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Al *McDonald's della narrativa: mille splendidi soli
Ma potevo semplicemente dire quello avrebbe detto mio padre: un romanzo scritto con i piedi.
Il fatto è che me lo ha regalato una cara amica alla quale era piaciuto e l'ho letto per gentilezza e per scongiurare i pregiudizi che già avevo su questo libro (ma soprattutto sul precedente "il cacciatore di aquiloni").

La storia è quella di due donne Mariam e Laila. La prima è la figlia illegittima, di tale Jalil, il quale possiede già svariate mogli e un esercito di figli. La madre, Nana, era una domestica a servizio dell'uomo e le due, dopo la nascita della bambina, sono state allontanate dalla città del padre e mandate a vivere in un luogo sperduto.
Mariam adora il padre e crede nella sua bontà mentre la madre non fa che metterla in guardia contro la sua ipocrisia. Un giorno Mariam scappa in città per andare a vivere con il padre che la rigetta, Nana morirà di dolore e la ragazza verrà data in sposa ad un bruto, tale Rashid, che la porterà con sé a Kabul.
Da quel momento porterà il burka, si farà violentare dal marito, e masticherà sassi se il riso che ha bollito è al troppo al dente.
Laila invece è la figlioletta di una vicina di casa di Mariam, Fariba. Babi, suo padre, è uno studioso.
I due sono disprezzati da Rashid per i loro costumi troppo liberi.
I destini delle due donne si incroceranno ma non sto a dirvi come a meno che davvero non lo vogliate sapere. In tal caso preparate il fazzoletto o, in alternativa, un catino per le nausee, non si sa mai.
Ciò che dicono le critiche ufficiali è: un libro bello, denso, semplice, un affresco impareggiabile dell'Afghanistan dagli anni del comunismo ai Mujaheddin, un ritratto sublime di due donne e la condizione della donna in quel paese.
Con un aggettivo solo sono pienamente d'accordo: semplice.
I personaggi sono tagliati con il machete. Sono tutti buoni o tutti cattivi, salvo qualche sorpresa come quando uno si rivela davvero buono dopo averci fatto credere d'essere davvero cattivo.
Psicologia, spessore, sfaccettature, del personaggio sono espressioni che non devono mai essere giunte alle orecchie del nostro beneamato Khaled Hosseini.
Queste donne, a cui capita l'inimmaginabile ad un ritmo da "sfiga imperiale", vengono prese e lasciate da un capitolo all'altro, da un anno all'altro, sballottate, cosi come il povero lettore, che si ritrova con un po' di sensi di colpa ad aver abbandonato l'una mentre veniva brutalizzata o l'altra mentre le moriva anche il penultimo cugino di ennesimo grado sulla terra, e ritrovarle, che ne so, tre anni dopo, sei anni dopo.
Come, sei anni dopo? E perché?
Perché non dobbiamo dimenticare che questo è un "impareggiabile affresco della società afgana dagli anni '70" dobbiamo quindi sorbirci date ed eventi fondamentali per la storia del paese e qualche digressione talmente maldestra da non risultare quasi noiosa ma piuttosto mal appiccicata al testo e irresistibilmente fuori posto.
Scopriamo che i russi oppressori hanno migliorato la condizione della donna, permettendole di studiare, lavorare, vivere alla pari con l'uomo, ma null'altro sappiamo della modalità di questa oppressione.
I mujaheddin, eroi del paese diventano subito, subitissimo, ancora prima, dei macellai che si ammazzano fra di loro con le armi che i poveri americani avevano offerto loro in totale buona fede per liberare il paese dei sovietici.
Ecco, per l'affresco direi che ci siamo.
Ovviamente in questo quadro disastroso è la generosità americana a dare una speranza ai molti fuggitivi, "gli americani sono generosi" fa dire Hosseini a uno dei suoi più tormentati personaggi Tariq (che perde una gamba, poi l'altra, e poi... mi fermo qui per non irritare lo stomaco del lettore).
Si può sempre trovare un impiego da facchino o lavapiatti negli Stati Uniti d'America Vivaddio!
