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mercoledì, 23 aprile 2008

un filo di fumo per donne di casa

camilleri_SMIeri notte, dopo aver tramortito e messo a letto la bambolina ho cercato di dare un aspetto accettabile alla cucina, dopo giorni di negligenza (ne basta uno, soprattutto se è L. che cucina). La radio l'avevo ascoltata per tutta la giornata, a ripetizione. Oramai conoscevo tutti i particolari sulla bufala della morte di un giornalista tv data da un'emittente radio "europe 1" e che si era poi diffusa nelle più importanti televisioni rendendo ridicoli tutti coloro che non si erano dati la pena di ri-verificare e i conduttori di emissioni che si erano trovati a doverla annunciare, con la tristezza contegnosa di circostanza. Avevo anche fatto tutti i commenti possibili sulla dietro-front della Francia nell'atteggiamento nei confronti della Cina. Avevo insultato diversi manifestanti cinesi che davano della "puttana" a Giovanna D'Arco e dell'invertito a Napoleone ( e poi dicono che i cinesi non vivono con due secoli di ritardo!).
Insomma, ne avevo fin sopra i capelli di parlare con la radio e allora ho avuto l' idea (illuminata, a posteriori) di mettere su l'audio-libro di "un filo di fumo" di Camilleri  (fullcolorsound).
Ha avuto ragione Giorgio Pintus nella sua splendida prefazione sul racconto "cuntato" di Camilleri, Fiorello mi ha narrato una storia davvero esilarante e ha ricostruito intorno a me l'atmosfera di Vigata a fine '800 e le vicissitudini della famiglia Barbabianca, odiata da tutto il paese. Le musiche inconfondibili di Rava, la voce di Olivia Sellerio, che cantava alcune frasi del testo, mi hanno reso davvero gradevole l'ascolto, anche quando mi distraevo, seguendo il corso dei miei pensieri.
Non vedo l'ora di attaccare "San Isidoro futbòl" di Pino Cacucci!
***
Vi lascio con una chicca trovata sul sito  vie de merde:
Oggi mentre lasciavo passare un pedone il tizio che stava dietro mi ha tamponato, sono uscito dall'auto insultando il pirata della strada con "grande pezzo di merda". Era mia nonna e abbiamo fatto il CID a casa. Il "grande pezzo di merda" non mi darà più soldi a Natale.

postato da: sabrinamanca alle ore aprile 23, 2008 08:23 | link | commenti
categorie: recensioni, romanzi
domenica, 06 aprile 2008

L'ebbrezza degli dei

Ecco la prima (bella) recensione qui

Ve ne propongo l'inizio:

...Chi ha amato, sopra ogni cosa, il romanzo di David Goodis C’è del marcio in Vernon Street, in testa ad una mia ipotetica classifica del più bel noir di sempre, sa cosa vogliono dire le parole della Volpatti. Ma forse, in quest’epoca di cloni e di coazioni a ripetere che invalidano ogni sistematica velleità artistica, un nome che può timidamente accostarsi al grande perdente della narrativa americana c’è ed è francese: Laurent Martin.
C’ha pensato la Del Vecchio Editore a proporre L’ebbrezza degli dei, un testo del 2002, edito in terra francese dalla Gallimard, e a farci drizzare le orecchie.
Uno straordinario spaccato sociologico, una corsa dritta e rapida al centro del cuore pulsante di una collettività bruciata da qualsiasi tentazione di redenzione. Lui Laurent Martin, un talento. Ed il personaggio che crea ha la dimensione drammatica ed alta delle migliori figure maudit della letteratura di genere e non.
E’ uno sbirro di periferia, a pochi passi dalla Parigi che conta, che vive con un cane che sembra avere la parola e con le proprie ossessioni che non sono i classici chiodi fissi degli “eroi” solitari di tanta investigazione internazionale, ma una sorta di mal di vivre universale che riempie qualsiasi spazio della sua esistenza. Una presenza cristologica che impressiona per la sua capacità di attirare i mali di una società per la quale non affila le armi, ma per la quale si sottomette con una specie di lucida rassegnazione...
postato da: sabrinamanca alle ore aprile 06, 2008 18:38 | link | commenti
categorie: recensioni, romanzi
mercoledì, 19 marzo 2008

