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sabato, 12 luglio 2008

Racconti a quattro mani

Qualche giorno fa, sul suo blog, Remo Bassini ha proposto una singolar tenzone letteraria (o pseudo, questo lo vedremo poi) in cui coppie ben o mal assortite (anche questo ai posteri dirlo) si cimenteranno nella scrittura di un racconto breve. Da lettrice attendo di vedere gli sviluppi e  sono curiosissima di leggere i racconti. Da partecipante comincio a pensare a un soggetto e nel frattempo mi faccio del male.
Come?
Per esempio leggendo racconti come questo di Grazia Deledda, tratto da "il fanciullo nascosto"

Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d'un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo 'e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.
- Santone, coraggio, andiamo alla festa - gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza. Continua



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 12, 2008 10:10 | link | commenti (14)
categorie: racconti, eventi, grazia deledda
sabato, 02 giugno 2007

su arteinsieme

un mio racconto

Buon fine settimana.
postato da: sabrinamanca alle ore giugno 02, 2007 13:37 | link | commenti (16)
categorie: racconti
mercoledì, 21 marzo 2007

Donna di campagna


La mia è stata un’infanzia sommersa e devastata di prati inglesi, erano quelli dei telefilm americani, quelli in cui i bambini si rotolano, giocando a baseball, si rincorrono spingendosi per terra senza alcun timore di farsi male, quelli in cui famiglie felici vanno a pic-nicheggiare la domenica e padri premurosi fanno scoprire il proprio nascondiglio a figli e nipoti mentre madri sollecite imburrano e spalmano crema di arachidi su enormi fette di pane bianco.

Avevamo una casupola in campagna e mi ci sono provata con impegno, a riprodurre quelle fantasie nella realtà di un pezzo di terra brulla. Tanto per cominciare l’erba non era compatta e vellutata come quella che ammiravo sullo schermo e a correrci sopra affondavi o rischiavi di perdere la caviglia, a seconda che l’annata fosse stata piovosa o avara d’acqua.

Il secondo problema era ottenere in prestito da mia madre un plaid, una tovaglia o un qualsiasi scampolo di tessuto che potesse assolvere in qualche modo alla funzione predetta; di plaid e tovaglia neanche a parlarne: non le passava per la testa di farmeli riempire di terra e sporcare d’erba, tutt’al più poteva concedermi un telo di plastica o meglio delle buste per la mondezza, da aprire, in questo poteva perfino darmi una mano, così da ottenere dei pezzi più grandi e aumentare la superficie calpestabile.

E così, in certe domeniche d'inverno, mentre lei accendeva il fuoco nel camino e mio padre falciava l’erba, apparecchiavo la mia fantasia, assorta e tutta tesa ad ottenere una riproduzione fedele del mio desiderio.

Qui c’è sempre vento e il vento, si sa, da che mondo è mondo, scompiglia e agita le buste di mondezza, facendole vorticare, stallare per pochi istanti a un metro da terra, per poi tirarsele dietro, per egoismo sterile più che  per necessità.

La mia prima operazione consisteva quindi nella ricerca di pietre ferma-busta-di-mondezza e questa prima difformità rispetto al sogno americano, già mi rendeva irritabile e collerica. Infine, dopo una buona mezz’ora di lavoro attorno  alla piattaforma di plastica, variamente puntellata, potevo cancellare l’amarezza passata e abbandonarmi alla voluttà.

Mi sdraiavo supina cercando un fondo confortevole ma era allora che cominciava il vero supplizio: orde di animali volanti si abbattevano su di me, vorticavano sul mio corpo di bambina, ruggendo minacciosamente, tentando incursioni a fior di pelle, alcuni, temerari, poggiandosi per pochi istanti nei luoghi più difficilmente accessibili.

A questo rumoroso assedio dall’alto si aggiungeva, implacabile, l’assalto delle truppe di terra, costituite per lo più da formiche  a volte coadiuvate da cimici e perfino scarafaggi cornuti, i più pericolosi.

La magia mi veniva continuamente negata e io mi vedevo sempre più distante dall’ idillio, tanto più che mia madre si affacciava alla porta e ridendo mi richiamava – alzati da terra, figlia mia, con questo vento ti stai riempiendo di terra-.

Io mi sollevavo a fatica, spossata dalla fobia per gli insetti e rancorosa verso di lei e le sue nefaste profezie e rinunciavo, ma solo per quel momento: sicuramente ci sarebbe stata una stagione senza vento nella quale avrei avuto ragione del suo malaugurio.

postato da: sabrinamanca alle ore marzo 21, 2007 21:02 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni, racconti
martedì, 20 marzo 2007

strada campagnaAspettando l’uomo
 

La ragazza sedeva sul ciglio della strada.

Ogni tanto scrutava nella distanza da ambo i lati.

- qualcuno passerà.

Un vecchio si avvicinò con passo lento. Aveva due bisacce sulle spalle e si aiutava con un bastone di canna.

- salve.
- buongiorno.

- sto cercando un uomo che dovrebbe abitare nel paese di ...

L’uomo non si scompose.

- che cosa sa di quest’uomo?

- non molto. Dovrebbe avere cinquant’anni circa.

- beh, allora ha qualche speranza di trovarlo. E’ un paese di vecchi, il nostro. La gente se ne va   continuamente a cercare fortuna altrove.