Ho dimenticato qualcosa?
Beh, in merito alla storia non ho dubbi sul fatto che vicende come queste e ancora più crudeli siano accadute e accadano e accadranno. Proprio per questo una tale semplificazione non giova al lettore perché gli fornisce una versione banale, che nulla dice sulla complessità, e le ragioni di tale complessità, dell'essere umano e di una società. Questo è uno di quei best sellers che non fa dire al lettore - ah, questo non lo sapevo, a quest'altro non avevo pensato, ma piuttosto - te l'avevo detto, lo sapevo, è anche peggio di quello che pensavo.
E in nulla aiuta a comprendere il paese Afghanistan né la sua gente.
E' uno di quei libri di propaganda da cui si farà un film ancora, se possibile, più banale e riduttivo.
Infine una reminiscenza. A sedici anni più o meno, nel periodo in cui cominciavo a scoprire il potere degli ormoni sessuali ho fatto una scorpacciata di libri simili: si chiamavo Harmony collezione storia.
Ma torniamo a me e la mia amica. A lei ho detto più o meno tutto questo e ne abbiamo chiacchierato per un po'. La conclusione è stata che ci siamo impegnate a leggere qualche altro scrittore afghano e qualche fonte un po' più seria e attendibile che ci racconti degli stessi soggetti.
Per ora vi segnalo ciò che ho trovato sul net : un'intervista ad Atiq Rahimi sul suo libro "terra e cenere", una bella intervista a due con lo stesso Rahimi e un'esule afghana anch'ella rifugiata in Francia Spojmai Zariab e ancora un'intervista a quest'ultima che ha pubblicato qualche racconto in Italia ma che è soprattutto pubblicata in Francia, e ancora un articolo su un paio di buoni film tratti da altrettanto buoni libri.
* McDonald's e il suo successo hanno sempre rappresentato un mistero per me. Il cibo ha un sapore talmente schifoso che a mio parere, richiede un impegno particolare nella preparazione. Ogni volta che ci ritorno, perché una o due volte l'anno ci ritorno, mi ripeto che no, non mi sono sbagliata, è proprio schifoso, eppure vado fino in fondo. Mi sembra che l'incredulità e una buona dose di spezie "stupefacienti" concorrano al suo successo.
Di ritorno da Gavoi (5°festival di letteratura della Sardegna)
L'ultimo istante infuocato, dilatato di un'ora e più, l'ho trascorso ieri mentre attraversavamo la piana di Ottana e un vento che correva a 50° Celsius ci toglieva il respiro e chiudeva gli occhi, minacciando l'eternità.
Caldo all'andata, insieme a curve e tornanti che si susseguivano per chilometri e mentre salivamo sino ai quasi 800 metri del paese più in salita e in discesa, più in picchiata di questo angolo di mondo.
Caldo durante tutte le manifestazioni che seguivamo con fatica, riparandoci come meglio potevamo con cappellini, creme solari, mosse astute da impareggiabili ladri d'ombra.
Caldo di notte, sul letto, mentre in testa ancora giravoltavano tutti gli eventi della giornata e le emozioni e le domande che sempre si moltiplicano al giungere delle risposte.
Infine caldo, e panico, una volta tornata a casa.
Da dove comincio? come posso trasmettere tutto questo senza che qualcosa dell'entusiasmo, della scoperta, delle riflessioni si perda?
Domanda retorica, lo so. Chi scrive trasmette, trasporta, invia, ma senza ricevuta di ritorno.
Lancia un bottiglia in mare, manda in aria un piccione viaggiatore, semina la terra, con messaggio.
E' tutto. E deve bastare.
Anche di questo si è parlato in questo intenso fine settimana, e della domanda che sempre ritorna fra i lettori, e ai quali uno scrittore non arriva mai a rispondere.
Perché il desiderio, l'urgenza di scrivere è un mistero, come tanti altri, e chi ha questo mistero in sé non arriva a spiegare come nasce. Sa solo che scrive.