L'ebbrezza degli dei
(finalmente è arrivata la traduzione italiana)

Parodos

IL CORO

cover martinSi solleva con un gesto lento. I genitali al vento. Le mani ancora tremanti. Contempla il corpo senza vita davanti a lui. Come un’offesa ai suoi occhi. Il suo sbuffare animale comincia a placarsi. Si meraviglia. Come corre la morte. Come una voce che da ordini. Dopo arrivano i dubbi. Ci si interroga. Ci si smonta. La vita è una malattia venerea. La si prende per caso. Con chiunque. Si resta al suo fianco. La si trasmette. La si subisce. E un giorno ne muori. Ecco! Di vita, si muore. Potrebbe giurarlo. Tutti potrebbero creparci, di vita. Per lui è diverso. Lui non è malato. Lo sa bene.
Parla a voce alta. Urla, più che altro. Contro se stesso, contro di lei, contro la città e il mondo intero. Una reazione che non si aspettava. Si riprende. Le parole tornano. Meno confuse. La sua voce bassa. Si agita ancora. Soprattutto le braccia. Sputa. Ringhia. Fa smorfie. Un momento di smarrimento. Se viene preso, dirà così. Ma non verrà mai preso perché non avrà mai il perdono degli uomini.
Grandi gocce di sudore gli imperlano la fronte, gocciolano sul collo, gli gelano la schiena. Che fare? Si asciuga il membro con un fazzoletto di pizzo. Doveva passarci da là! Si aggiusta i pantaloni. È disgustato da se stesso. Per un istante è invaso dalla nausea. Spasmi dolorosi gli torcono il basso ventre. Un attimo senza controllo. Poi torna padrone delle sue viscere. Inizia a girare a scatti su se stesso. Come in gabbia. Gettando ogni tanto delle occhiate prive di espressione sulla giacente. Ma non deve pensarci più. Un brutto incontro. La sfiora con lo sguardo. Saluta la morte con semplicità.
I suoi pensieri partono al galoppo causandogli una forte emicrania. Tutto diventa buio. Non sbagliarsi. Non dimenticare niente. Incomincia cancellando le impronte che può aver lasciato. Ma poi dove si trova? Usa uno strofinaccio preso in cucina. Da lei? Si ferma. Perfetto! La polizia non lo conosce. Una bella casa. Non troveranno mai il suo nome. Arredata con cura. Il locale notturno. Quale? La memoria che cede. C’era gente. Una nebbia dolciastra, fumosa. È colpa sua. Lui non ci va mai. Guarda. Nessuno potrà riconoscerlo. Si è mossa. Allora basta preoccuparsi. La guarda ancora. Può andarsene. I suoi grandi occhi sono aperti. Gli sbatte in faccia un sorriso da arcangelo vendicatore.
Il suo corpo riprende a tremare. Uno a uno, i suoi gesti diventano disordinati. Si mette a cercare. Qualsiasi cosa. Afferra una scopa. La spezza in due. Prende solo il manico. Le si avvicina. E, con un gesto secco, la colpisce. Prima il corpo. Poi il viso. I colpi piovono. Sempre più velocemente. Sempre più forte. Lei non deve guardarlo. Colpisce la testa. Sfonda il naso. Il sangue si sparge, si spande. La testa si agita sotto i colpi. Sembra ancora viva. Lui colpisce come un automa. Senza fine. Fino allo sfinimento, fino alla prostrazione. Poi si ferma. Lancia un lungo, lungo grido di fatica, di collera. Lascia l’arma. Non c’è più niente da fare né da vedere. Lei non lo guarda più. Indietreggia. Gli occhi levati al cielo. Sbatte contro un mobile.
Abbandona tutto. Chiude la porta in silenzio. Per non disturbare. Che ora è? Le due e mezza. La notte cupa.
Si allontana. Gira a destra. Deve raggiungere la sua auto. Barcolla. Vacilla. Non cade. Ha urtato qualcosa nell’oscurità.
Una voce che arriva dal marciapiede e che urla.
– Ah! Accidenti a te!
Guarda, la paura nelle viscere, le braccia pesanti. Ha calpestato un tizio. Un vagabondo che sta là. Sdraiato per terra. Di traverso.
Dice, tremando.
– Scusi!
Il barbone riprende a urlare.
– Non è possibile!
Lo vede giusto il tempo di un raggio di luna. Un pezzente barbuto che stringe un sudicio sacco di tela.
Ripete, allontanandosi.
– Scusi! Scusi!

