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martedì, 22 luglio 2008

Y Gelli

hay 4







Era l'autunno del 2003 e io vivevo in Inghilterra o per meglio dire, a casa di mio cugino, perché da lì raramente mi schiodavo, da tre settimane.
Ero partita con una sensazione di trionfo che si era molto scolorita di fronte a quella lingua che non capivo, quella gente che correva come un cavallo condotto a suon di frusta, quella pioggia pedante che appiccicava un grigiore denso un po' ovunque. Mio cugino ripeteva, esci, reagisci, trovati un lavoro, fai qualcosa, e io facevo qualcosa, leggevo e dormivo.
Un venerdì sera mi fa, c'è un mio caro amico, Marc, che affitta una macchina e va con un paio d'amici nei dintorni di Londra, vorresti andare con loro? Io dico subito di si, magari Marc si rivelerà essere l'uomo della mia vita!
Marc si rivelò essere uno spilungone di quasi due metri, magro come un gancio d'appendiabiti, bianco come una tovaglia bianca dopo una giornata di ammollo nell'omino bianco, e timido che io in confronto parevo Moana Pozzi nei suoi spettacoli per militari.
Marc era, è, australiano, così come i suoi amici. Con un accento davvero australiano. Le poche speranze che avevo di capire qualcosa di ciò che mi dicevano si persero dunque in un battito d'ali.
Ci mettemmo in macchina di mattina presto e partimmo. Io ero comunque elettrizzata, finalmente avrei messo il naso fuori dalla città e visto qualcos'altro di questa Inghilterra!
Per delle ore paesaggi diversi si susseguirono sotto ai nostri occhi, sempre accompagnati da quella pioggerella puntigliosa che a un certo punto quasi si dimentica.
Ma ecco che all'improvviso mi ritrovai altrove. In luoghi che avevo, si, visto da qualche parte, ma non certo da quella distanza ravvicinata. La natura si era fatta vivida, rigogliosa. Nonostante la pioggia i colori degli alberi, delle rocce, del verde erano brillanti, netti. Tutti i toni del marron e del verde, del rosso perfino, nelle foglie. Un verde che pareva crescere e avvilupparti, annaffiato com'era da quell'acquolina che scendeva giù dal cielo. Ci fermammo vicino ad un ponticello e scendemmo a fare due passi. Seguendo un sentiero accedemmo ad un antro di fate. Una foresta in miniatura, dove la terra esplodeva del suo stesso profumo e un rumore d'acqua ci attirava tutti in una stessa direzione. In fondo al sentiero una cascata, piccola ma perenne. Non ci fu bisogno di parole.
Ci rimettemmo in auto ancora in silenzio, come se un briciolo di quelle favole di bambini alle quali prima ci avevano fatto credere e poi ci avevano sbattuto in faccia ridendo che erano appunto FA VO LE, si fossero prese la rivincita rassicurandoci sulla loro esistenza.
Fu con questo stato d'animo che attraversammo la frontiera con il Galles e il paesino di Y Gelli.
hay 7Ci fermammo per mangiare un panino e ci separammo per un po'. Ognuno prese una direzione diversa. Le prime vetrine che vidi mi diedero l'impressione che il tempo qui non avesse fatto una capatina da almeno cinquant'anni. Vecchie bambole, macchine da cucire, camicie di foggia neo-vittoriana. Poi passai davanti alla prima libreria. Libri, nuovi e d'occasione.
Poi davanti alla seconda. Poi la terza, la quarta. Poi mi domandai dove ero finita e se non stessi sognando. Il paese era disseminato di vecchie librerie, stipate di testi di ogni genere. Un odore di stantio avvolgeva come nubi le botteghe e l'intero villaggio. Mi sembrava di diventare folle di gioia. Mi dicevo, se non è la mia favola preferita!
hay 5Visitai, una ad una, ogni libreria, rovistai, ammirai, dimentica del tempo che oramai ero sicura si fosse davvero fermato per causa di forza maggiore. Acquistaidiversi volumetti, una raccolta di racconti di E M Forster, di Guy de Maupassant, una vecchia copia di "great expectations" di Charles Dickens. Lasciai, lo rimpiango ancora, un volumetto delizioso, una vecchissima edizione anch'essa dell'Inferno di Dante.
hay 1Seguendo la vista lontana di una sorta di castello che dominava il villaggio mi ritrovai nel suo cortile. Le mura di cinta erano stipate di scaffali con dei libri ammassati sopra. Pioveva sempre e i libri erano umidi e incollati l'un l'altro. Sempre incredula mi accinsi ad un'opera di riordino. Mi pareva un tale affronto lasciare questi testi incustoditi e per di più a rovinarsi così! hay 2
Andammo via tutti a malincuore ma con la certezza interiore d'aver assistito se non a un miracolo, almeno ad un racconto di fate dalle cui pagine non volevamo proprio uscire.


***

Due anni dopo. Era l'estate del 2005. Io avevo attraversato il paese da nord a sud per andare a trovare degli amici nel Galles. Al ritorno dissi al mio pilota che volevo passare da Hay on Wye perché c'era un famoso festival della letteratura, con ospiti come Ian McEwan, Janet Winterson, Kazuo Ishiguro.
hay 6Attraversammo questo delizioso fiume nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate e ancora una volta ebbi la sensazione di infilarmi fra le pagine d'un conte de fées.
All'entrata del paese erano sistemati i tendoni dove si svolgevano gli incontri e le conferenze, ma prima entrammo in paese. Subito fui assalita da un malessere, una sensazione come di vertigine. Mi ricorda qualcosa, ripetevo, ma non potevo ancora comprendere che quel delizioso villaggio traboccante di colori accesi e di azzurro e giallo d'estate fosse lo stesso che avevo visto avvolto dal grigio dell'autunno. Solo entrando nel cortile del castello dove era stato allestito un punto di ristoro mi arresi all'evidenza che il mio déjà vu aveva una ragion d'essere.
E fui doppiamente, anzi mille volte più felice e per esservi capitata, in quel luogo magico per un benevolo caso, e per averlo poi scelto, per quella che voglio credere sia stata una felice intuizione.











