Ieri notte, dopo aver tramortito e messo a letto la bambolina ho cercato di dare un aspetto accettabile alla cucina, dopo giorni di negligenza (ne basta uno, soprattutto se è L. che cucina). La radio l'avevo ascoltata per tutta la giornata, a ripetizione. Oramai conoscevo tutti i particolari sulla bufala della morte di un giornalista tv data da un'emittente radio "europe 1" e che si era poi diffusa nelle più importanti televisioni rendendo ridicoli tutti coloro che non si erano dati la pena di ri-verificare e i conduttori di emissioni che si erano trovati a doverla annunciare, con la tristezza contegnosa di circostanza. Avevo anche fatto tutti i commenti possibili sulla dietro-front della Francia nell'atteggiamento nei confronti della Cina. Avevo insultato diversi manifestanti cinesi che davano della "puttana" a Giovanna D'Arco e dell'invertito a Napoleone ( e poi dicono che i cinesi non vivono con due secoli di ritardo!).
IL CORO
Si solleva con un gesto lento. I genitali al vento. Le mani ancora tremanti. Contempla il corpo senza vita davanti a lui. Come un’offesa ai suoi occhi. Il suo sbuffare animale comincia a placarsi. Si meraviglia. Come corre la morte. Come una voce che da ordini. Dopo arrivano i dubbi. Ci si interroga. Ci si smonta. La vita è una malattia venerea. La si prende per caso. Con chiunque. Si resta al suo fianco. La si trasmette. La si subisce. E un giorno ne muori. Ecco! Di vita, si muore. Potrebbe giurarlo. Tutti potrebbero creparci, di vita. Per lui è diverso. Lui non è malato. Lo sa bene. Le mie condoglianze
Ha il nome di un fiore ma non é Rosa.
E’ una donna così grassa ma così grassa che quando cade dal letto cade dai due lati.
E’ una donna così grassa ma così grassa che riesce ad essere in due luoghi nello stesso tempo.
E’ una donna obesa con l’aria da “troia di bassa lega”.
E’ Violeta che in una sola frase, lunga più di trecento pagine ci racconta la sua vita fino all’incidente che la vede appesa a testa in giù alla cintura di sicurezza dalla sua auto uscita di strada, in una notte di tempesta in cui solo gli ubriachi e disperati si metterebbero al volante.
E il presente, il passato, gli affetti, si materializzano come nel disegno di un grande artista. Con sapienza, maestria e precisione, Dulce Maria Cardoso traccia le prime linee che delimitano lo spazio per poi concentrarsi sui particolari.
E’ un continuo va e vieni, ci avvicina ai dettagli che ci catturano al punto che vorremmo continuasse, andasse più a fondo perché intuiamo che c’è altro dietro e oltre a quello che ci ha appena raccontato ma proprio in quel momento lei si sposta e lavora su un’altra parte.
La storia che ci ha raccontato nella prima pagina non ha nulla a che vedere con quella a pagina dieci e questa cambia ancora con lo scorrere delle righe e dei capitoli.
I protagonisti di questa vita, i genitori, la sua unica figlia, Dora e poi Angelo, la domestica Maria da Guia, si precisano si dotano di spessore e prendono vita, divengono personaggi a tre dimensioni.
- non potendo comprare tutti i libri di cui sento parlare, come posso discernere, scegliere fra le mille proposte?
Vi dirò perché scegliere questo libro.
Primo, perché “ Le mie condoglianze” è meravigliosamente scritto; la forma che l’autrice ha scelto (in 310 pagine gli unici segni di interpunzione sono delle virgole) la dice lunga sulle capacità dell’autrice, sapendo che questo andare e venire fra un personaggio e l’altro, fra il passato e il presente, invece di confonderci ci affascina e ci fa restare sulle pagine sempre sperando di saperne di più, di ottenere ancora maggiori particolari.
Secondo, perché la storia di una famiglia nasconde e contiene tutte le tematiche della tragedia, quelle che fanno parte visceralmente di noi dalla notte dei tempi e Dulce Maria Cardoso sembra conoscere profondamente la materia che maneggia, l’odio e l’amore, la tenerezza e la crudeltà, la disperazione e la speranza.
Terzo, perché Violeta è uno di quei personaggi che non si dimenticano, e questo è già tanto.
non c’è nulla che il silenzio non uccida
Un walzer con Paweł Huelle
e briosa.
Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.
Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.
A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.
In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica.
E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.
UN ALTRO PARERE
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undulant |
Il primo è "il quaderno delle voci rubate" di Remo Bassini.
Ho atteso tanto di leggere questo testo per rendermi conto, davanti alla "pagina bianca" del blog, che non sono la persona più adatta per parlarne.