IL CORIFEO

Prima vediamo la morte, questo scarto del futuro. Una sporca storia che comincia dalla fine. Dal grande salto. Dal nulla. Dal ritorno alla polvere.
In seguito ci sarà un uomo. Un uomo buttato alla cieca nella vita che si è costruito. Spazzato via, sballottato, malmenato, resiste, ma tutto probabilmente si gioca in anticipo. Un uomo che crede che gli dei abbiano sete del sangue delle vittime.
Allora comprenderemo il mondo, il mondo per quello che è. Tanfo infernale. Amalgama confuso, conservato sottovuoto, di vite tristi e meschine.
Io mischio. Mischio. Mischio. La grande miscela primitiva delle passioni. Ora bisogna frugare nella spazzatura della vita. Che mestiere di merda! E questa gente, queste persone, che si incontrano continuamente. Che si aggrovigliano senza vedersi! Non va bene! Seguite le istruzioni! Una dopo l’altra! Una dietro l’altra! Nell’ordine, se no è il caos!

L’EROE

Clac! Con un colpo ben assestato, distruggo la mia sveglia. Rabbia! Tempesta! Ha suonato nel momento peggiore. Tento invano di riafferrare il mio sogno. Fulmine! Desolazione! Apro un occhio. Rifletto un istante. Mi alzo. Urlo in silenzio. Contro niente. Contro tutto. Contro questa società, questa sporcizia che mi gonfia la mente. Vado direttamente in cucina. Il cane Médor, un bastardino, si lancia al mio seguito, con la coda inquieta e la bocca spalancata. Apro il frigo. Prendo una birra. La bevo tutta di un fiato. Mi si placa la sete. Le mie piccole convulsioni del mattino si calmano. Accarezzo il cane Médor. Gli do da mangiare. Cerco il caffè. Sono certo di averlo visto da qualche parte. Ma dove? Ma quando? Faccio il punto. Scuoto la testa. I neuroni si mettono in movimento. Osservo. Mi innervosisco. Dentro di me c’è la stessa confusione dell’appartamento.
Interviene il cane Médor.
– Uof!
Ha sentito un rumore sospetto. Non reagisco. Sistemo i miei ricordi. Una specie di luce appare nella sorda oscurità della mia scatola cranica. Il caffè è finito ieri. Mi sono dimenticato di riprenderlo. Una gestione superficiale del mio quotidiano.
Mi insulto a voce alta.
– Max, sei un coglione!
Per ovviare a questo inconveniente, prendo una seconda birra dal frigo. Ne bevo avidamente il contenuto. Rutto, rutto seriamente. Attraverso tutto l’appartamento per fare una doccia. È gelida. Lo scaldabagno è in sciopero. È uno di quei giorni in cui tutto va male.(continua sul sito dell'editore)

L'ebbrezza degli dei ha vinto nel 2003 il Gran premio della letteratura poliziesca

la critica:

Le Nouvel Observateur: "...e se si finisce per scoprire l'assassino, il viaggio attraverso la periferia diseredata continua invece ad inseguire il lettore..."
Le Matin: "questo polar mozzafiato non vi lascerà più"
Le Parisien: "con il suo primo romanzo Laurent Martin entra direttamente da Gallimard"
France-Inter: "romanzo estremamente originale per la struttura narrativa"

Il sito dell'autore:lm.polar.free.fr/ivresse.htm
 
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 19, 2008 08:40 | link | commenti (2)
categorie: recensioni
sabato, 09 giugno 2007

Le mie condoglianze


1177605749MieCondoglianzeSitoHa il nome di un fiore ma non é Rosa.

E’ una donna così grassa ma così grassa che quando cade dal letto cade dai due lati.

E’ una donna così grassa ma così grassa che riesce ad essere in due luoghi nello stesso tempo.

E’ una donna obesa con l’aria da “troia di bassa lega”.

E’ Violeta che in una sola frase, lunga più di trecento pagine ci racconta la sua vita fino all’incidente che la vede appesa a testa in giù alla cintura di sicurezza dalla sua auto uscita di strada, in una notte di tempesta in cui solo gli ubriachi e disperati si metterebbero al volante.