E con un gesto ampio del bastone disegnò la campagna deserta.

- però dovrebbe venire e vedere lei stessa.

- preferisco aspettare qui, grazie.

- buona fortuna, allora.

La ragazza cominciò percepire la natura intorno. Il silenzio aveva un suono diverso da quello di casa sua. La brezza leggera, passando tra i cespugli, come un suonatore li piegava in fruscii diversi. Gli insetti le facevano il solletico e producevano un frastuono che quasi la inebriava.

Non si accorse della donna che si avvicinava. Fu l’altra che allarmata dalla sua immobilità, le sfiorò il piede.

- signorina, tutto bene?

- si, grazie. Mi scusi ma tutta questa calma...mi ero assopita.

La donna posò un cestino che aveva sulla testa.

- un po’ d’acqua? Qualcosa da mangiare?

- ho tutto quello che mi serve, signora. Aspetto di veder passare un uomo che abita in quel paese. Un uomo di circa cinquant’anni. Non so altro di lui.

- beh, vediamo se la posso aiutare. C’è Mario del supermercato, poi il figlio del notaio, ma quello è un po’ tocco, non so se mi sono spiegata. Lei sta cercando un uomo un po’ tocco?

- non ne ho la minima idea, signora. Direi di no, non un uomo strano.

- va bene. C’è un pittore che però si è trasferito qui da poco. Non vive proprio in paese, ci viene per la spesa e una birra ogni tanto. Ora, così, non me ne vengono in mente altri. Sto andando a portare il pranzo a mio marito che lavora un terreno un po’ più avanti. Non è che se ne ricavi granché. Il tanto per vivere. Ci penserò sulla strada e se me ne vengono in mente altri glielo dirò senz’altro.

- grazie.

Sempre sdraiata, lo sguardo contro il cielo, la ragazza fantasticava sui tre uomini. Si sforzava di domandarsi quale di loro stesse aspettando sdraiata sul ciglio di una strada di campagna, ma non riusciva a concentrarsi. Era come se tutti gli elementi intorno a lei la conducessero altrove. Godeva del calore del sole sul corpo, attenuato dalle folate che attraversavano i campi disegnando infinite geometrie di verde. Le mani si misero a scavare distrattamente il terreno. Affondarono sino a sentire l’umido. Un odore intenso e muschiato si levò a quel contatto.

Il cielo si oscurò per un attimo.

- dovrei proprio andare nel paese di... e trovare quell’uomo. Perché aspettare ancora? E’ da così tanto tempo che sogno di questo momento e ci sono così vicina. Ora mi alzerò senz’altro. Devo solo concentrarmi.

Il sole riapparve fra le nubi, prima timido, infine vittorioso.

La ragazza si sforzò di tenere gli occhi aperti. Tutti i muscoli si tesero a sollevare il busto.

Poi, di colpo, cedette. Si abbandonò. Con il corpo appianò il terreno su cui era distesa, come per prepararsi al sonno.

Quindi si sistemò sul fianco e smise di aspettare.

 
 
 
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 20, 2007 10:49 | link | commenti (9)
categorie: racconti
giovedì, 08 febbraio 2007

L’albero dell’amore

(Chi non conosce la meraviglia non può raccontarla)

 

Emma salì sulla grande quercia di primo mattino.

Era il suo nascondiglio preferito quando non voleva andare a scuola.

Maria ci passava e ripassava sotto gridando il suo nome con quell’accento buffo, poi sospirava rassegnata.

Solo dopo alcune ore Emma si decideva a scendere e attraversare il boschetto e,  giunta nelle cucine di casa si faceva promettere di non parlare con i genitori di questa ennesima vacanza che si era presa, dalla scuola, dalla badante filippina e dalla vita.

Dall’alto della sua postazione il mondo prendeva un altro aspetto. La villa era meno imponente, la città meno grigia e minacciosa e il cielo a portata di mano.

Sul tronco, in basso, Emma aveva inciso le sue iniziali e un cuore. Era per Luigi, il compagno di banco. Fantasticava di vederlo passare là sotto e mettere le iniziali accanto alle sue, dentro al cuore.

 

Quel mattino i due innamorati si sistemarono all’ombra del suo albero.

Avevano un cesto da picnic e un grande telo a fiori.

Emma si rese conto con orrore che non sarebbe più potuta scendere per far pipì o pranzare.

I colombi disposero le vettovaglie sul telo e presero a mangiucchiare e abbracciarsi.

Si baciavano con la bocca aperta e infilavano le mani sotto ai vestiti, sospirando.

Poi si misero nudi e cominciarono a muoversi l’uno sull’altro gridando come animali.

Emma scoppiò in lacrime.

I due si arrestarono di botto e l’intravidero fra il fogliame. Si rivestirono rapidi e la pregarono di scendere ma Emma terrorizzata non sentiva ragioni.

Infine il ragazzo s’arrampicò fin sul ramo dove la bimba stava accovacciata e tentò di calmarla.

- Non facevamo nulla di male, sai. Siamo innamorati. La vedi laggiù la mia ragazza? Vedi come ti sorride? Non le ho fatto mica del male. Davvero. Ora scendi che così ci racconti del tuo fidanzatino: sono sicuro che ne hai già uno. O mi sbaglio?