Antonella Anedda racconta uno dei tanti motivi per cui si scrive e uno dei pochi casi in cui è il lettore che esorta lo scrittore. Anna Achmatova ebbe un figlio incarcerato da Stalin e ogni giorno lo andava a trovare per rifornirlo di vettovaglie e di qualsiasi cosa necessitasse. Così come le altre madri.
Una di queste un giorno si volse verso di lei e le domandò se sapesse scrivere. Si, rispose lei sorpresa. Allora, per favore, racconti tutto questo.
Uno dei motivi per cui si scrive è "raccontare tutto questo" ma non è il solo e non è solo la scrittura a farlo. Lo sono le arti, il giornalismo, la semplice parola.
Perché poi uno decida per un metodo o un altro questo resta un mistero.
***
In un festival denso di invitati anche "importanti", come il fresco vincitore del premio Strega, il giovane (dio quando sto invecchiando...) Paolo Giordano, ho scelto di partecipare a diversi incontri. Alcuni mi hanno lasciato un po' di delusione in bocca,il reading di Diego De Silva e l'incontro con il regista Antonello Grimaldi, di altri, come l'incontro al balcone con Antonella Anedda, tento di conservare intatte le emozioni, gli stimoli, gli spunti come chi tenta di trattenere in bocca l'ultimo goccio di acqua fresca quando nessuna oasi è in vista. E poi c'è anche altro:Zadie Smith, Polo Giordano, Caterina Serra, Anilda Ibrahimi
Comincerò da domani, a presto
Dialoghi immaginari e un po'meno immaginari fra una traduttrice e il suo autore
più accessori vari ed eventuali
- come diresti diversamente "angolo di mondo"?
- perché così non va bene?
- sembra, mi correggo, è il refrain di una canzone di Rita Pavone
- e chi è Rita Pavone?
- lasciamo perdere
- come renderai il "grand Louis" (in francese grand significa anche alto)
- grande Louis
- ma cosi non si capisce che è alto
- ok, metto la G maiuscola
- questa frase non mi piace, la posso togliere?
- quoi ???(in francese nel testo)
- in questa frase manca tutto o quasi, non c'è il soggetto, non c'è il verbo, solo un aggettivo e un participio passato che funge da aggettivo ma non funziona tanto bene
- heureusement que t'es là pour m'ouvrir les yeux, et, à propos, c'est fait exprès
(meno male che ci sei tu per aprirmi gli occhi, e comunque, è fatto apposta)
- lo so che è fatto apposta ma non si capisce niente lo stesso
(sento che questa storia non finirà bene...)
- toglimi una curiosità: come farai a trovare il modo di comprarmi un regalo per il mio compleanno se stai sempre incollato al mio pc per controllare la mia traduzione?
-...
(sento che questa storia finirà molto, molto male)
***
Eh si, fra qualche minuto inizierà il conto alla rovescia che si terminerà alle 12.45 del due luglio con la proclamazione dei miei trentotto anni.
Anche quest'anno si compirà, si esaurirà e ho quasi paura dire che mi ha regalato più che in tanti altri anni messi insieme. Qualche ruga, certo, un po' di pancia a "camicia di pittore", diverse contratture muscolari dovute all' apertura fulminea senza previo riscaldamento del passeggino di mia figlia, un mezzo esaurimento, una paranoia pro-varechina, un desiderio folle di fare qualsiasialtracosamanonlavareibiberondijulietteibavaglinidijulietteipigiaminidijuliette, di sentirmi, di esistere, di non farmi invadere, ingoiare da questo sentimento folle che è la maternità, ma arrivata al trenta giugno mi sentivo talmente piena che avevo voglia di regalare io qualcosa, di condividere.
In questo blog ho trovato, con fatica, un modo di esprimere una parte di me. Prima è stato amore alla follia, dipendenza fisica ed emotiva, poi rigetto, quindi angoscia di non essere all'altezza. Ora è un luogo dove mi sento a casa, fra amici. Un altro regalo in più di quest'anno.
