e accadano e accadranno. Proprio per questo una tale semplificazione non giova al lettore perché gli fornisce una versione banale, che nulla dice sulla complessità, e le ragioni di tale complessità, dell'essere umano e di una società. Questo è uno di quei best sellers che non fa dire al lettore - ah, questo non lo sapevo, a quest'altro non avevo pensato, ma piuttosto - te l'avevo detto, lo sapevo, è anche peggio di quello che pensavo.
E in nulla aiuta a comprendere il paese Afghanistan né la sua gente.
E' uno di quei libri di propaganda da cui si farà un film ancora, se possibile, più banale e riduttivo.
Infine una reminiscenza. A sedici anni più o meno, nel periodo in cui cominciavo a scoprire il potere degli ormoni sessuali ho fatto una scorpacciata di libri simili: si chiamavo Harmony collezione storia.

Ma torniamo a me e la mia amica. A lei ho detto più o meno tutto questo e ne abbiamo chiacchierato per un po'. La conclusione è stata che ci siamo impegnate a leggere qualche altro scrittore afghano e qualche fonte un po' più seria e attendibile che ci racconti degli stessi soggetti.
Per ora vi segnalo ciò che ho trovato sul net : un'intervista ad Atiq Rahimi  sul suo libro "terra e cenere", una bella intervista a due con lo stesso Rahimi e un'esule afghana anch'ella rifugiata in Francia Spojmai Zariab  e ancora un'intervista a quest'ultima che ha pubblicato qualche racconto in Italia ma che è soprattutto pubblicata in Francia, e ancora un articolo su un paio di buoni film tratti da altrettanto buoni libri.

* McDonald's e il suo successo hanno sempre rappresentato un mistero per me. Il cibo ha un sapore talmente schifoso che a mio parere, richiede un impegno particolare nella preparazione. Ogni volta che ci ritorno, perché una o due volte l'anno ci ritorno, mi ripeto che no, non mi sono sbagliata, è proprio schifoso, eppure vado fino in fondo. Mi sembra che l'incredulità e una buona dose di spezie "stupefacienti" concorrano al suo successo.

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 19, 2008 11:57 | link | commenti (5)
categorie: politica, riflessioni, libri, romanzi, khaled hosseini
mercoledì, 09 luglio 2008

Zadie Smith a Gavoi
zadie smith

Incontrare questa giovane splendida scrittrice è stato come fare un passo indietro nel tempo e nello spazio.

Siamo nel 2003 e io vivo da poco a Londra. ho grandi progetti, anzi, sogni, perché i progetti si realizzano mentre dai sogni, belli o brutti che siano, ci si sveglia. Leggo qualche articolo su questa anglo-giamaicana di neanche ventidue anni il cui primo libro "white teeth" è messo all'asta fra le varie case editrici senza che nemmeno sia stato ultimato. Se devo fare dei sogni, tanto vale che siano di gloria.
Mi sono risvegliata da tempo ma Zadie Smith resta un sogno ad occhi aperti.