Emma respinse la mano che il giovane le porgeva.

Lesta, si lasciò scivolare lungo il fusto fino a terra.

Si sistemò infine il vestitino sgualcito e con passo sprezzante si allontanò dalla scena non prima di proferire quello che aveva il sapore di un proclama definitivo:

- Se questo è l’amore, rinuncio.

postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 08, 2007 11:00 | link | commenti (10)
categorie: racconti
lunedì, 22 gennaio 2007

Il prurito

Valeria chiuse la porta dietro di sé e cominciò a camminare.
Andava a passo circospetto, le gambe leggermente divaricate e una sofferenza acuta sul volto pallido.
Ogni tanto rallentava e poggiava una mano contro un muro, poi, con un gesto rapido si sistemava i pantaloni sulla vita e il cavallo.
Ogni volta che si imbatteva in un gradino, vi si sedeva, le gambe ben piegate, le ginocchia al petto, e vi si dondolava per un po'. Allora la sofferenza cedeva il posto ad un'espressione di piacere intenso che però non durava che qualche istante.
Riprendeva allora ad avanzare per poi fermarsi al gradino successivo.
Giunse a casa di Riccardo in un tempo che giudicò biblico.
Prima di suonare s'aggiustò gli abiti e provò un sorriso cordiale. Si, poteva andare.
L'uomo le aprì la porta con un' evidente espressione di piacere che si gelò non appena riconosciuta sul volto di lei la causa del pallore.
- Oh no, Valeria, dimmi che non sei venuta per Quello, ti prego!
- Sei il mio migliore amico e da chi potevo andare!
Lui sospirò, quindi le mostrò la strada sospingendola dolcemente all'interno.
- Vieni, siediti. Mi sembri sul punto di svenire.
La donna avanzò verso il salone dove troneggiava un canapé rosso fiamma.
Si sedette piuttosto su una sedia rigida. Sulla punta.
- Ti offro qualcosa da bere, cara?
- Un succo d'ananas, se ne hai, grazie.
- Che domande, sai a memoria che lo tengo per te.
Valeria vuotò avidamente il bicchiere, poi attaccò con voce lamentosa
- Lo sai quanto ci ho messo questa volta per arrivare a casa tua? Quaranta minuti, quando in tempi normali  mi ci vuole un quarto d'ora, e neanche! Ma ti rendi conto? Questa storia dei gradini poi, sta diventando un'ossessione. Oggi sono perfino passata per piazzale Matteoti. Lì posso fare almeno tre soste.  Mi proporrò come nuova icona per la pubblicità dei biglietti Gratta e Sosta. Chi più credibile di me?
- Sono certo che ti prenderebbero subito, bella come sei. A proposito, uomini all'orizzonte?
Valeria scoppiò in un riso nervoso che si esaurì bruscamente. Asciugò una lacrima sul bordo degli occhi.
- Da quando? Dalla settimana scorsa, vuoi dire? Ti sembra che se ci fosse un uomo all'orizzonte non te ne avrei già parlato e soprattutto, credi che sarei qui, ad implorare il tuo aiuto?
Riccardo si levò in piedi e cominciò a misurare la stanza con passi nervosi.
- Davvero, Valeria. Questa storia deve finire. E' imbarazzante oltre che ambigua. Ma è possibile che tu non riesca a rimediare uno straccio d'uomo, nemmeno per una scopata-lampo?
- Lo sai che non sono il tipo. Non potrei mai. Io non riesco a darmi così, al primo che incontro!
- E invece dovresti. Dovresti prendere la vita meno sul serio, scherzare un po', godertela insomma. Da quanto tempo è che avete rotto tu e Gianni? Un anno e mezzo? Beh, dovresti davvero girare pagina. Ecco, proprio così. Punto e a capo. Ri-co-min-cia-re, mi segui?
- Hai ragione, lo so, lo so. Ma è che dopo Gianni tutti mi sembrano così insulsi...
- Non dire idiozie. Gianni è un uomo davvero speciale. Non siamo cresciuti tutti e tre insieme, del resto? Ma dire che non ce ne siano altri! Questa, scusami, non sta né in terra né in cielo!
- Senti, Riccardo, ti prometto solennemente che farò qualcosa in proposito. Mi iscriverò su Meetic, ecco che farò. Non ti sembra un' idea geniale? E vedrai che troverò qualcuno prima della fine del prossimo trimeste. Giuro!
- Ti voglio credere, perché io invece ti giuro che questa è l'ultima volta!
- Va bene, va bene. Siamo d'accordo.
Riccardo le si accostò e l'abbracciò con tenerezza. Poi le indicò il divano.
Valeria cominciò lentamente a levarsi gli abiti.
- Ho persino comprato un nuovo corsetto e le giarrettiere, vedi? Volevo che il completo si abbinasse al colore del canapé.
- Benissimo Vale. Ora però spogliati che altrimenti perdo la concentrazione.


Valeria gli schioccò un bacio sulla guancia.

- Grazie. Sei stato formidabile. Per un paio di mesi dovrei stare tranquilla. Sei davvero un amico.
Riccardo le sfiorò il viso con una carezza.
- Vai, ora. E cerchiamo di non peccare più!


Valeria si vestì rapida, poi lasciò l'appartamento con un gesto di saluto per Riccardo che dormicchiava. Sempre dopo l'amore.

