Da settimane, da quando cioè lessi che Giuliano Ferrara intendeva proporre, insieme con un giornalista americano una moratoria sull'aborto, avevo intenzione di scrivere un post.
La rabbia però era troppa, e per di più ero confusa.
Come si fa a levarsi contro qualcuno che si atteggia a difensore della vita e della sua dignità in quanto tale?
Come si fa, a quarant’anni dal famoso ’68, a gridare ancora, seppure con diverse nuances, “il corpo è mio e me lo gestisco io”?
Ciò che più mi irritava, inoltre, è che proprio Giuliano Ferrara si impegnasse in questa battaglia.
Ora soltanto ho capito dove voleva andare a parare, ora che Berlusconi ha scoperto le sue mosse per attirare i cattolici oltranzisti e ratzingheriani. E ammetto che come mossa politica non c’è male, almeno per come conosco certi “cattolici oltranzisti e ratzingheriani”.
Non è questo che mi indigna però, visto che in campagna elettorale la nostra classe politica si permette d’esser ancora più grottesca che d’abitudine.
Ciò che mi rende furiosa e che, ancora, ancora e ancora, si vuole diminuire l’autonomia e calpestare la dignità delle donne.
L’uomo pare dissociare completamente la realtà quando parla di donne.
Quando infatti egli parla delle madri, ammette che sono loro a tenere in piedi la famiglia, sono loro ad occuparsi dell’educazione dei figli, del menage familiare ed ora, come se non bastasse, lavorano fuori casa, quando è data loro la possibilità, per arrotondare lo stipendio del coniuge.
E’ la donna che nella maggior parte dei casi si addossa la responsabilità della contraccezione perché all’uomo, testuali parole sentite una miriade di volte “non piace il preservativo”.
Ora, secondo Giuliano Ferrara, queste stesse donne, e qui ritorna una concezione vecchia e terrificante dell’universo femminile, le quali sarebbero delle teste vuote che vanno ad abortire come vanno al gabinetto.
Giuliano Ferrara si permette di far la morale spiegando quanto è bello vivere con un figlio down o handicappato e proprio lui, giudica immorale che si decida di non farlo nascere.
Ma chi è che si occupa dei figli down e handicappati e chi è invece che si dilegua davanti a un’ipotesi simile?
Giuliano Ferrara dovrebbe tacere, lavarsi la bocca ed il cervello con il sapone e chiedere umilmente scusa a tutte quelle donne che con grande sofferenza decidono di portare a termine una gravidanza prima del tempo.
E dovrebbe soprattutto chieder scusa, in quanto uomo, per l’arroganza che contraddistingue il suo sesso nel difendersi a colpi di dictat dal diritto sacrosanto del sesso femminile a esistere nelle stesse identiche condizioni e non tirare fuori la clava per ricordargli chi è il più forte.
Mancano tre giorni al Santo Natale e io sono nella merda.
Questa frenesia mi da la nausea.
Vado in giro e non vedo che dei pazzi che corrono, si sgomitano, si spingono. Le buste gli moltiplicano nelle mani e loro, come novelli equilibristi, studiano le mosse per poterne tenere delle nuove, magari appese al naso o al collo del piede.
S'interrogano, m'interrogano sulla scelta. Hai un'idea? mi sussurrano come per carpirmi un segreto di stato. Io tento una lista approssimativa. Questo ce l'ha, questo ce l'ha, ah questo non ce l'ha.
L'effetto petite madeleine di Proust mi conduce per magia a un tempo della mia vita in cui giocavo con le figurine. Il mio album preferito era quello di Gesù di Nazareth (quello di Zeffirelli, con un Gesu che era proprio un gran bel cristo!!!) ma non disdegnavo quello dei fiori dove il croco era, numero sette, era la figurina più rara.
Le scambiavamo, le barattavamo, le scommettevamo, ci giocavamo a capanna.
E' un gioco semplice e poetico la capanna. Si mettono una o più figurine contro un muro, con un'inclinazione di circa quarantacinque gradi, poi ci si appiattisce al suolo (è un gioco che si fa prevalentemente negli scalini) e si soffia. Se le figurine si rovesciano scoprendo l'immagine sono tue.
Nel gioco della capanna, la tecnica del soffio è tutto. Non è la forza che produce il risultato ma l'equilibrio perfetto tra la posizione del corpo, la direzione impressa al vortice d'aria e forse, ma di questo non sono certa, la quantità d'aglio nel sugo della pasta.
Lo so, lo so, i maschi facevano un gioco più duro e ogni tanto se le davano di santa ragione per Riva e suo cugino Rivera. Ma noi, femmine eravamo, e mica potevamo scalmanarci.
Un natale ricevetti un pacco alto quasi quanto me. Dovevo avere sette anni o giù di lì. Proveniva dai parenti di mio padre. La carta era chiara, non la tipica carta del Natale. Quasi svenni per l'emozione. Non avevo mai visto né supposto una tale quantità di doni tutti per me.
Chiesi a mia madre di aiutarmi ad aprirlo. Dentro c'erano dei regali che ancora oggi considero preziosi oltre ogni dire.
Un servizio di piatti e bicchieri per dodici. Di plastica blu.
Un supermercato con tanto di cassa e barattoli di conserva e fagioli.
Una parete-cucina con pentole e mestoli e un fornetto per fare la torta.