postato da: sabrinamanca alle ore luglio 22, 2008 09:05 | link | commenti (3)
categorie: libri, romanzi, galles, hay on wye
sabato, 19 luglio 2008

Al *McDonald's della narrativa: mille splendidi soli

Ma potevo semplicemente dire quello avrebbe detto mio padre: un romanzo scritto con i piedi.
Il fatto è che me lo ha regalato una cara amica alla quale era piaciuto e l'ho letto per gentilezza e per scongiurare i pregiudizi che già avevo su questo libro (ma soprattutto sul precedente "il cacciatore di aquiloni").
afghanistan_pol_2002

La storia è quella di due donne Mariam e Laila. La prima è la figlia illegittima, di tale Jalil, il quale possiede già svariate mogli e un esercito di figli. La madre, Nana, era una domestica a servizio dell'uomo e le due, dopo la nascita della bambina, sono state allontanate dalla città del padre e mandate a vivere in un luogo sperduto.
Mariam adora il padre e crede nella sua bontà mentre la madre non fa che metterla in guardia contro la sua ipocrisia. Un giorno Mariam scappa in città per andare a vivere con il padre che la rigetta, Nana morirà di dolore e la ragazza verrà data in sposa ad un bruto, tale Rashid, che la porterà con sé a Kabul.
Da quel momento porterà il burka, si farà violentare dal marito, e masticherà sassi se il riso che ha bollito è al troppo al dente.
Laila invece è la figlioletta di una vicina di casa di Mariam, Fariba. Babi, suo padre, è uno studioso.
I due sono disprezzati da Rashid per i loro costumi troppo liberi.
I destini delle due donne si incroceranno ma non sto a dirvi come a meno che davvero non lo vogliate sapere. In tal caso preparate il fazzoletto o, in alternativa, un catino per le nausee, non si sa mai.

Ciò che dicono le critiche ufficiali è: un libro bello, denso, semplice, un affresco
impareggiabile dell'Afghanistan dagli anni del comunismo ai Mujaheddin, un ritratto sublime di due donne e la condizione della donna in quel paese.
Con un aggettivo solo sono pienamente d'accordo: semplice.
I personaggi sono tagliati con il machete. Sono tutti buoni o tutti cattivi, salvo qualche sorpresa come quando uno si rivela davvero buono dopo averci fatto credere d'essere davvero cattivo.
Psicologia, spessore, sfaccettature, del personaggio sono espressioni che non devono mai essere giunte alle orecchie del nostro beneamato Khaled Hosseini.
Queste donne, a cui capita l'inimmaginabile ad un ritmo da "sfiga imperiale", vengono prese e lasciate da un capitolo all'altro, da un anno all'altro, sballottate, cosi come il povero lettore, che si ritrova con un po' di sensi di colpa ad aver abbandonato l'una mentre veniva brutalizzata o l'altra mentre le moriva anche il penultimo cugino di ennesimo grado sulla terra, e ritrovarle, che ne so, tre anni dopo, sei anni dopo.
Come, sei anni dopo? E perché?
Perché non dobbiamo dimenticare che questo è un "impareggiabile affresco della società afgana dagli anni '70" dobbiamo quindi sorbirci date ed eventi fondamentali per la storia del paese e qualche digressione talmente maldestra da non risultare quasi noiosa ma piuttosto mal appiccicata al testo e irresistibilmente fuori posto.
Scopriamo che i russi oppressori hanno migliorato la condizione della donna, permettendole di studiare, lavorare, vivere alla pari con l'uomo, ma null'altro sappiamo della modalità di questa oppressione.
I mujaheddin, eroi del paese diventano subito, subitissimo, ancora prima, dei macellai che si ammazzano fra di loro con le armi che i poveri americani avevano offerto loro in totale buona fede per liberare il paese dei sovietici.
Ecco, per l'affresco direi che ci siamo.
Ovviamente in questo quadro disastroso è la generosità americana a dare una speranza ai molti fuggitivi, "gli americani sono generosi" fa dire Hosseini a uno dei suoi più tormentati personaggi Tariq (che perde una gamba, poi l'altra, e poi... mi fermo qui per non irritare lo stomaco del lettore).
Si può sempre trovare un impiego da facchino o lavapiatti negli Stati Uniti d'America Vivaddio!
Ho dimenticato qualcosa?
Beh, in merito alla storia non ho dubbi sul fatto che vicende come queste e ancora più crudeli siano accadute e accadano e accadranno. Proprio per questo una tale semplificazione non giova al lettore perché gli fornisce una versione banale, che nulla dice sulla complessità, e le ragioni di tale complessità, dell'essere umano e di una società. Questo è uno di quei best sellers che non fa dire al lettore - ah, questo non lo sapevo, a quest'altro non avevo pensato, ma piuttosto - te l'avevo detto, lo sapevo, è anche peggio di quello che pensavo.
E in nulla aiuta a comprendere il paese Afghanistan né la sua gente.
E' uno di quei libri di propaganda da cui si farà un film ancora, se possibile, più banale e riduttivo.
Infine una reminiscenza. A sedici anni più o meno, nel periodo in cui cominciavo a scoprire il potere degli ormoni sessuali ho fatto una scorpacciata di libri simili: si chiamavo Harmony collezione storia.