E il presente, il passato, gli affetti, si materializzano come nel disegno di un grande artista. Con sapienza, maestria e precisione, Dulce Maria Cardoso traccia le prime linee che delimitano lo spazio per poi concentrarsi sui particolari.

E’ un continuo va e vieni, ci avvicina ai dettagli che ci catturano al punto che vorremmo continuasse, andasse più a fondo perché intuiamo che c’è altro dietro e oltre a quello che ci ha appena raccontato ma proprio in quel momento lei si sposta e lavora su un’altra parte.

La storia che ci ha raccontato nella prima pagina non ha nulla a che vedere con quella a pagina dieci e questa cambia ancora con lo scorrere delle righe e dei capitoli.

I protagonisti di questa vita, i genitori, la sua unica figlia, Dora e poi Angelo, la domestica Maria da Guia, si precisano si dotano di spessore e prendono vita, divengono personaggi a tre dimensioni.

Nei blog si leggono molte “recensioni” e spesso trovo commenti del tipo

- non potendo comprare tutti i libri di cui sento parlare, come posso discernere, scegliere fra le mille proposte?

Vi dirò perché scegliere questo libro.

Primo, perché “ Le mie condoglianze” è meravigliosamente scritto; la forma che l’autrice ha scelto (in 310 pagine gli unici segni di interpunzione sono delle virgole) la dice lunga sulle capacità dell’autrice, sapendo che questo andare e venire fra un personaggio e l’altro, fra il passato e il presente, invece di confonderci ci affascina e ci fa restare sulle pagine sempre sperando di saperne di più, di ottenere ancora maggiori particolari.

Secondo, perché la storia di una famiglia nasconde e contiene tutte le tematiche della tragedia, quelle che fanno parte visceralmente di noi dalla notte dei tempi e Dulce Maria Cardoso sembra conoscere profondamente la materia che maneggia, l’odio e l’amore, la tenerezza e la crudeltà, la disperazione e la speranza.

Terzo, perché Violeta è uno di quei personaggi che non si dimenticano, e questo è già tanto.

Ho scelto una frase che mi ha particolarmente colpito:

non c’è nulla che il silenzio non uccida

Buona lettura

 

postato da: sabrinamanca alle ore giugno 09, 2007 09:56 | link | commenti (26)
categorie: recensioni, libri, letteratura
venerdì, 25 maggio 2007

Un walzer con Paweł Huelle


 Non c’è pari all’emozione d’esser condotti da un cavaliere agile ed esperto in una danza così vivace
huelle pavele briosa.

Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.

Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.

A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.

In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica. 

E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.

 
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.

UN ALTRO PARERE

"Come detto, avevo appuntato il libro di Huelle sulla mia straripante lista della spesa. Il fatto che fosse su un bordo probabilmente ne ha favorito la fuoriuscita al momento dell’inondazione (last in - first out). Adesso sono intorno a pagina 70 . La scrittura di Huelle è fresca, ironica, densa, intrigante, ci si immerge in una specie di fiume in piena (per rimanere in tema di straripamenti). È uno di quei libri da leggere a grandi dosi, nel senso che sei hai solo quindici minuti (classica lettura da bagno) è meglio che lasci perdere (rischi di rimanere in bagno un paio di ore!). La struttura è veramente atipica. Le lettere immaginarie indirizzate allo scrittore Hrabal, le prove di guida di Huelle, i suoi racconti, i suoi ricordi, costringono il lettore (che di tale costrizione è contento) a trovarsi continuamente su piani temporali o spaziali completamente diversi. Il tutto con una punteggiatura da capogiro (e con pochissimi punti! Immagino il lavoraccio della traduttrice). È un flusso. Huelle non va mai a capo e per chi, come me, non usa segnalibri né tanto meno spiegazza con orecchie il libro, risulta ogni volta difficile ritrovare il punto in cui si era arrivati! La grafica della Voland non si discute, anche io però avrei preferito un’altra immagine sulla copertina al posto della mercedes color “verde marcio”. Ma l’edizione polacca non è migliore: se non sbaglio riproduce una foto del padre di Huelle appoggiato ad una citroen. Ecco, proprio a doverlo fare, un appunto (sto sempre parlando da pagina 70, sia ben chiaro), lo farei alle immagini in bianco e nero riprodotte nel libro. A parer mio nulla aggiungono a quanto scritto da Huelle. Ma, per fortuna, nulla tolgono…"
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postato da: sabrinamanca alle ore maggio 25, 2007 10:27 | link | commenti (26)
categorie: recensioni, libri, letteratura
venerdì, 11 maggio 2007