Scese le scale a piedi, quindi a passo di gazzella si diresse verso casa.
Dodici minuti! Questi erano tempi da record. E del resto questi erano sempre stati i suoi tempi prima che sopraggiungesse quell'orribile prurito.
Che fosse una ninfomane, cosa di cui Gianni era arrivato ad accusarla negli ultimi tempi, era oramai categoricamente escluso. Lei, una ragazza di così sani principi!
Una malattia, ecco quello che la affliggeva.
E una malattia come la si affronta, se non curandola?



 


postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 22, 2007 10:14 | link | commenti (9)
categorie: racconti
martedì, 26 dicembre 2006

utero

   Ti spiego il natale



  • Ciao!

  • Aaaaaahhhh, che cos'è?

  • Calma, calma, non c'è bisogno di farsela sotto, non sono mica un fantasma!

  • Ah, no? E chi diavolo sei?

  • E' una lunga storia...

  • Beh cerca di farla breve che io non ho tempo da perdere.

  • Non sei gentile.

  • Non è questione di gentilezza, è che ho solo qualche ora, dopo di che devo andar via.

  • Vai fuori.

  • Per l'appunto. E tu come lo sai?

  • Perché io sono qui per questo.

  • Come sarebbe?

  • Sono qui per te, per guidarti nel viaggio.

  • Beh, a guardarti bene non sembra che tu abbia qualcosa da insegnarmi e poi scusa, ma chi sei?

  • Non noti nulla di particolare in me?

  • Beh, no. Sei più grande di me. Hai un naso...importante. Scusa la franchezza ma sei tu che me lo hai chiesto.

  • Non noti nient'altro? Non vedi una certa somiglianza fra noi?

  • Me e te? Vuoi scherzare? Non credo proprio! A dire il vero però non ci sono specchi qui ed inoltre tu sei il primo essere che incontro, come dire, di persona. Dici che ti rassomiglio?

  • Di sicuro c'è un'aria di famiglia. Io però ho preso i colori di lei mentre tu sei più scura, come lui.

  • Di lei, di lui?Di chi parli?

  • Beh, è lei che ti ha ospitato per tutto questo tempo.

  • Si, si. La sento spesso parlare con un tizio,lui, immagino, anche se a volte fatico a capire perché parlano a voce bassa e in una lingua che non conosco bene.

  • Beh a dire la verità non parlano piano, da queste parti la gente ha un po' la tendenza a gridare. Quando sarai fuori capirai che intendo.

  • Ho un po' di paura, sai. Qui, tutto sommato, non è male. Mangio a sufficienza, dormo parecchio anche se i vicini non sono esattamente quello che si dice gente discreta; l'unico inconveniente è una certa limitazione della libertà di movimento. Devo ammettere che questa sistemazione comincia a andarmi un po' stretta.

  • Vedrai, fra qualche ora ti troverai in un posto come non ne hai mai visto. Enorme, pieno di luce...

  • Aspetta, aspetta. Che vuol dire pieno di luce?

  • Intendo dire che qui c'è buio, riusciamo appena a intravederci, noi due, mentre quando uscirai...uff!Anzi, ti consiglio vivamente di tenere gli occhi ben chiusi perché la luce è accecante.

  • Va bene, farò così. Tengo gli occhi chiusi e poi?

  • Poi ti tireranno per le gambe. Mettiti subito a piangere, non esitare nemmeno un secondo, altrimenti te le daranno di santa ragione.

  • Che strana cosa. Sono violenti là fuori?

  • No, però bisogna mettersi nei loro panni. Hanno risorse intellettuali modeste e nessuna capacità ad apprendere dall'esperienza.

  • Capisco, sono un po' sprovveduti. E del resto, se non sono abituati...

  • Dovrebbero esserlo visto che da millenni si trovano nella stessa situazione ma a volte, non so, sembrano un po' gretti e campanilisti.

  • In che senso?

  • Nel senso che devi fare tutto a modo loro, parlare la loro lingua, seguire le loro regole, essere uno di loro, altrimenti proprio non ti capiscono. E' questo che ti insegnano dal primo momento. E se tu non ti adegui rapidamente, beh, sono guai.

  • Sai che non ho tanta voglia di uscire alla fine.

  • Non mi fraintendere, fuori non va poi così male e con il tempo troverai il tuo posto e la libertà. Ma non ti nascondo che è una gran fatica. Dipende poi anche dai tuoi ospiti.

  • Vuoi dire il tizio e la tizia che sento sempre parlare?

  • Si. Sono loro ad esser stati incaricati di educarti alle regole del mondo di fuori

  • Capisco. Tu li conosci da molto?

  • Da un paio d'anni.

  • E allora?

  • Non sono niente male, ti dirò. Affettuosi. Entusiasti di intraprendere questa nuova avventura. Si sono perfino preparati con coscienza a tradurre la nostra lingua e le differenze culturali che ci separano da loro. Hanno una mentalità aperta, direi.

  • Tutto bene, allora?

  • Non proprio. Bada che non ti voglio spaventare ma là fuori è tutto un altro mondo. E non basterà un anno o due per adattarsi. Ti ci vorrà molto più tempo.

    Per l'esattezza, tutto il tempo.

    Ed ogni volta che penserai che ce l'hai fatta, che hai capito tutto, ci sarà sempre qualcuno pronto a sostenere il contrario.