Vorrei che il mio trentottesimo anno non si compiesse ma tant'è, le lancette, i granelli, il sole, implacabili continuano il loro lavoro, calpestando desideri, esaudendone altri, così a casaccio, senza un fine ultimo, uno scopo. Perché così deve essere. E allora, se domani passerà ed entrerò nel trentanovesimo anno, il caso farà la mia gioia (salvo amare sorprese dell'ultimo minuto, come per esempio, il mio pc messo misteriosamente fuori uso).
A domani, a domani
Frasi sparse
"prima di innamorarmi di Micheddu, quando la mia vita non valeva una manciata di prugne secche, dividevo le persone in due categorie, quelle che hanno già visto il mare e quelle che, per loro disgrazia, non lo vedranno mai. Morire senza vedere il mare è una cosa molto triste, perché uno s'immagina il mondo come un'immensa crosta impestata da verruche di calcare e granito, con alberi, cespugli, e case a condimento. Sopra il mare, invece, non ci cresce niente, tutto va e torna, come le barche. La vita nel mare è tutta sotto, nascosta a chi non sa vedere oltre il visibile."
da "la vedova scalza" di Salvatore Niffoi. ed. adelphi, pag.85
"J'attends quelques instants. Des instants dépeuplés.Le linge blanc qui pend aux fenêtres semble déjà sec. Le soleil commence sa descente et fait reparaître les ombres. la chaleur passe doucement.
Seuls, maintenant qu'Adolphe et ses beuglantes ont disparu, les cris de l'Usine perturbent le silence.
Avec, parfois, quelques souffles sourds, ceux des gens qui siestent, dorment, rêvent. Et les bêlements de Ramdam"
da "des rives lointaines" di Laurent Martin. ed. le passage pag 27
***
Questo fine settimana sarò, finalmente a Gavoi, per il 5°Festival letterario della sardegna.
Dategli uno sguardo, e in special modo agli autori e segnalatemi qualcuno in particolare, se lo conoscete e apprezzate.
Per ora mi incuriosiscono Zadie Smith e Antonella Anedda. Ci sarà anche una presenza celebre della community dei blog, Loredana Lipperini, e chissà che non abbia l'occasione di farci due chiacchiere dal "vero".
Bambini,
coscienza e dolore.
Ieri avevamo a cena due amici con una bimba di un anno e mezzo.
La mia amica mi ha sorpreso, come sempre fa, con una frase che mi è rimasta in gola.
- il nostro compito di genitori è far vivere con serenità e spensieratezza l'infanzia ai nostri figli perché tanto, dal momento in cui avranno coscienza di sé, cominceranno a soffrire.
Tradurre
è tradire. Ad ogni pagina, ogni frase, ogni frammento, l'impotenza aumenta.
Elenco tutto ciò che perderò in questa artificiosa trasformazione di cui resterà, con un po' di fortuna, il what, ma non certo il how, e la mente mi gioca strani tiri.
All'improvviso non vuole più servirmi, mi rifiuta anche la minima corrispondenza al punto che mi domando se davvero sono padrona della mia lingua madre.
E' la paura di tradire, colpire alle spalle e al cuore, la bellezza dell'origine, o trasformarla in altro. Un'altra poesia, un altro linguaggio, il mio. Uno sdoppiamento doloroso che rende l'opera una sorta di figlio adottivo, amato tanto più visceralmente, poiché non nasce dal nostro ventre.
Imposte varie et d'autres bricoles
Aspettavo da cinque anni un rimborso dal ministero delle imposte e così, non appena ricevuto un mandato non meglio identificato, mi sono avviata in banca giuliva e fresca, a dispetto del phon che da giorni prosciuga la pelle e gli animi in quel di Tissi. Era un mandato di pagamento di quattro, anche loro,non meglio identificate imposte a codice 5682, 4001, ecc. ecc. per l'anno di riferimento 2004 (in cui vivevo già da tempo all'estero).
Mia madre ha detto subito - queste non le paghi. Bisogna capirla, ha appena pagato due volte 1800 euro per poi venir a sapere che si erano sbagliati e che ora non le restava che chiedere il rimborso (restano però da definire i tempi per la restituzione).