Ma torniamo a me e la mia amica. A lei ho detto più o meno tutto questo e ne abbiamo chiacchierato per un po'. La conclusione è stata che ci siamo impegnate a leggere qualche altro scrittore afghano e qualche fonte un po' più seria e attendibile che ci racconti degli stessi soggetti.
Per ora vi segnalo ciò che ho trovato sul net : un'intervista ad Atiq Rahimi  sul suo libro "terra e cenere", una bella intervista a due con lo stesso Rahimi e un'esule afghana anch'ella rifugiata in Francia Spojmai Zariab  e ancora un'intervista a quest'ultima che ha pubblicato qualche racconto in Italia ma che è soprattutto pubblicata in Francia, e ancora un articolo su un paio di buoni film tratti da altrettanto buoni libri.

* McDonald's e il suo successo hanno sempre rappresentato un mistero per me. Il cibo ha un sapore talmente schifoso che a mio parere, richiede un impegno particolare nella preparazione. Ogni volta che ci ritorno, perché una o due volte l'anno ci ritorno, mi ripeto che no, non mi sono sbagliata, è proprio schifoso, eppure vado fino in fondo. Mi sembra che l'incredulità e una buona dose di spezie "stupefacienti" concorrano al suo successo.

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 19, 2008 11:57 | link | commenti (5)
categorie: politica, riflessioni, libri, romanzi, khaled hosseini
martedì, 15 luglio 2008

Il Tour de France

Qui, alla Caserma, accettiamo la fortuna e la sfortuna come vengono, perché sappiamo che non abbiamo scelta.
Ed ecco perché siamo numerosi sulla Strada, questo pomeriggio.
Il Tour de France, con le sue biciclette e i suoi campioni passa attraverso la Città, passa attraverso la Strada, passa davanti alla Caserma.
Per dimenticare, per riempirci lo spirito svuotato di immagini, di suoni, di sogni, vogliamo davvero vederlo passare, questo famoso Tour de France. E vogliamo incoraggiare Antonio, il padre di Juliette, il nostro campione.


Aiuto Juliette a piazzare la bici di Antonio sul bordo della Strada.
Ha messo la sua più bella tenuta sportiva. Lo sistemiamo nel suo congegno senza ruote. Lui si lancia nella corsa all’ora precisa della partenza.
 

Senza muoversi d’un passo, ben inteso.
E senza vedere.
Lui pedala. Ascolta la radio. Noi lo incoraggiamo. Siamo sempre più numerosi attorno a lui. Più lontano, davanti alla Fabbrica, ci sono gli scioperanti che urlano.
La carovana del Tour de France passa. Le ragazze dentro alle auto lanciano ai bambini dei giocattoli, dei cappellini, delle pubblicità.
Poi aspettiamo. Almeno un’ora. Il sole sale molto alto nel cielo.
Il povero Antonio, soffre, soffia. Per fortuna si tratta solo di una tappa in pianura.

Proprio allora un ragazzino grida.
- Eccoli! Eccoli!
Scende il silenzio.
Vediamo spuntare una massa compatta all’estremità della Strada che è tutta diritta.
E, lentamente, cominciamo a gridare.
- Antonio! Antonio! Antonio!
Le nostre voci risuonano.
- Antonio! Antonio!
E ci passano davanti come un tornado nelle pianure d’America.
- Antonio! Antonio!
E Antonio che spinge sui pedali.
E loro che spariscono all’altra estremità della Strada, i campioni.
E io che guardo Antonio piangere con quei suoi occhi di cieco.


"des rives lointaines" Laurent Martin ed. Passage

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 15, 2008 11:09 | link | commenti
categorie: libri, letteratura
mercoledì, 09 luglio 2008

Zadie Smith a Gavoi
zadie smith

Incontrare questa giovane splendida scrittrice è stato come fare un passo indietro nel tempo e nello spazio.

Siamo nel 2003 e io vivo da poco a Londra. ho grandi progetti, anzi, sogni, perché i progetti si realizzano mentre dai sogni, belli o brutti che siano, ci si sveglia. Leggo qualche articolo su questa anglo-giamaicana di neanche ventidue anni il cui primo libro "white teeth" è messo all'asta fra le varie case editrici senza che nemmeno sia stato ultimato. Se devo fare dei sogni, tanto vale che siano di gloria.
Mi sono risvegliata da tempo ma Zadie Smith resta un sogno ad occhi aperti.

Alta, imponente, statuaria questa bellissima donna ha uno sguardo e una voce vellutati, e spolverati di quel pizzico di timidezza e ritrosia che fanno impazzire uomini (e donne).
L'incontro è stato mediatico, quasi un bagno di folla.
Erano le dieci di notte, l'umidità faceva accapponare una pelle incredula dopo una giornata davvero infuocata, quando uno strano duetto di spilungoni si è accomodato nel salottino dedicato alle interviste. Lui, Sergio Dogliani, di cui parlerò più in basso, torinese trapiantato a Londra da una quindicina d'anni, spigliato e con una parlantina corredata d'un vago accento a little bit british e lei Zadie Smith, che sorprende tutti con un buon italiano dalle inflessioni piuttosto cinesi, con molte elle a sostituire le erre e un'abbondanza tutta inglese di "excusame" (traduzione istantanea dell'ormai mitico sorry).
Zadie Smith ripercorre il cammino fatto dalla genesi e dal successo di "denti bianchi" (white teeth).
Ci racconta che il successo e l'esposizione, sono arrivati troppo all'improvviso e la sua reazione è stata quella di ignorare il tutto per diversi anni.
La sua saga multiculturale ambientata a WillesdenWILLESDEN 1
ha sollevato le ire degli abitanti della zona, per fortuna non culminate in  minacce come nel caso di Monica Ali e il suo "brick lane".
Ci parla poi del suo modo di scrivere, e di vivere che sente ancora come quello di una studentessa. Sveglia tardi, troppe sigarette, una confusione tutta universitaria nello strutturare la giornata, troppe distrazioni, fra cui il tip tap, il nuoto, molte letture. Si susseguono le solite domande su come nasce la sua scrittura, come scrive, di che cosa, che cosa in ciò che scrive fa parte di lei, la emoziona. Le risposte sono anch'esse, sempre uguali. E' convinta che lo scrittore non possa sedersi davanti alla macchina in preda alle emozioni, come dire che c'è una logica dietro ad un'opera letteraria, si, c'è un po' di lei nelle storie e nei personaggi ma nessuno è veramente lei, nessuna storia è davvero la sua. Rivendica la libertà che la fiction le concede ma ci mette, dentro al suo lavoro, una devozione al realismo.
E' venuta a vivere a Roma per un anno e mezzo ma non scriverà dell'Italia. Non capisce bene questo paese, e la politica nostrana le appare come un oggetto non identificato.
Se posso azzardare, aggiunge timidamente, mi sembra che gli italiani manchino di rigore.
Un timido azzardo, commento fra me e me.
Ci parla di Cambridge e di quanto la scuola abbia contribuito alla sua formazione malgrado la considerazione che della letteratura si aveva fra le mura universitarie che la mettevano sullo stesso piano della matematica e delle scienze e che lei non condivide, perché considera la letteratura altro, rispetto alle scienze.
Ci dice infine che la lettura, quella si, è davvero necessaria, se si vuole scrivere, e anche se non lo si vuole.
Se ne va dopo un'ora e mezza di chiacchiere, risate, "escusame" e "se disce così?".
Un vero tripudio, meritato da una donna decisamente carismatica, oltre che già grande scrittrice.