  • Parliamo di cose belle adesso. Spara!

  • Beh, ce ne sono tante, credimi. Per cominciare, quando vai fuori ti parcheggiano in una stanza piena di gente come te che urla e schiamazza. Ti costringono a letto e ti mettono in bella mostra come una vacca alla fiera davanti ad un vetro pieno di esseri enormi che ci si spiaccicano contro, sbracciandosi. Ti fanno uscire tre quattro volte al giorno e ti portano da lei per mangiare. Il cibo non è male, soprattutto se lei ne ha di suo.

  • Lei come si chiama?

  • Chiamala mamma.

  • Come?

  • Mamma.

  • Mmmmama. Che nome stravagante! E lui?

  • Papà, papi o babbo.

  • Ho paura che mi ci vorrà un bel po' di tempo prima di poterli pronunciare questi nomi. E io che credevo che il gaelico fosse duro da mandar giù...

  • Non ti preoccupare. Tanto per cominciare, in tutto questo tempo hai già assimilato le nozioni base. Altri pochi mesi e vedrai che così, da un giorno all'altro, saprai parlare perfettamente o quasi. Come andare in bicicletta!

  • Che cosa? Biclicetta?

  • Niente, niente. Vedi come è facile lasciarsi prendere? Anche io che pure conosco perfettamente il tuo stato mi lascio trascinare. Pretendo che tu capisca cose...beh lasciamo perdere.

  • Non prendertela. Non mi son mica offesa.

  • Lo so, lo so. Ma, come ti dicevo, questa è la parte più difficile. Così sarà anche per i tuoi genitori. In teoria è tutto chiaro e semplice. La pratica invece...

  • Scusa se puntualizzo. Genitori che parola è?

  • Ah si, non te l'ho detto. I genitori sono i due tizi, mamma e papà o babbo o ecc. ecc., che si occupano di te.

  • Va bene. Non è poi così difficile. Tu me lo dici e hop! Io capisco al volo. Del resto sai, quando si è così giovani il cervello è come una spugna. Altrimenti non avrei imparato il gaelico in tre mesi!

  • Dunque, dove eravamo?

  • Eravamo al fatto che ti avevo chiesto di raccontarmi qualcosa di bello e tu invece hai messo giù una sfilza di problemi e inconvenienti e fastidi...

  • Abbi fede. Sto cercando di prepararti al peggio perché tu possa goderti il meglio.

  • D'accordo. Continua pure.

  • Ti dicevo, dopo questo inizio abbastanza deludente, finalmente andrete a casa.

  • Casa?

  • Il posto dove vivrai quando starai fuori di qui. Casa vuol dire però molto altro. Per esempio, un posto dove stai a tuo agio, dove ti senti padrona e libera di fare quello che vuoi.

  • Va bene. E una volta lì, che succede? Mi danno una stanza, degli orari e le chiavi?

  • Mi sembra un po' presto per le chiavi, soprattutto non credo che le sapresti tenere in mano!

  • Si può sapere che c'è da ridere così...sguaiatamente?

  • Scusami, è che immaginarti sullo stipite della porta con le chiavi in mano mentre rassicuri tua madre che non farai tardi, tu, in quello stato...

  • Ma di quale stato parli. Io sto benissimo. Sono in perfetta forma.

  • E' che lì fuori devi anche camminare con le tue gambe, se vuoi andar da qualche parte. Devi lasciar passare almeno, diciamo, quattordici anni prima di poter uscire da sola.

  • Quattordici anni? Ma sei uscita di senno? Meglio morire. Quattordici anni è più di un'eternità. Che cosa farò nel frattempo, eh? E questa storia di camminare che sbandieri non sarà poi più difficile che imparare la lingua. Dammi tempo un anno e ne sarò perfettamente in grado, te lo assicuro.

  • Camminare con le proprie gambe è un'espressione per dire che devi dare ai tuoi genitori l'impressione che sei una persona matura, che non si caccia nei guai.

  • Ma sei ammattita? Mi parli come se fossi una neonata. Beh, perché fai quella faccia, che ho detto? Per favore, parla!

  • C'è qualcosa che ancora non ti ho detto: qualcosa di delicato. In effetti quando uscirai fuori dimenticherai tutto quello che sei ora, qui dentro. Per la precisione dimenticherai tutto.

  • Cosa? E perché diavolo dovrei?

  • Perché è così che funziona. E' una nuova vita e tu non devi portare con te dei retaggi della precedente perché anziché aiutarti, essi ti sarebbero d'impiccio.

    Credimi, è così. Ti resteranno sensazioni, intuizioni, in una parola l'istinto. E all'istinto devi ancorarti con forza, perché in lui c'è la tua essenza.

    Vedrai delle cose che non capirai, che ti parranno illogiche e crudeli. Vedrai come la gente costruisce dei modelli di società ingiusti ed egoisti per rassicurarsi. E' allora che l'istinto ti rivelerà chi sei. E ritrovare la certezza che possiedi in questo momento, la precisa coscienza di te, dei limiti di spazio e tempo che occupi ora, sarà la tua salvezza.