Poco male per me, i soldi li ho (quelli per pagare quanto richiesto) ma mi domando con quale rabbia e disgusto tali errori vengano accolti da chi fatica ad arrivare a fine mese.
Sono passata un biblioteca e come per incanto ho dimenticato tutti gli autori di cui volevo leggere qualcosa.
Me ne sono andata via con "la vedova scalza" di Salvatore Niffoi (strane assonanze con mal di pietre) e "camere separate" di Pier Vittorio Tondelli.
Antonella Anedda e le sue "notti di pace occidentale" erano altrove ma la gentile bibliotecaria, Anna, (splendido nome e sorriso) mi ha detto - te lo ordino.
Non tutte le speranze sono perdute; son rimaste in due o tre, anche se un po' stordite.
Rieccomi
più o meno...
Perché dimentico sempre la distanza fra il sogno e la realtà?
Dieci giorni da che sono in Sardegna e nei quali, altro che lettura, quiete e scrittura, non ho fatto altro che correre e riparare me stessa e la mia famiglia da un caldo assassino, da insetti arroganti e dall'Italia degli italiani.
lo so che sembrerò noiosa e arrogante e lo sarò anche, ma è mai possibile che io non possa fare una passeggiata con Juliette senza incorrere in pericoli mortali? I gradini sono alti quindici centimetri, i marciapiedi invasi dalle auto, gli automobilisti frenano sempre all'ultimo momento.
Mettersi in auto è poi impresa da eroi. In questi pochi giorni sono stata superata al semaforo, e poi innumerevoli volte sulla linea continua e in curva. Le rotatorie, così come le corsie di accelerazione, sono di chi deve dare la precedenza e non il contrario. Nella stessa spiaggia dello scorso anno ho pagato quindici euro per mezza giornata, cinque in più, e non è bastata la sfuriata contro il gestore a calmarmi e nemmeno la traduzione estemporanea dei commenti di un pullman di inglesi che hanno definito il costo della locazione "extremely expensive".
Domani sarà un giorno propizio per la pace e il raccoglimento?
Sto evitando accuratamente di guardare in televisione le performances di Berlusconi perché un accidente vascolare in questo paese significherebbe la morte sicura.
Vacanze sarde
Ancora tre giornate folli, fra il lavoro e le corse affannose per organizzare gli ultimi dettagli di queste nostre lunghissime vacanze in Sardegna.
Lunedì sera, se dio vuole (come direbbe mia madre) vedrò lo splendido tramonto arancio e turchese dietro casa. I sentori della campagna mi confonderanno le idee e lo spirito, i grilli e i rospi romperanno il silenzio della notte.
Non vi lascio, ci rivediamo lì, in Sardegna.
The pillow book
Notte agitata. Come lo sono quelle che precedono una svolta, o semplicemente il nascere di qualcosa di nuovo e diverso da tutto ciò che ha preceduto. Come lo sono quelle in cui si elabora una materia potente e complessa, che richiama da luoghi remoti una nuova sfumatura del nostro essere.
"The pillow book" i racconti del cuscino di Peter Greenaway contiene parte di questa materia, si presta a congetture sul corpo, il sesso, la morte e soprattutto la scrittura.
Ho bisogno di ripensarci ancora per un certo tempo e rivederlo ancora e ancora ma per ora mi accontento di questa première e accetto la notte insonne come scotto da pagare.
Notte agitata anche perché la mia bimba mette il suo primo dente. Piange, sorpresa e impaurita lei stessa di questo fastidio, questa nuova sofferenza senza spiegazione.
Perché il dolore senza ragione né origine colpisce molto più duro e profondo.
Nelle mie mani, nelle mie braccia una materia si va formando, modellando, in parte secondo la direzione che le imprimo.
Mi dà sollievo il pensiero di Gibran: “I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa...
essi vengono attraverso di voi, ma non da voi.
E benché vivano con voi non vi appartengono...
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:
la vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”