Ho trovato qui una recensione sintetica ma indicativa della sua opera.
***

Sergio Dogliani, di cui non avevo mai sentito parlare prima di questo fine settimana a creato delle strutture di cui ho usufruito con grande soddisfazione durante il mio soggiorno londinese.
ideastoreUna si chiama Ideastore ed è una catena di biblioteche multimediali che si sono diffuse in tutta Londra ma che sono nate in Tower Hamlets, nel mio quartiere. Dentro ci si può mangiare, telefonare, portare il passeggino a spasso fra gli scaffali, prendere un tè e, incredibilmente, leggere.
Un luogo piacevole, un po' chiassoso, vivo.
L'altra iniziativa lo ha visto collaborare con la municipalità di White Chapel, sempre nella medesima zona, per creare dei corsi di inglese, informatica e matematica di base. Corsi che rilasciano certificato riconosciuto e utile per la ricerca di un impiego. Ho frequentato per mesi questi corsi, che sono piuttosto basici e utili soprattutto alle persone non scolarizzate, e ho potuto constatarne l'utilità. Ci ho anche fatto simpatici incontri.
Insomma, ho proprio voglia di tornare per qualche tempo a Londra...




postato da: sabrinamanca alle ore luglio 09, 2008 13:23 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, londra, romanzi
lunedì, 07 luglio 2008

Di ritorno da Gavoi (5°festival di letteratura della Sardegna)

L'ultimo istante infuocato, dilatato di un'ora e più, l'ho trascorso ieri mentre attraversavamo la piana di Ottana e un vento che correva a 50° Celsius ci toglieva il respiro e chiudeva gli occhi, minacciando l'eternità.
Caldo all'andata, insieme a curve e tornanti che si susseguivano per chilometri e mentre salivamo sino ai quasi 800 metri del paese più in salita e in discesa, più in picchiata di questo angolo di mondo.
Caldo durante tutte le manifestazioni che seguivamo con fatica, riparandoci come meglio potevamo con cappellini, creme solari, mosse astute da impareggiabili ladri d'ombra.
Caldo di notte, sul letto, mentre in testa ancora giravoltavano tutti gli eventi della giornata e le emozioni e le domande che sempre si moltiplicano al giungere delle risposte.
Infine caldo, e panico, una volta tornata a casa.
Da dove comincio? come posso trasmettere tutto questo senza che qualcosa dell'entusiasmo, della scoperta, delle riflessioni si perda?
Domanda retorica, lo so. Chi scrive trasmette, trasporta, invia, ma senza ricevuta di ritorno.
Lancia un bottiglia in mare, manda in aria un piccione viaggiatore, semina la terra, con messaggio.
E' tutto. E deve bastare.
Anche di questo si è parlato in questo intenso fine settimana, e della domanda che sempre ritorna fra i lettori, e ai quali uno scrittore non arriva mai a rispondere.
Perché il desiderio, l'urgenza di scrivere è un mistero, come tanti altri, e chi ha questo mistero in sé non arriva a spiegare come nasce. Sa solo che scrive.

Antonella Anedda racconta uno dei tanti motivi per cui si scrive e uno dei pochi casi in cui è il lettore che esorta lo scrittore. Anna Achmatova ebbe un figlio incarcerato da Stalin e ogni giorno lo andava  a trovare per rifornirlo di vettovaglie e di qualsiasi cosa necessitasse. Così come le altre madri.
Una di queste un giorno si volse verso di lei e le domandò se sapesse scrivere. Si, rispose lei sorpresa. Allora, per favore, racconti tutto questo.

Uno dei motivi per cui si scrive è "raccontare tutto questo" ma non è il solo e non è solo la scrittura a farlo. Lo sono le arti, il giornalismo, la semplice parola.
Perché poi uno decida per un metodo o un altro questo resta un mistero.