Alta, imponente, statuaria questa bellissima donna ha uno sguardo e una voce vellutati, e spolverati di quel pizzico di timidezza e ritrosia che fanno impazzire uomini (e donne).
L'incontro è stato mediatico, quasi un bagno di folla.
Erano le dieci di notte, l'umidità faceva accapponare una pelle incredula dopo una giornata davvero infuocata, quando uno strano duetto di spilungoni si è accomodato nel salottino dedicato alle interviste. Lui, Sergio Dogliani, di cui parlerò più in basso, torinese trapiantato a Londra da una quindicina d'anni, spigliato e con una parlantina corredata d'un vago accento a little bit british e lei Zadie Smith, che sorprende tutti con un buon italiano dalle inflessioni piuttosto cinesi, con molte elle a sostituire le erre e un'abbondanza tutta inglese di "excusame" (traduzione istantanea dell'ormai mitico sorry).
Zadie Smith ripercorre il cammino fatto dalla genesi e dal successo di "denti bianchi" (white teeth).
Ci racconta che il successo e l'esposizione, sono arrivati troppo all'improvviso e la sua reazione è stata quella di ignorare il tutto per diversi anni.
La sua saga multiculturale ambientata a WillesdenWILLESDEN 1
ha sollevato le ire degli abitanti della zona, per fortuna non culminate in  minacce come nel caso di Monica Ali e il suo "brick lane".
Ci parla poi del suo modo di scrivere, e di vivere che sente ancora come quello di una studentessa. Sveglia tardi, troppe sigarette, una confusione tutta universitaria nello strutturare la giornata, troppe distrazioni, fra cui il tip tap, il nuoto, molte letture. Si susseguono le solite domande su come nasce la sua scrittura, come scrive, di che cosa, che cosa in ciò che scrive fa parte di lei, la emoziona. Le risposte sono anch'esse, sempre uguali. E' convinta che lo scrittore non possa sedersi davanti alla macchina in preda alle emozioni, come dire che c'è una logica dietro ad un'opera letteraria, si, c'è un po' di lei nelle storie e nei personaggi ma nessuno è veramente lei, nessuna storia è davvero la sua. Rivendica la libertà che la fiction le concede ma ci mette, dentro al suo lavoro, una devozione al realismo.
E' venuta a vivere a Roma per un anno e mezzo ma non scriverà dell'Italia. Non capisce bene questo paese, e la politica nostrana le appare come un oggetto non identificato.
Se posso azzardare, aggiunge timidamente, mi sembra che gli italiani manchino di rigore.
Un timido azzardo, commento fra me e me.
Ci parla di Cambridge e di quanto la scuola abbia contribuito alla sua formazione malgrado la considerazione che della letteratura si aveva fra le mura universitarie che la mettevano sullo stesso piano della matematica e delle scienze e che lei non condivide, perché considera la letteratura altro, rispetto alle scienze.
Ci dice infine che la lettura, quella si, è davvero necessaria, se si vuole scrivere, e anche se non lo si vuole.
Se ne va dopo un'ora e mezza di chiacchiere, risate, "escusame" e "se disce così?".
Un vero tripudio, meritato da una donna decisamente carismatica, oltre che già grande scrittrice.

Ho trovato qui una recensione sintetica ma indicativa della sua opera.
***

Sergio Dogliani, di cui non avevo mai sentito parlare prima di questo fine settimana a creato delle strutture di cui ho usufruito con grande soddisfazione durante il mio soggiorno londinese.
ideastoreUna si chiama Ideastore ed è una catena di biblioteche multimediali che si sono diffuse in tutta Londra ma che sono nate in Tower Hamlets, nel mio quartiere. Dentro ci si può mangiare, telefonare, portare il passeggino a spasso fra gli scaffali, prendere un tè e, incredibilmente, leggere.
Un luogo piacevole, un po' chiassoso, vivo.
L'altra iniziativa lo ha visto collaborare con la municipalità di White Chapel, sempre nella medesima zona, per creare dei corsi di inglese, informatica e matematica di base. Corsi che rilasciano certificato riconosciuto e utile per la ricerca di un impiego. Ho frequentato per mesi questi corsi, che sono piuttosto basici e utili soprattutto alle persone non scolarizzate, e ho potuto constatarne l'utilità. Ci ho anche fatto simpatici incontri.
Insomma, ho proprio voglia di tornare per qualche tempo a Londra...




postato da: sabrinamanca alle ore luglio 09, 2008 13:23 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, londra, romanzi
giovedì, 03 luglio 2008

Camere separate

camere separate"La sua faccia, quella che  gli altri riconoscevano da anni come "lui"- e che a lui invece appariva, ogni giorno più strana, poiché l'immagine che conservava del proprio volto era sempre e immortalmente quella del sé giovane e del sé ragazzo - una volta di più gli parve strana.
Continuava a pensarsi e vedersi come l'innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l'immagine che vedeva contro quello sfondo acceso era semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con pochi capelli fini in testa, gli occhi gonfi, le labbra turgide e un po' cascanti, la pelle degli zigomi screziata di capillari come le guance cupree di suo padre."