  • Ricapitoliamo: se ho ben compreso, quando verrò fuori da questa sacca, non saprò parlare né camminare, mi tireranno per le gambe, se non piango subito mi riempiranno di botte indi, mi segregheranno per quattordici anni. Che altro ancora? Ah, non ricorderò nulla di me, quindi immagino nemmeno dei tre mesi in cui mi sono uccisa sopra alla grammatica di gaelico, di te, di questa conversazione. Ho dimenticato qualcosa? Hai altre simpatiche novità da raccontarmi perché io possa fremere di desiderio all'idea d' uscire di qui?

  • C'è molto di più, cara. Molto di più per cui vivere là fuori. Ci sono le carezze di tua madre, i baci di tuo padre. L'adorazione dei nonni che ti farà credere d'essere un dio. C'è la compagnetta dell'asilo che per prima ti sceglierà come amica e ti regalerà un disegno fatto da lei. C'è il ragazzino più scaltro della classe di cui ti innamorerai follemente. C'è un mondo di emozioni violente che si imprimeranno nel tuo cuore con caratteri di fuoco. C'è tutto ciò che ti è permesso di vivere fino a quando ti sarà permesso di viverlo. Il dolore che spezza il respiro, il sentimento che piega la logica, l'amara disillusione che la fiducia procura. Imparerai a parlare e camminare presto ma quante volte ti sembrerà d'aver dimenticato, di non poter compiere un solo passo in più né di dire quella parola che libera, che rende più leggeri. Andrai avanti oppure no, questo non mi è dato di saperlo, è una tua scelta. Lotterai ogni minuto per la tua libertà, ed ogni grado conquistato ti farà sentire più instabile e più sola. Ma non sarai sola, te lo assicuro. Sarai te stessa.

  • Non è che abbia afferrato bene, anzi, ad esser sincera, non ci ho capito proprio nulla. Solo, dal modo come parli, sembra tutto così intenso ed emozionante.

  • Lo è, credimi.

  • Ma scusa, c'è qualcosa a cui proprio non riesco a dare un senso. Te. Chi sei, che ci fai ancora qui, come fai a ricordare dell'uno e dell'altro mondo? E perché mi somigli?

  • Sono tua sorella. Ho vissuto là fuori una sola settimana. Ho passato il tempo dentro ad una piccola sacca, quasi come questa dove sei tu, ora. Mi è stato però concesso di vivere nei due mondi nello stesso tempo ed ora sono libera di esplorare, andare e venire, godere a mio piacimento delle due vite. Ogni volta che mia madre, tua madre, pensa a me, sento la sua carezza delicata, ogni volta che mio padre ripete sottovoce il mio nome, è un bacio che mi infiamma le guance.

    La vita là fuori e anche questo, sai. Può finire così, da un momento all'altro, senza avvisare.

  • Quindi tu sei mia sorella. Che strana sensazione mi fa, averti così vicina. Ma poi ti dimenticherò, l'hai detto tu stessa. Perché? Io non voglio.

  • Oh, non ti preoccupare cara, non corri alcun pericolo. Io ho vissuto, sono esistita, e questo non sarà mai dimenticato. Ti parleranno di me, con infinita tenerezza e con rimpianto. Mi vedranno in te, confonderanno forse i nostri nomi. E poi l'istinto, lui troverà il modo di riportare alla luce questi momenti, queste parole fra noi.

  • Mi spiace davvero che non possiamo continuare a chiacchierare. Ho un peso sullo stomaco, come se il momento fosse giunto.

  • Stai tranquilla, per qualche istante ancora, mentre esci di qua, il mio ricordo ti seguirà, perché non ti spaventi troppo. Poi tutto andrà per il meglio.

  • Va bene, va bene. Ora vado però, mi sento spingere verso il basso. Dio che contrazione!



Allora, prima di tutto, la respirazione, come ci hanno insegnato al corso          pre-parto.

Contare, inspirare, espirare. Aspettare. Contare, inspirare, espirare...

Ma che cavolo fanno? Oddio stanno tagliando la sacca proprio sul fianco. Questo     mica me lo aveva detto mia sorella. Che maleducata, non ho chiesto nemmeno il     nome. Ahh, dio che luce!

Ci siamo. Tre. Due. Uno. E soprattutto Piangereee



testo di sola lettura. Tutti i diritti sono riservati a L. S.

postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 26, 2006 10:27 | link | commenti (6)
categorie: racconti
giovedì, 21 dicembre 2006

Racconto di Natale

(solo perché hai visto un morto...)

 

barbone_1

Da quando ho dei ricordi, ricordo di aver abitato questo quartiere.

Da quando mi hanno permesso di uscire da solo ho percorso sempre le stesso tragitto.

Da casa tutto dritto, al semaforo a sinistra e poi sotto il tunnel.

Sopra il tunnel ci passano i treni che vanno in periferia e due linee di metrò.

Al di là del tunnel c'erano le scuole, il supermercato e il cinema.

Ora c'è anche un bel centro commerciale. Dico bello perché hanno conservato le vecchie rotaie di quando ancora ci passavano i treni, e i locali della stazione dove prima arrivavano le merci dall'est del paese. C'erano depositi per vini e granai, la mescita e la vendita delle merci al minuto.

Non è una gran magia passare sotto al tunnel: c'è un fracasso infernale di auto e di treni, un odore di malattia contagiosa, e tutto è impregnato del marron dell'inquinamento.