***
In un festival denso di invitati anche "importanti", come il fresco vincitore del premio Strega, il giovane (dio quando sto invecchiando...) Paolo Giordano, ho scelto di partecipare a diversi incontri. Alcuni mi hanno lasciato un po' di delusione in bocca,il reading di Diego De Silva e l'incontro con il regista Antonello Grimaldi,  di altri, come l'incontro al balcone con Antonella Anedda, tento di conservare intatte le emozioni, gli stimoli, gli spunti come chi tenta di trattenere in bocca l'ultimo goccio di acqua fresca quando nessuna oasi è in vista. E poi c'è anche altro:Zadie Smith, Polo Giordano, Caterina Serra, Anilda Ibrahimi

Comincerò da domani, a presto


postato da: sabrinamanca alle ore luglio 07, 2008 12:16 | link | commenti
categorie: riflessioni, libri, letteratura, eventi
venerdì, 18 aprile 2008

Il fascino del bambino morto

cover_geddes585Le mie fantasticherie sono cominciate durante la gravidanza e anziché cessare si sono aggravate con la nascita di mia figlia.
Mi stupivano all'inizio, non considerandomi una persona morbosa, ma poi ho imparato a conviverci.
La mia spiegazione è la relazione che si è instaurata con l'essere, dapprima nel mio ventre. e poi nelle mie braccia e nella mia vita. Una relazione capace, e per potenza e per dipendenza affettiva reciproca, di far impallidire tutte quelle che ho annodato in precedenza. Ho amato e amo, la famiglia, gli amici. Vi sono persone per le quali nutro un affetto sconsiderato, senza le quali mi sentirei disorientata ma i sentimenti che nutro per mia figlia non si avvicinano per intensità a nessuno  di quelli provati in  precedenza.
Credo che sia questa intensità a scatenare le mie fantasie.
Mi ritrovo così a pormi domande assurde - che cosa faccio se le capita qualcosa? Che cosa sarà di me, senza di lei? Di che sarei capace se qualcuno le facesse del male?
Resto meravigliata davanti al cambiamento che la sua esistenza ha prodotto in me, in maniera del tutto incontrollata, nel giro di pochi mesi.

E così cerco continue occasioni di confronto con queste "prove di funerale".

*
Dolly city di Orly Castel-Bloom mi è capitato fra le mani al salone del libro di Parigi. "storia di una donna riscattata dalla maternità" recita la quarta di copertina.
Una storia folle, surreale, metaforica che mi ha torturato ad ogni pagina proprio per la mia incapacità, tutta nuova, di prescindere dalla carnalità della mia bambina.
Dolly è una schizoide, attorno a cui è costruita un'intera città . Dopo aver ucciso per un motivi futili un tizio qualunque, scopre un neonato nel cofano della sua auto e lo porta a casa.
Il sentimento materno deformato la costringe a continui cruenti check-up, interventi a cuore aperto, analisi del sangue.
Dolly, medico laureatosi (forse) a Katmandu, dimentica di ricucire suo figlio, chiamato appunto "figlio", dopo ogni intervento, gli toglie un rene per sbaglio, gli disegna una carta di Israele sulla schiena, carta sulla quale lui stesso, adolescente, si preoccupa di aggiustare volta per volta i vari confini. Gli vieta qualsiasi manifestazione d'affetto, salvo poi incollarselo sulla schiena perché non si allontani verso il pericolo.
Questa affascinante metafora del popolo ebreo, errante, radicato e sradicato nello stesso tempo, vittima e carnefice, che ha suscitato all'epoca della sua pubblicazione feroci polemiche, è diventato per me un rosario di torture.
L'ho terminato e questa stoicità ha il valore metaforico di superamento delle angosce, dell'accettazione della complessità intrinseca alla maternità.

*

Qualche giorno fa bighellonavo per le librerie di Saint Michel e ho scovato un'altra chicca "Philippe" di Camille Laurens  (solo un romanzo pubblicato in Italia da Einaudi) un libro scritto nel 1994 dove la romanziera racconta  per emozioni la morte del suo bambino a qualche ora dalla nascita e il processo intentato (e vinto) per incompetenza contro il medico che la seguì.

L'incipit:
"Quando sono entrata Yves e l'assistente materna avevano terminato di vestire il bebé con la camicina blu marine ricamata dalla nonna. Sotto la cuffietta di lana, il viso esprimeva una straordinaria gravità e, come quello di un saggio, un'estrema bontà.
L'ho preso fra le mie braccia, era il mio primo figlio e durante la gravidanza avevo temuto di essere maldestra una volta che fosse arrivato, di non sapere.
Ma i gesti mi sono giunti, tutti, così come le parole d'amore alle labbra, e ogni angoscia mi ha abbandonata di colpo davanti a quell'evidenza - corpo denso e pieno contro il mio, nuca sostenuta dall'incavo del mio braccio, nastro della brassière annodato contro il freddo: non c'è niente da imparare.
Philippe è nato il 7 febbraio 1994 a D - clinica X.
L'indomani sono andata con Yves, suo padre, all'obitorio per vederlo."


Philippe è dichiarato clinicamente morto due ore dopo la nascita:

"l'infermiera china su di me, a pochi centimetri dal mio viso, in sala parto, mi domandava di dare un nome al bambino. E mai ho sentito la corsa contro la morte così vicina, contro la morte e contro l'orologio, la rivalità tra morte e la parola, e che bisognava assolutamente, urgentemente, dichiararlo, dirlo, designarlo, perché esistesse.
E io cercavo disperatamente un nome nella mia testa, - sa che era un maschio, vero? diceva lei, - si, rispondevo - e allora, come pensava di chiamarlo? E io cercavo ancora un altro nome, ma non quello, un altro, il nome di un altro bambino, perché come poteva essere quello il nome di un bambino morto?
Sempre cercando, scuotendo la testa, cercando di liberarmi dalla sua influenza, trattenendolo, proteggendolo con tutto il mio corpo, poi finalmente, lasciando andare quel nome come una sconfitta, accettando, consentendo a  quel nome di uscire, accettando che fosse Philippe quel bambino che moriva fuori dal mio ventre. Riconoscendolo."


E ancora, nell'ultima pagina, il rapporto fra parole e esistenza:

"scrivo per dire ti amo. Grido perché tu non hai gridato, grido perché tutti sentano il grido che non hai emesso nascendo - e perché non hai gridato Philippe, tu che vivevi così fortemente nelle mie tenebre? Scrivo per liberare questa pena d'amore, ti amo Philippe, ti amo, e grido perché tu gridi, scrivo perché tu viva. Qui giacque Philippe Mezières. Ciò che nessuna realtà potrà mai fare, le parole lo possono. Philippe è morto, viva Philippe. Piangete voi che leggete, piangete:  che le vostre lacrime lo strappino dal nulla."