Sono capitata per caso su quello che è considerato il "capolavoro" di Pier Vittorio Tondelli,un romanzo in cui la maestria nel maneggiare la lingua si accompagna ad un audacia rara nello scavare ed analizzare mai con freddezza le emozioni che accompagnano tappe cruciali della propria vita, della vita di ognuno. L'amore, la malattia, la morte, la coscienza, la considerazione, la definizione di sé, le brecce che si riaprono ad abitare ancora e ancora l'infanzia e il passaggio fra le diverse età, tutto ciò è raccontato con la lucidità  e la precisione di chi analizza il proprio vissuto ma è al contempo lontano dall'autobiografia, dal diario intimo.
Di seguito ci sono due recensioni (che mi sembra raccontino molto meglio di me questo romanzo) di Fulvio Caporale 
e
Giovanni Dall'Orto.



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 03, 2008 23:41 | link | commenti (1)
categorie: romanzi
martedì, 01 luglio 2008

Frasi sparse

"prima di innamorarmi di Micheddu, quando la mia vita non valeva una manciata di prugne secche, dividevo le persone in due categorie, quelle che hanno già visto il mare e quelle che, per loro disgrazia, non lo vedranno mai. Morire senza vedere il mare è una cosa molto triste, perché uno s'immagina il mondo come un'immensa crosta impestata da verruche di calcare e granito, con alberi, cespugli, e case a condimento. Sopra il mare, invece, non ci cresce niente, tutto va e torna, come le barche. La vita nel mare è tutta sotto, nascosta a chi non sa vedere oltre il visibile."
da "la vedova scalza" di Salvatore Niffoi. ed. adelphi, pag.85

"J'attends quelques instants. Des instants dépeuplés.Le linge blanc qui pend aux fenêtres semble déjà sec. Le soleil commence sa descente et fait reparaître les ombres. la chaleur passe doucement.
Seuls, maintenant qu'Adolphe et ses beuglantes ont disparu, les cris de l'Usine perturbent le silence.
Avec, parfois, quelques souffles sourds, ceux des gens qui siestent, dorment, rêvent. Et les bêlements de Ramdam"
da "des rives lointaines" di Laurent Martin. ed. le passage pag 27

***
Questo fine settimana sarò, finalmente a Gavoi, per il  5°Festival letterario della sardegna.
Dategli uno sguardo, e in special modo agli autori e segnalatemi qualcuno in particolare, se lo conoscete e apprezzate.
Per ora mi incuriosiscono Zadie Smith e Antonella Anedda. Ci sarà anche una presenza celebre della community dei blog, Loredana Lipperini, e chissà che non abbia l'occasione di farci due chiacchiere dal "vero".

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 01, 2008 12:25 | link | commenti (5)
categorie: riflessioni, romanzi
mercoledì, 23 aprile 2008