Dentro al tunnel si fermano spesso dei barboni ma dopo poco vanno via perché quello non è posto nemmeno per loro.

Uno però ci si è fatto la casa e ci ha abitato per degli anni.

Ci aveva messo un divano a tre posti, una libreria bassa, un tavolino, basso anche lui, e uno scaffale a cassetti, in ferro.

C'erano anche coperte, barattoli di latta senza l'etichetta, bottiglie di ogni genere e poi dischetti di computer, mi chiedo ancora che ne facesse, un animale di di stoffa, troppo sporco e menomato per capire di che razza, e dei fiori di plastica, margherite con i petali arancio.

Lui, lo vedevo tutti i giorni, la mattina o la sera, a letto a dormire o seduto a mangiare.

Era quasi sempre solo ma a volte aveva ospiti che si fermavano per una notte o dei mesi.

A volte era sobrio, a volte fradicio. A volte ramazzava la casa e piegava la coperta. Riponeva tutto sopra mobili e metteva le margherite di plastica dentro al collo di qualche bottiglia.

Russava, ne sono certo.

Io gli passavo davanti solo o con gli amici e ogni volta mi divertivo a commentare, oggi abbiamo ospiti, oppure, è giorno di grandi pulizie o ancora, alle undici ancora a letto, che poltrone!

Non ci siamo mai salutati ma avevo l'impressione di conoscerlo. Tanto che, quando non lo vedevo per alcuni giorni mi preoccupavo ma subito mi mettevo il cuore in pace, sarà in vacanza a Nizza o a fare la settimana bianca, ridacchiavo fra me.

Dieci anni fa, la mattina di Natale, passai sotto al tunnel per andare dal fioraio.

Davanti a casa sua c'era parecchia gente e la polizia. Aspettavano un'ambulanza ma era chiaro, a tutti loro, che oramai non c'era più nulla da fare.

Io l'avevo visto in quell'identica posizione non so più quante volte. Era la sua posizione favorita.

Non credetti che fosse morto sino a che l'uomo dell'ambulanza non gli ebbe coperto il viso con un lenzuolo e non lo caricarono sopra alla barella con la grazia che si riserva a qualcuno che è morto per davvero e che, neppure allora, suscita tenerezza.

Il giorno dopo non c'era più nulla sotto al tunnel tranne il mio mazzo di fiori.

Non vidi più nessuno stabilirsi là sotto  per più di una notte.


Per qualche tempo mi considerai una merda, poi considerai tutti delle merde.

Poi dimenticai.

Solo, ogni Natale diventavo intrattabile.

Durante tutti i preparativi non facevo che pontificare sull'assurdità di tutto quello sperpero, mi rifiutavo di ricevere e fare regali e me ne stavo in silenzio quando non potevo star solo.

Mio fratello mi dava del deficiente, mia madre tentava di sedurmi con il cibo ma in fondo era orgogliosa di me.

Gli amici mi tentavano di tutto per risollevarmi l'umore. Le lusinghe, le minacce. Poi mi lasciavano perdere, accontentandosi di un “esagerato, solo perché hai visto un morto a Natale...”.


Quest'anno le cose parevano cambiate.

Parevano.

Ieri mattina, la vigilia, mentre tornavo dal centro commerciale con sacchi e pacchi, l'ho visto sotto al tunnel.

Non assomigliava per nulla al morto, questo no, ma aveva qualcosa nel modo di fare, qualcosa che mi diceva che anche questo qui si voleva mettere comodo.

Ho fatto finta di nulla. Sono passato di là nel pomeriggio. Era ancora lì ma con lui c'erano un materasso ed un sacco.

Di notte non ho chiuso occhio. Sarà stata l'abbondanza della cena, sarà stato il vino che ha innaffiato abbondante la venuta del bambinello, ma nella testa avevo solo le immagini dei due barboni che si confondevano ad un puzzo di alcool come di morte.

Stamattina, presto, sono andato sotto al tunnel.

Lui dormiva.

Sono rimasto lì a guardarlo per un pezzo.

Poi si è svegliato e s'è allarmato di vedermi assorto in sua contemplazione.

S'è messo seduto e ha cominciato a borbottare una lingua lontana.

Allora non so che mi è preso.

L'ho tirato su e coperto di botte.

Non so per quanto tempo.

Alcuni passanti mi hanno bloccato ed è arrivata la polizia.


Ho esagerato, lo ammetto.

Non ho spiegazioni né scuse.

Dico soltanto che non si può cambiare la vita alla gente, così, senza chiedere il permesso.






postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 21, 2006 15:07 | link | commenti
categorie: racconti
lunedì, 18 dicembre 2006

    

   
Dall'altra parte

bambinaMio padre, bambino, guardava salpare le navi dal porto.
Minuto, tra giganti ferragliosi, sedeva sul molo e seguiva la bava bianca che a sbuffi sortiva dal camino di quelle scatole maldestre.
Con l'indice disegnava il cielo fino a dove lo sguardo gli permetteva; poi la fantasia.
Vedeva i due blu confondersi all'orizzonte e s'immaginava su di una piccola barca, blu anch'essa, invisibile al mondo.