E io piango.

postato da: sabrinamanca alle ore aprile 18, 2008 07:42 | link | commenti (3)
categorie: libri, letteratura
giovedì, 13 marzo 2008

Malaparte: i due volti dell'Italia

malaparte

La bicicletta in Italia fa parte del patrimonio artistico nazionale così come la Gioconda di Leonardo e la cupola di San Pietro o la divina commedia.
Ci meravigliamo che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello.
Se vi capita di dire, in Italia, che la bicicletta non è stata inventata da un italiano, vedrete tutti gli sguardi velarsi intorno a voi e una maschera di tristezza incupire ogni viso.
Ah, se dite questo, in Italia, se lo dite a voce alta, in un caffè, per strada, che la bicicletta, così come il cavallo, il cane, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole, non è stata inventata da un italiano (dato che sono gli italiani che hanno inventato il cavallo, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole), un lungo brivido percorrerà la schiena della penisola, dalle Alpi fino all’Etna.

 

È in Inghilterra che appresi, qualche anno prima della guerra, che la bicicletta non è figlia del genio italiano, non è la sorella delle vergini di Botticelli, delle madonne di Raffaello, delle stanze dell’Ariosto.

È in una cittadina inglese, chiamata Leeds, se non mi sbaglio, che ho fatto l’incontro più doloroso della mia vita: quello con un signore in soprabito, impettito su un piedistallo di granito che stringe in mano il volante di una bicicletta di bronzo.
Questo signore era un inglese, e, quel che è peggio, fu l’inventore della bicicletta!
Non pronuncerò il suo nome. È un nome che un italiano non potrebbe pronunciare senza impallidire di rabbia.
La bicicletta, figlia di un inglese – ho pianto per l’umiliazione e la tristezza - . Che cosa! Gridavo chiuso a doppia mandata nella mia camera d’albergo, è mai possibile che quest’opera d’arte, questo gioiello dello spirito, sia figlia di un inglese e non di un italiano? Se almeno fosse opera di un francese! Un francese almeno è un latino!
Jean Cocteau, che adora le biciclette (e le maglie rosa, i volanti incurvati come dei baffi alla “gauloise”, le gomme attorno al petto come i due serpenti che disegnano il numero otto nel caduceo di Esculapio e Mercurio) Jean Cocteau mi diceva ultimamente, alla fine di una cenetta in un delizioso bistrot di Montmartre – i francesi sono degli italiani di malumore: gli italiani dei francesi di buon umore – .
Se almeno la bicicletta fosse stata inventata da un italiano di buon umore, un francese!
Un francese almeno è un latino! Perché se c’è qualcosa che merita d’esser stata inventata da un latino, questa è la bicicletta.
Ma guardatela, guardate la sua forma snella, elegante, sobria, la sua linea perfetta, rigorosa come un teorema de Euclide, semplice e allo stesso tempo capricciosa come la fessura incisa dal fulmine nello specchio blu di un cielo sereno.
Guardate la forma del volante, incurvato come le antenne di un insetto, le due ruote simili al famoso cerchio disegnato con un solo tratto, su una pietra, con un pezzo di carbone, da un pastorello chiamato Giotto. (Era nato vicino a Firenze, Giotto, era dunque un compatriota di Bartali.)
Che significato avrebbe, la bicicletta, se fosse un geroglifico inciso su un obelisco egiziano? Avrebbe il senso di un movimento o il riposo? La fuga del tempo o l’eternità?

Non mi stupirebbe se significasse l’amore.

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Curzio Malaparte  dopo la seconda guerra mondiale soggiornò  frequentemente in Francia dove continuò a  pubblicare  i suoi scritti prima  ancora che in Italia. La sua passione per la Francia, e la sua volontà d'assimilazione lo portarono alla fine degli anni '40, a scrivere alcuni dei suoi testi come  delle pièces teatrali e degli articoli in francese.

postato da: sabrinamanca alle ore marzo 13, 2008 08:33 | link | commenti (5)
categorie: libri, letteratura, francia
lunedì, 04 febbraio 2008

On Chesil beach
 

Delusa, questo è il primo aggettivo che mi viene alla mente quando penso alle aspettative che questo testo e l’intervista allo stesso McEwan aveva creato in me.

Ian McEwan l’ho conosciuto, letterariamente parlando, in Sardegna una decina d’anni fa con cani neri, il giardino di cemento e bambini nel tempo. L’ho poi perso di vista e incontrato di nuovo, questa a volta a casa sua (in lingua inglese) con amsterdam e atonnement (espiazione) e la mia ammirazione e reverenza hanno allora raggiunto l’apice.

Si sa che chi ama è prima o poi deluso, per carità, non senza una personale responsabilità in questa delusione, dato che l’idolo che si decide d’amare non corrisponde mai (vivaddio) alla persona che lo incarna.
In questo caso ho preso per pigrizia il testo in italiano, pronta a divorarlo e nel medesimo tempo a centellinarne le emozioni per tanto e tanto tempo dopo la lettura.