un filo di fumo per donne di casa

camilleri_SMIeri notte, dopo aver tramortito e messo a letto la bambolina ho cercato di dare un aspetto accettabile alla cucina, dopo giorni di negligenza (ne basta uno, soprattutto se è L. che cucina). La radio l'avevo ascoltata per tutta la giornata, a ripetizione. Oramai conoscevo tutti i particolari sulla bufala della morte di un giornalista tv data da un'emittente radio "europe 1" e che si era poi diffusa nelle più importanti televisioni rendendo ridicoli tutti coloro che non si erano dati la pena di ri-verificare e i conduttori di emissioni che si erano trovati a doverla annunciare, con la tristezza contegnosa di circostanza. Avevo anche fatto tutti i commenti possibili sulla dietro-front della Francia nell'atteggiamento nei confronti della Cina. Avevo insultato diversi manifestanti cinesi che davano della "puttana" a Giovanna D'Arco e dell'invertito a Napoleone ( e poi dicono che i cinesi non vivono con due secoli di ritardo!).
Insomma, ne avevo fin sopra i capelli di parlare con la radio e allora ho avuto l' idea (illuminata, a posteriori) di mettere su l'audio-libro di "un filo di fumo" di Camilleri  (fullcolorsound).
Ha avuto ragione Giorgio Pintus nella sua splendida prefazione sul racconto "cuntato" di Camilleri, Fiorello mi ha narrato una storia davvero esilarante e ha ricostruito intorno a me l'atmosfera di Vigata a fine '800 e le vicissitudini della famiglia Barbabianca, odiata da tutto il paese. Le musiche inconfondibili di Rava, la voce di Olivia Sellerio, che cantava alcune frasi del testo, mi hanno reso davvero gradevole l'ascolto, anche quando mi distraevo, seguendo il corso dei miei pensieri.
Non vedo l'ora di attaccare "San Isidoro futbòl" di Pino Cacucci!
***
Vi lascio con una chicca trovata sul sito  vie de merde:
Oggi mentre lasciavo passare un pedone il tizio che stava dietro mi ha tamponato, sono uscito dall'auto insultando il pirata della strada con "grande pezzo di merda". Era mia nonna e abbiamo fatto il CID a casa. Il "grande pezzo di merda" non mi darà più soldi a Natale.

postato da: sabrinamanca alle ore aprile 23, 2008 08:23 | link | commenti
categorie: recensioni, romanzi
domenica, 06 aprile 2008

L'ebbrezza degli dei

Ecco la prima (bella) recensione qui

Ve ne propongo l'inizio:

...Chi ha amato, sopra ogni cosa, il romanzo di David Goodis C’è del marcio in Vernon Street, in testa ad una mia ipotetica classifica del più bel noir di sempre, sa cosa vogliono dire le parole della Volpatti. Ma forse, in quest’epoca di cloni e di coazioni a ripetere che invalidano ogni sistematica velleità artistica, un nome che può timidamente accostarsi al grande perdente della narrativa americana c’è ed è francese: Laurent Martin.
C’ha pensato la Del Vecchio Editore a proporre L’ebbrezza degli dei, un testo del 2002, edito in terra francese dalla Gallimard, e a farci drizzare le orecchie.
Uno straordinario spaccato sociologico, una corsa dritta e rapida al centro del cuore pulsante di una collettività bruciata da qualsiasi tentazione di redenzione. Lui Laurent Martin, un talento. Ed il personaggio che crea ha la dimensione drammatica ed alta delle migliori figure maudit della letteratura di genere e non.
E’ uno sbirro di periferia, a pochi passi dalla Parigi che conta, che vive con un cane che sembra avere la parola e con le proprie ossessioni che non sono i classici chiodi fissi degli “eroi” solitari di tanta investigazione internazionale, ma una sorta di mal di vivre universale che riempie qualsiasi spazio della sua esistenza. Una presenza cristologica che impressiona per la sua capacità di attirare i mali di una società per la quale non affila le armi, ma per la quale si sottomette con una specie di lucida rassegnazione...
postato da: sabrinamanca alle ore aprile 06, 2008 18:38 | link | commenti
categorie: recensioni, romanzi
mercoledì, 29 novembre 2006

Erri De Luca, Boris Horvat, Elmundolibro

Religione e ragionevolezza

Ieri sera Erri De Luca era a Parigi, insieme a Martine Laval, giornalista di “Télérama” e Gilles Perrault de “l'Humanité”, ospite della “maison de l'Amérique Latine”, per presentare le sue ultime opere tradotte dall'italiano, tra le quali “In nome della madre”, che ha monopolizzato quasi interamente l'incontro.