La vita è altrove

Ho vissuto in sardegna fino a cinque anni fa poi, chissà come e perché, ho preso la decisione di andare altrove. Ciò che intuivo ma che non allora possedevo, erano altri punti vista.

A volte vivere in un luogo ti convince che, non solo non esistano altri luoghi possibili, ma nemmeno altri modi di viverla, la vita.
Come se la tua casa fosse il centro del mondo e proprio dalla tua cucina partissero le direttive che da sempre lo governano e per sempre lo faranno girare.
Vivendo altrove e liberandomi con difficoltà della casa che come una lumaca puntigliosa avevo tenuto ben salda sulle spalle, ho cominciato a comprendere, meglio, a sentire, che c'erano altre possibili interpretazioni della vita che non fossero la mia.

Ogni volta che ritorno a casa, poiché non con la distanza ma con il tempo e la caparbietà me ne sono finalmente allontanata, mi riapproprio di una forte sensazione di appartenenza ma rilevo anche che, per chi mi vede tornare, sono una che non è più in sintonia, una che vive in un limbo, in un altrove irreale.

Buràn     è una magazine letterario on line che seguo dal primo numero ( ora è al secondo).

La peculiarità di Buràn rispetto ad altre riviste letterarie è che va a pescare nel web di tutto il mondo racconti a tema. Ciò che mi attrae e mi stimola in questa rivista, rispetto ad altre, è proprio la presenza di altri punti di vista.

Grazie ad un racconto, che sia più propriamente realistico (nella sezione "il materiale") o meno (ne "l'immaginario"), si riesce a viaggiare e, ancor meglio, a sostare altrove.

Considero questo piccolo viaggio un esercizio utile per rendersi conto di quale e quanta varietà di persone vivano altri luoghi e con essi altri "modi" di vita, ( magari alcuni con la stessa intima convinzione che
il mondo orbiti intorno a casa loro ).

Un piccolo, un minuscolo esercizio alla comprensione, alla tolleranza, al rispetto.
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 11, 2007 11:24 | link | commenti (21)
categorie: recensioni, riflessioni, letteratura, eventi
domenica, 22 aprile 2007

Affinità selettive o diversità elettive?
Ho avuto qualche anno fa una relazione importante ma per me del tutto singolare.
Il sentimento che più l'ha animata è stata la frustrazione perchè per quanto entrambi ci impegnassimo non riuscivamo proprio ad entrare in sintonia.
Ogni gesto anche minimo veniva interpretato dall'uno o dall'altro come un'offesa, una cattiveria gratuita o una mancanza di tatto e di comprensione.
Ogni giorno si trasformava in un banco di prova e raramente ne passava uno senza che avessimo avuto uno screzio o un'incomprensione.

Non eravamo abituati né lui né io a questo genere di rapporto e presto abbiamo cominciato a interrogarci sul motivo di questo agire. Senza capire.
Abbiamo poi proceduto con dichiarazioni d'intenti, d'amore, di stima, ma senza che questa sensazione di disagio si attenuasse.
La storia è finita con la constatazione amara che troppe erano le differenze a separarci e troppo pochi gli spazi condivisibili.

Immagino sarà capitato anche a voi di vivere una relazione, poco importa se fosse d'amore o d'amicizia, di questo genere.