La storia, che credo molti conoscano, è quella di due ragazzi alla prima notte di nozze.
Si amano, si ammirano, hanno solidi progetti e credono che il loro amore non possa che crescere con loro.
Siamo nel 1962, a pochi giorni, oserei dire, dalla rivoluzione sessuale, ed è proprio il sesso che metterà fine a questa relazione.
Credo che la tesi di McEwan sia che questa storia si spezza a causa del vuoto culturale attorno alla sessualità prima della disinvoltura arrivata negli anni ’60 ma mi sembra che abbia concluso questa avventura davvero frettolosamente senza prendersi la pena di delineare correttamente il contesto in cui la sessualità di molte ragazze e ragazzi di buona famiglia si sviluppava e in che modo questa ne era danneggiata e senza porsi la stessa domanda rispetto alla sessualità ai nostri giorni.
Se l’avesse fatto si sarebbe trovato davanti ad una situazione davvero complessa e non riducibile in termini di “cultura” o “educazione”.
In tempi come questi, in cui l’amore saffico è un’esperienza che tutte le ragazze moderne sentono di dover compiere, così come i rapporti a tre, le orgie (le cosiddette partouses, che qui sono alla moda quasi quanto le ballerine), il fist fucking, lo scambismo e il voyerismo al contrario (mettere su internet il video delle proprie performances sessuali), in tempi come questi, dicevo, si trovano ancora altrettante ragazze “frigide” e ragazzi “troppo rapidi” così come i protagonisti di Chesil beach.
Perché la sessualità prescinde dall’ambiente culturale, anche se chiaramente ne è in qualche modo influenzata, ed è intimamente connessa col nostro mondo psichico e le sue origini e tappe essenziali si situano nei primi mesi e anni di vita.

Mi dispiace dover dire della banalità e superficialità di questo libro che sarebbe stato un racconto stimolante se si fosse fermato alla notte di nozze e non si fosse dilungato poi in una sorta di riassunto del “dopo” concluso altrettanto banalmente e superficialmente.

 

Tant pis, del resto,come dicevo all’inizio, chi ama, prima o poi è deluso...

 
 
postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 04, 2008 10:08 | link | commenti (3)
categorie: libri
venerdì, 01 febbraio 2008

Il “ciucciacazzi”


Dieci anni. Che cosa siamo a quell’età?

Come riusciamo a governare sentimenti e stimoli fortissimi che paiono giungerci da lontano eppure sono vivamente dentro di noi?

A dieci anni ero innamorata di un ragazzino che si chiamava Michele.
Era l’ultimo di dieci figli. Il padre e il fratello maggiore avevano visitato svariate volte le patrie galere.
Per dichiararmi il suo amore mi prese a calci per un intero pomeriggio e dopo avermi sussurrato mi piaci scappò via con gli occhi bassi di vergogna.
Io me ne tornai a casa bel bella, con il cuore in subbuglio e un sorriso ebete stampato sulla faccia (quello non cambia mai, a nessuna età) con un’ora di ritardo sulle consegne ricevute da mia madre e al suo sguardo furioso e spaventato, quando suonai alla porta, risposi candida - un ragazzo ha tentato di violentarmi -.

 

A dieci anni il pomeriggio dopo la scuola la nostra banda bazzicava non lontano dall’edificio scolastico.
Alcuni di noi, ispezionando i parcheggi sotterranei vi avevano trovato delle riviste e chiamarono là dentro noi bambine per mostrarcele.
All’interno uomini e donne, tutti “strani” che facevano delle cose strane.
C’era un fotoromanzo con un’ ”aquila” come protagonista, ma è più probabile che fosse un uccello, e una donna seduta sul gabinetto che si infilava da qualche parte “sotto” un biberon color blu elettrico con tanto di tettarella in caucciù. Da quel giorno, quel curioso strumento ha per me avuto il nome di “ciucciacazzi”, anche se probabilmente questa parola stava scritta da qualche parte nella stessa rivista con tutt’altro intento e senso.
Il ricordo di quei giorni, ancora vivido, è ingannevole perché mostra gravi incoerenze.
La sensazione legata agli incubi che feci nelle notti successive è invece precisa e corrispondente.
Una sensazione complessa che contiene i germi dell’adolescenza, ossia la voglia di sfidare, scoprire, essere “contro” e nello stesso tempo la vaga certezza di aver oltrepassato il limite ultimo, da dove non esiste ritorno. Un senso di sporcizia che mille lavaggi non intaccano. Una macchia indelebile, visibile al primo sguardo.
L’innocenza è smarrita, anche se non se ne ha coscienza, e per ritrovarla ci vorranno anni ed anni, e la coscienza, questa volta, di non aver “colpe” da rimproverarsi per esser venuti a sapere delle cose sul sesso a quell’età e in quel modo.

A dieci anni si vive questo e molto altro.

Ne dei bambini non si sa nulla di Simona Vinci, un gruppo di ragazzini, una banda come poteva esserlo la mia, faceva le stesse cose che facevamo noi, come ad esempio andare a rubacchiare nei grandi magazzini, ma faceva anche altro.
Cinque di loro, tre ragazzi e due ragazze fra i dieci e i quattordici anni si riunivano in un vecchio deposito per guardare riviste porno e poi imitare ciò che vi era rappresentato.
Con la curiosità, l’incoscienza propria di un’età ancora non matura per sentire il desiderio fisico, e soprattutto la voglia di essere parte di qualcosa di comune.
I giochi però si spingeranno sempre più in là, insieme con il tenore delle riviste e infine gli adulti interverranno in modo subdolo a cambiare le regole del gioco e tutto precipiterà.
Simona Vinci cita nel titolo del suo libro un passo di la pioggia d’estate di Marguerite Duras.
La frase intera recita- tutte le vite erano uguali, diceva la madre, salvo i bambini. Dei bambini non si sapeva niente -.
In questa pièce ritorna l’argomento che ossessiona Duras, la relazione incestuosa tra fratello e sorella che si ritrova nello splendido una diga contro il pacifico.

Qui Ernesto e Jeanne hanno “un’età indeterminata fra dodici e diciotto anni” nel senso che neanche i genitori la saprebbero dire, e sono i primi due figli di sette. Sono loro ad occuparsi dei “brothers e sisters” e tenerli lontani dall’incostanza della madre e l’apatia del padre.

...”Ciò che temevano più di ogni altra cosa era questo, lasciarli (i fratelli e le sorelle) alla madre e che lei li affidasse all’ Assistenza Pubblica e che firmasse la famosa carta della Vendita di Bambini...” “Ernesto e Jeanne sapevano che la madre aveva dei desideri come quello d’abbandonare. Di abbandonare i bambini che aveva fatto. Di abbandonare gli uomini che aveva amato....”