Mia madre s'arrampicava agile sino alla cima dei meli.
Gli uccelli fuggivano in un fruscio ruvido mentre la lumaca proseguiva il suo cammino bianco tra il fogliame.
Con una manina reggeva un sacco, con l'altra s'aggrappava al tronco, sicura.
Si sporgeva ogni volta più in là, verso il frutto più rosso.
Svelta, le gridava mio nonno.
Ma un'attimo se lo concedeva, per guardare dall'alto il cielo pallido che bordava le campagne, segnava i contorni delle fronde e ondulava le colline.

Più in là, altre piccole mani afferravano bambole e non frutti da vendere al mercato.
Bambole con occhi blu, di cielo.


E io che potevo fare?
Che può fare la figlia di tanta nostalgia?
Una valigia in mano, andai dall'altra parte.

Non feci a tempo a dire a mio padre che il blu non è che lo spessore del desiderio.
Non feci a tempo a dire a mia madre che dovunque i bambini raccolgono mele sui rami alti.
Non feci a tempo a capire che non esiste "dall'altra parte".

postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 18, 2006 09:50 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, racconti
venerdì, 24 novembre 2006

Piccoli suicidi senza movente

III

Dicono che la gente si mette insieme per salvarsi.

Noi ci siamo incontrati per morire.

Per qualche tempo ci siamo pure permessi una smodata euforia.

Siamo talmente male in arnese, ripetevamo ridendo, che potremmo vincere il premio Bukowski!

Ode al vino che mai tace

e del nostro olezzo si compiace

Versi rabbiosi, senz'altro talento che qualche sprazzo di lucidità.

Io ero quella delle poesie, lui preferiva i testi lunghi.

Non si vive di letteratura, non se ne muore.

Si muore di un mistero.

Di una bestia puzzolente ben nascosta nelle pieghe della sofferenza.

Di una bestia personale.

Io avevo la mia, lui la sua.

Sono bestie intelligenti.

Non si fanno scrupoli di andare contro tutti coloro che le minacciano.

Temono l'amore come il diavolo il crocifisso.

Ti lasciano libero quel tanto che serve a farti credere padrone di te.

Ma se superi il limite, ti azzannano senza pietà.


Io ero quella delle poesie, dicevo. O piuttosto, cameriera il fine settimana e riordinatrice di scaffali nel reparto abbigliamento di un centro commerciale, la notte. Un lavoro emergente. Lo so. E' cominciato quando la gente ha preso gusto alla moda anglosassone di gettare per terra tutto quello che non compra.

Esempio: vedi un maglioncino di un bel verde mela. E' piegato e non ti rendi conto che ha le maniche corte. Una volta scoperto l'inganno, invece di rimetterlo più o meno come l'hai trovato o semplicemente poggiarlo sullo scaffale, no, tu lo schiaffi per terra. Con una certa soddisfazione.

Mi domando se è stato dopo aver accettato questo lavoro che ho cominciato a domandarmi se valesse la pena di vivere in un mondo così. Un mondo dove un maglioncino a maniche corte verde mela, non ha diritto ad alcun rispetto.

Le poesie, a dire il vero, non erano state una mia idea. Avevo vinto il primo premio di composizione poetica, in terza media, e il preside aveva detto a mia madre, che singhiozzava senza dignità, ha la stoffa del poeta sua figlia, mi creda.

Temo d' aver considerato, dalle lacrime di mia madre fino agli occhi di tutta la scuola puntanti su di me, che quella fosse la missione della mia vita, e il soprannome di Dante che mi affibbiarono da quel giorno e le strigliate di mia madre per trovarmi un lavoro, molti anni dopo, non sono bastate a distogliermi.

Avrò scritto si e no cento poesie. Tutte “dimenticabili”.

Lui mi dice che il suo poema sono io e mi cita nomi di donne che non hanno mai scritto niente ma che sono state essenziali all'arte di chi le ha conosciute.

Io non mi posso più accontentare.

E' troppo tardi.

Lui scrive di tutto. Giornalismo, teatro, romanzi. I monologhi comici sono la sua specialità.

Per gli articoli prende cento euro a pezzo, per i romanzi anche mille, dipende dalle pagine, e per il teatro medaglie.

Quest'estate il suo monologo sui mille usi del sorriso ebete, è stato un vero trionfo. L'attore ha fatto il colpaccio ed è stato ingaggiato da una compagnia che conta. L'autore, lui, si è beccato una coppa.

Quando è salito sul palco io piangevo che sembravo mia madre il giorno del mio premio, ma non di gioia. Mi faceva una tale pena che l'avrei ammazzato in quell'istante. Se solo avessi avuto un fucile, gli avrei tirato una schioppettata, sonora, per farlo uscir di scena nel frastuono, che di silenzio ne avevamo già abbastanza.


L'estate è appena finita e l'euforia lo è da un pezzo.

Non è l'amore quello che manca.

E' una via d'uscita.

La bestia ci ha rosicchiato il cuore, poco a poco.

Abbiamo detto entrambi, mi piacerebbe.

Abbiamo detto, se.

Ma abbiamo usato il condizionale passato e quando ce ne siamo accorti non si poteva più tornare indietro.

Ci restava solo una cosa da fare e l'abbiamo fatta insieme.

Prima però, siamo andati al comune e ci siamo sposati.

L'unica ridicola vendetta contro le nostre bestie personali.









postato da: sabrinamanca alle ore novembre 24, 2006 13:47 | link | commenti (2)
categorie: racconti, suicidio