Per chi non lo conoscesse, Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. A diciotto anni è partito per lavorare in fabbrica, in diverse parti d'Italia. Membro di Lotta Continua è stato sempre politicamente impegnato ed ha scontato due anni di carcere per delle accuse da cui è stato poi prosciolto. Il suo primo romanzo “Non ora, non qui” lo ha pubblicato a quarant'anni.

Montediddio è forse la sua opera più conosciuta. Studioso del vecchio testamento ha tradotto dall'ebraico tra gli altri “Il libro di Rut”, “Giona”, “Esodo”.

Il romanzo “In nome della madre”, definito Martine Laval come un racconto di natale, narra la gravidanza di Maria, dal punto di vista della giovinetta.

Erri De Luca ci racconta che l'idea di questo testo nasce da una convinzione che egli soleva sottolineare quando gli si parlava del Natale “Il natale non è la festa del bambino, bensì quella della madre”. E' la gravidanza di una quindicenne fuori dal matrimonio, atto questo, punito dalle leggi della comunità con la lapidazione. E' la trasformazione che questa gravidanza produce in lei e che la rende indifferente a tutti gli ostacoli e la colloca al di sopra di tutte le leggi.

Chi conosce Erri De Luca può ben immaginare con quanta sensibilità e densità d' emozioni questo racconto si dipani. De Luca è infatti da sempre difensore della povera gente e cantore degli umili. In questo caso egli rifiuta di attribuire il soggetto del romanzo al desiderio di denunciare dei fenomeni sociali del tutto attuali. Brusco e onesto come sempre, dice di aver voluto parlare di questo evento e basta. E nemmeno è in discussione la sua presunta fede inconscia, “ quando sono sveglio e cosciente, non sono un credente, quando dormo non sono cosciente, dunque non è a me che dovete domandare, io non ne so nulla”.

Una gran parte dell'attrazione verso De Luca, quando egli si cimenta in opere che concernono avvenimenti presenti nei testi sacri delle religioni cristiane, è legato al fatto che egli ha letto in lingua originale il vecchio testamento in ebraico e i vangeli in greco, e studiato approfonditamente quegli stessi testi ai quali, ai più, è consentito di avvicinarsi soltanto nelle versioni approvate dal Vaticano. Molti ignorano, ad esempio, il contesto storico, l'attualità politica e sociale nella quale i suddetti eventi si producevano. Il pubblico di questi incontri è dunque composto di ammiratori di De Luca tout court, studiosi e amatori dei testi sacri e cattolici pseudo-progressisti (gli integralisti si auto-censurano, vietandosi la partecipazione), i quali anelano a estorcere allo scrittore la sua appartenenza al credo della Santa Romana Chiesa. Anche in questo incontro, questi ultimi hanno tentato a più riprese di far capitolare lo stoico De Luca, ad esempio paragonando la sua passione per l'alpinismo alla misticità dell'avvicinamento a Dio. De Luca nonostante la monotona insistenza di tali tentativi (basta leggere una qualsiasi delle sue interviste per ritrovarvi almeno due presunte prove della sua fede) tiene duro. L'evidenza di questi assalti nasce indubbiamente dal desiderio di rassicurazione di quanti non si vogliono trovare nella scomoda posizione di dover ragionare su “dogmi personali” che cadendo, lascerebbero il vuoto e la disperazione. Sempre il bisogno del miracolo, insomma. Questo è triste.

Lo scrittore è forse più amato in Francia che da noi in Italia e in questo la distanza della Francia dal Vaticano gioca un ruolo fondamentale. Questo sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'Italia resta invece invischiata in una cultura oscurantista, nel momento in cui non ammette la dialettica.




postato da: sabrinamanca alle ore novembre 29, 2006 12:07 | link | commenti (1)
categorie: politica, riflessioni, letteratura, eventi, religione, romanzi