Una macchina da cucire tutta rosa con foglietto di istruzioni in francese. La machine à coudre, era scritto in basso sulla scatola dove una finestra di plastica trasparente permetteva d'ammirare l'apparecchio nella sua maestà.
Il tutto a dimensione bambola.
Il giorno di Santo Stefano ero giù in cortile con tutta la mercanzia. Lorenzo, il figlio dei vicini, ci mise qualche minuto a frantumare il servizio, disperdere i barattoli di conserva e bloccare l'apertura del fornetto. La macchina da cucire non la sfiorò nemmeno. Era un vero ometto lui.
Mi domando, in questi giorni, chi sono io, che cosa voglio io, che cosa piace a me. E chi sarei se vivessi altrove o un altro tempo.
Mi domando quanti gradi di libertà il mondo in cui vivo mi concede e quanta consapevolezza.
A momenti ho l'impressione che il turbine natalizio intorno a me non sia che la celebrazione massima di una nuova religione che si lega alla vecchia senza scandalo apparente.
Mi sembra di riconoscere dei riti a volte piacevoli altre inevitabili.
Come una grande messa dove all'offertorio si sostituisce la baraonda degli acquisti e alla comunione il gozzovigliare del cenone.
Non riesco a levarmi di dosso una tristezza infinita ma anche la rabbia e la compassione per quanto inumani possiamo essere.
O semplicemente uomini?

Religione e ragionevolezza
Ieri sera Erri De Luca era a Parigi, insieme a Martine Laval, giornalista di “Télérama” e Gilles Perrault de “l'Humanité”, ospite della “maison de l'Amérique Latine”, per presentare le sue ultime opere tradotte dall'italiano, tra le quali “In nome della madre”, che ha monopolizzato quasi interamente l'incontro.
Per chi non lo conoscesse, Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. A diciotto anni è partito per lavorare in fabbrica, in diverse parti d'Italia. Membro di Lotta Continua è stato sempre politicamente impegnato ed ha scontato due anni di carcere per delle accuse da cui è stato poi prosciolto. Il suo primo romanzo “Non ora, non qui” lo ha pubblicato a quarant'anni.
Montediddio è forse la sua opera più conosciuta. Studioso del vecchio testamento ha tradotto dall'ebraico tra gli altri “Il libro di Rut”, “Giona”, “Esodo”.
Il romanzo “In nome della madre”, definito Martine Laval come un racconto di natale, narra la gravidanza di Maria, dal punto di vista della giovinetta.
Erri De Luca ci racconta che l'idea di questo testo nasce da una convinzione che egli soleva sottolineare quando gli si parlava del Natale “Il natale non è la festa del bambino, bensì quella della madre”. E' la gravidanza di una quindicenne fuori dal matrimonio, atto questo, punito dalle leggi della comunità con la lapidazione. E' la trasformazione che questa gravidanza produce in lei e che la rende indifferente a tutti gli ostacoli e la colloca al di sopra di tutte le leggi.
Chi conosce Erri De Luca può ben immaginare con quanta sensibilità e densità d' emozioni questo racconto si dipani. De Luca è infatti da sempre difensore della povera gente e cantore degli umili. In questo caso egli rifiuta di attribuire il soggetto del romanzo al desiderio di denunciare dei fenomeni sociali del tutto attuali. Brusco e onesto come sempre, dice di aver voluto parlare di questo evento e basta. E nemmeno è in discussione la sua presunta fede inconscia, “ quando sono sveglio e cosciente, non sono un credente, quando dormo non sono cosciente, dunque non è a me che dovete domandare, io non ne so nulla”.
Una gran parte dell'attrazione verso De Luca, quando egli si cimenta in opere che concernono avvenimenti presenti nei testi sacri delle religioni cristiane, è legato al fatto che egli ha letto in lingua originale il vecchio testamento in ebraico e i vangeli in greco, e studiato approfonditamente quegli stessi testi ai quali, ai più, è consentito di avvicinarsi soltanto nelle versioni approvate dal Vaticano. Molti ignorano, ad esempio, il contesto storico, l'attualità politica e sociale nella quale i suddetti eventi si producevano. Il pubblico di questi incontri è dunque composto di ammiratori di De Luca tout court, studiosi e amatori dei testi sacri e cattolici pseudo-progressisti (gli integralisti si auto-censurano, vietandosi la partecipazione), i quali anelano a estorcere allo scrittore la sua appartenenza al credo della Santa Romana Chiesa. Anche in questo incontro, questi ultimi hanno tentato a più riprese di far capitolare lo stoico De Luca, ad esempio paragonando la sua passione per l'alpinismo alla misticità dell'avvicinamento a Dio. De Luca nonostante la monotona insistenza di tali tentativi (basta leggere una qualsiasi delle sue interviste per ritrovarvi almeno due presunte prove della sua fede) tiene duro. L'evidenza di questi assalti nasce indubbiamente dal desiderio di rassicurazione di quanti non si vogliono trovare nella scomoda posizione di dover ragionare su “dogmi personali” che cadendo, lascerebbero il vuoto e la disperazione. Sempre il bisogno del miracolo, insomma. Questo è triste.
Lo scrittore è forse più amato in Francia che da noi in Italia e in questo la distanza della Francia dal Vaticano gioca un ruolo fondamentale. Questo sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'Italia resta invece invischiata in una cultura oscurantista, nel momento in cui non ammette la dialettica.