Ve ne parlo perché questo è il difficile rapporto che fa da filo conduttore a
La porta di Magda Szabò in cui la scrittrice analizza in forma romanzata la sua relazione con  Emerenc, sua domestica per un arco di almeno vent'anni.
Queste donne, completamente diverse per estrazione, esperienze di vita e obiettivi si attraggono inesorabilmente per i valori che ciascuna intuisce nell'altra e si fanno la guerra invece per tutto ciò che le allontana.
Emerenc è un personaggio estremamente complesso, come forse solo le persone in carne ed ossa possono essere. E' però allo stesso tempo un personaggio mitologico avendone tutte le caratteristiche: un'età imprecisata, una serie d'esperienze incredibili e diverse, una casa che resta chiusa a qualsiasi ospite per quanto importante e stimato egli sia, un'amore sconfinato e reciproco per gli animali che le obbediscono come ammaliati, un carattere tempestoso e dei principi del tutto originali.
Ma soprattutto, una bontà innata che si irradia in ogni direzione senza "coerenza" e selettività.

Non c'è soltanto questo, c'è molto, molto altro ne La porta.

Di Magda Szabò e dei suoi romanzi si è molto parlato in rete. Troverete delle belle recensioni qui, qui, qui e qui e diversi post nel blog nonsoloproust.

Non mi dilungo oltre, concludo soltanto dicendo che quando ho letto questo libro ho avuto l'intima certezza di trovarmi davanti a un "classico".




postato da: sabrinamanca alle ore aprile 22, 2007 08:55 | link | commenti (19)
categorie: recensioni, riflessioni, libri
martedì, 17 aprile 2007

In famiglia e con gli amici.
Ci sono libri e libri. In questi giorni di riposo forzato ne ho incontrato due molto diversi fra loro e questo contrasto mi ha regalato un gran piacere.


il quadernoIl primo è "il quaderno delle voci rubate" di Remo Bassini.
Me ne sono innamorata alla prima pagina, ma non di quella passione che acceca, che azzera ogni difetto nel desiderio di elevare l'oggetto amato al di sopra delle umane miserie, piuttosto di quel sentimento "intero" che comprende la tenerezza, il rispetto, la compassione e la sintonia nel sentire.
Mi sono sentita a casa, per intenderci.
La storia è quella di un Luca, che tiene un bar in un paesotto del nord Italia. Un bar che in altri tempi e in forma differente è appartenuto al nonno e che suo padre avrebbe invece detestato.
Attraverso Luca ed i personaggi che popolano questo bar e questo romanzo, come in un'altalena cullata con dolcezza, andiamo avanti e indietro nel tempo a ricostruire un passato denso di emozioni e un presente carico di attese.

Luca è un uomo troppo pudico per essere temerario. Il suo passato appare così punteggiato di rimpianti, di gesti non compiuti, di rinunce sofferte ma inevitabili e il bar diventa per lui il rifugio dove leccare le ferite e riprendere le forze per il momento in cui questo pudore finalmente lo abbandonerà.
Luca è circondato da amici. Uomini e donne feriti, come lui, ma con una fame più grande della sua, d'amore, di vita.
Luca da dietro al bancone ascolta, osserva, e nel "quaderno" appunta i pensieri e le frasi importanti, quelle che non si dimenticano, quelle che insegnano a vivere oppure chissà, a morire.
Ma un giorno Luca smetterà di scrivere. Si risveglierà dal torpore per correre il rischio di amare.


La scelta del secondo libro è stata dettata da un impulso. Una veloce lettura della newsletter di Meridiano Zero. Un'amica che viene a trovarmi. Una chiamata, come un'intuizione: potresti cercarmi questi libri?( per la cronaca "lo scommettitore" di Bassini, Abbacinante di
Mircea Cartarescu, Mammifero Italiano, di Manganelli e quest'ultimo).
actarus
Un impulso, si. Perché la riflessione m'avrebbe fatto desistere. Per fortuna ogni tanto mi lascio andare.

Actarus di Claudio Morici è fra le altre cose, uno spasso, e l
a sua scrittura non si può certo definirla classica. Distruggi il male, vai!
La storia è quella di Actarus, pilota  a puntate dell'Istituto, ultimo baluardo della terra nella difesa dai cattivi di Vega.
Actarus vive di Peroni e di poco altro. Fra un combattimento e l'altro vegeta oppure esce con l'unico amico, Alcor, detto Alcol, che preoccupato per il numero di Peroni che il nostro eroe riesce a buttar giù, gli impartisce l'insegnamento che viene dall'esperienza di un ex-alcolista pluri-omicida.
Actarus non chatta.
Il suo passato da adolescente nel pianeta natale, Fleed, gli ricorda che esiste un altro modo di vivere.

Ho detto che questo libro, fra le altre cose, è uno spasso. Beh, "le altre cose" sono una fotografia impietosa e perfettamente a fuoco della nostra società, della follia in cui siamo immersi e di cui siamo complici, di questo mondo di plastica con finestre fittizie che si affacciano su altrettante bugie.
Nel mondo di Actarus non si deve fare il minimo sforzo per riconoscere il nostro.
Sorge spontaneo il sorriso che si affaccia quando riconosciamo noi stessi in qualcosa di estraneo. Un sorriso che si ghiaccia non appena realizziamo quali sono le ragioni di questo riconoscerci.
postato da: sabrinamanca alle ore aprile 17, 2007 10:07 | link | commenti (16)
categorie: recensioni, libri
giovedì, 12 aprile 2007

Mal di pietre, finalmente.

mal di pietreHo atteso tanto di leggere questo testo per rendermi conto, davanti alla "pagina bianca" del blog, che non sono la persona più adatta per parlarne.
Perché queste pagine richiamano un'onda alta di ricordi che mi invade e si sa che il convolgimento non fa un buon giudice.
Così mi trovo davanti ad un bivio: cercare di restare "obiettiva" oppure seguire l'onda e lasciarmi condurre.
Proverò a camminare sul filo.

La narratrice è la nipote della protagonista che ricostruisce la storia dell'adorata nonna attraverso i propri ricordi di bambina e le testimonianze di chi l'ha conosciuta.

La lingua  della narrazione è l'italiano  di una sarda. La costruzione della frase in principio mi turba perché ne avverto il "disordine" della struttura (la mia anima di recensore che si affaccia per tirarmi per la giacca).
Questo italiano dal sapore latino, addolcito da espressioni cagliaritane, non può che cominciare a disegnare uno schizzo che si definirà in un vivido affresco con il racconto appassionato ma sempre asciutto dei luoghi che abitano la vita della donna.

Il racconto comincia nella campagna attorno a Cagliari, dopo i bombardamenti del 1943. La città è oramai deserta, gli abitanti sono sfollati e cercano di sopravvivere come possono nei paesini vicini.

La nonna è un'adolescente che sarebbe "fuori luogo" in qualsiasi epoca si decidesse di farla vivere.
Perché è una giovane appassionata, perché legge la poesia, perché ama decorare i muri con disegni fantasiosi e ricami civettuoli, perché si permette non solo di sognare ma addirittura di desiderare che i suoi sogni si realizzino.
La  nonna quando s'innamora non fa alcuno sforzo per dissimularlo e crede all'amore come ad una fede.
Sarà invece data in moglie ad un uomo che non riuscirà mai ad amare nel suo modo assoluto.
Seguendo i passi degli sposi veniamo condotti per le case della città del dopoguerra, il mercato del pesce che per i cagliaritani è come un tempio, la più bella via della città, la via Manno e poi la montagna di altri luoghi della Sardegna che il nonno spiega "si debbono per forza visitare se si è sardi".
La donna soffre di calcoli renali, mal di pietre appunto, che non le permette di portare a termine alcuna gravidanza e viene inviata in una località termale  "in continente" dove farà l'incontro che le cambierà la vita.
Da quel momento in poi non ci saranno solo la nonna ed il  nonno ma anche "il reduce" che seguiremo nell'italia dell'immigrazione sarda degli anni '50.

Dirvi di più, e ci sarebbe tanto di più nelle centoventi pagine di questo libro, non voglio.

Posso dire però che in queste pagine si compie un viaggio nei luoghi e nel tempo dell'Italia della seconda guerra mondiale e del dopoguerra e ci si affaccia nella vita dei protagonisti di quell'epoca difficile che ci appare ora così lontana e perfino estranea.

Posso dire soprattutto che il personaggio della nonna è uno di quelli che restano dentro come un nodo alla gola, che sfuggono a qualsiasi epoca ma che appartengono ad ogni tempo così come la trasgressione e l' istintiva ribellione ad assurde convenzioni, sempre soffocate e messe al bando dal popolo che vede la libertà come un'estrema minaccia all'ordine costituito.


postato da: sabrinamanca alle ore aprile 12, 2007 09:17 | link | commenti (22)
categorie: recensioni, libri