Anche qui come ne una diga contro il pacifico due fratelli maggiori fanno diga con il loro amore contro l’invadenza e il fascino crudele di una madre “distratta”.
Anche qui due bambini cercano di sopravvivere come possono, e di dare un senso alla loro vita pur proteggendo e adorando questa madre non madre.

Che cosa non si sa sui bambini?
O piuttosto, che cosa si è dimenticato?
 
 
 
 
 
 
postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 01, 2008 09:27 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, libri
sabato, 15 dicembre 2007

Guerre
 
Asim
“Dio protegge gli ubriaconi e i bambini” recita un vecchio adagio bosniaco. Uno dei primi giorni della guerra, Asim detto “il sommozzatore” alcolista notorio, percorse in bicicletta la città in fiamme e si spinse addirittura fino alle posizioni serbe, facendo ritorno sano e salvo.
L’indomani mattina, quando ebbe smaltito la sbornia, gli raccontarono quello che aveva fatto.Asim detto “il sommozzatore” se ne prese un tale spavento che perdette conoscenza.
 
Lo zio Muharem

Muharem era un ometto magrolino che tutti i ragazzini zigani chiamavano “zio” perché quando era ubriaco distribuiva denaro a piene mani.
Aveva trascorso la sua umile vita nel mercato di Modriča, dove vendeva delle angurie e dei meloni che gli assicuravano un’estate pigra e senza pensieri, e delle mele e delle cipolle l’inverno, “giusto per sopravvivere” diceva lui “e per avere di che comprare del Raki e degli stuzzichini”.
Osservava tre regole sacrosante “ non imbroglierai il tuo vicino, non ruberai, non ucciderai”.
Non si sa bene che fine abbia fatto lo zio Muharem. L’armata serba lo fece prigioniero e nessuno dei suoi fratelli musulmani, durante uno scambio di prigionieri, ebbe l’idea di reclamarlo.
Ecco perché quell’anno l’estate arrivò in ritardo.

Raki: aquavite diffusa sopratutto in turchia dove è considerata bevanda nazionale
 
***

La foresta non esiste perché ogni albero unico.
E così quando la guerra, il fuoco, l’uomo, la distruggono, uccidono gli alberi, uno ad uno.
Questo il tema e il fine ultimo de “ I bosniaci” di Velibor Ĉoliĉ, raccontare i morti, ciascuno vissuto a modo suo in una guerra feroce e insensata, come ogni guerra.

Velibor Ĉoliĉ, nato in un villaggio della Bosnia nel 1964, prima della guerra ha pubblicato a Zagabria un "romanzo in versi" (Madrid, Granada o qualsiasi altra città) e un libro di racconti (La rinuncia di San Pietro).
Arruolato dall’esercito del suo paese, dopo la diserzione e l’internamento in un campo di concentramento è riuscito a fuggire e da allora soggiorna in diversi paesi europei; attualmente vive in Bretagna.
i bosniaciNe “ I bosniaci”(1993) l’autore tratteggia brevi quanto indelebili ritratti dei morti della sua guerra. Bambini, donne, uomini, vecchi, giovani, fotografati negli atti semplici della vita quotidiana e uccisi con una ferocia a volte creativa, altre monotona, ma sempre raccapricciante.
Una “Guernica” tradotta in letteratura, uno scricchiolare di ossa rotte, uno stridere di membra mozzate, un piegarsi grottesco di corpi in posizioni innaturali; un gobbo raddrizzato grazie ad un palo, una famiglia composta da nonni, genitori, figli, cane e gatto, tutti in fila con le teste mozzate e ordinate per gerarchia, una bimba mirata e colpita alla testa da un cecchino e che per pochi istanti ancora dopo la morte, continua il suo gioco.

Una Guernica ma anche un’antologia di Spoon River, con la stessa ironia, comicità, la tenerezza e l’affetto per ogni personaggio, una compassione che non fa differenze fra bosniaci e serbi.

***

Čeda

Dopo gli assalti falliti della fanteria, i serbi non raggruppavano i propri morti durante la ritirata.
Eravamo noi che dovevamo seppellire frettolosamente i serbi uccisi, e mancandoci il tempo, li mettevamo in una fossa comune.
Un giorno spinti da una curiosità strana e morbosa, più forte perfino del disgusto, i soldati incaricati di tale compito frugarono un cadavere che puzzava d’ alcol.
La lista degli oggetti che gli trovarono addosso non era lunga: un coltello, delle munizioni e una bottiglia di grappa, mezza vuota con su scritto, con una penna a biglia: “PER DARMI CORAGGIO”.

Čeda:era il nome che nelle barzellette, i bosniaci davano ai serbi.

***

Questi eventi trasformano il soldato in disertore e lo scrittore in reporter.
Velibor Ĉoliĉ trascrive in un taccuino ogni morte alla quale assiste o che gli viene raccontata così come la vita che la ha preceduta perché la guerra non sia banalizzata ancora una volta dal numero dei suoi defunti.

E’ un racconto che colpisce non solo, evidentemente, per la tragicità dell’argomento, ma anche e soprattutto per il lirismo e l’efficacia fulminante di questi ritratti di poche righe destinati ad abitare lungamente il nostro ricordo.

Velibor Ĉoliĉ ha poi pubblicato Cronaca degli scomparsi (1994) e La vita fantasmagoricamente breve e strana di Amedeo Modigliani (1995). Una versione italiana di quest'ultimo libro era stata annunciata dalle edizioni Zanzibar, ma non è mai apparsa. Nella presentazione all'edizione francese si legge: "Tragica, poetica, strana e fantasmagorica, questa fu la vita di Amedeo Modigliani nei sogni di Velibor Ĉoliĉ. Angelo dal destino folgorante, il pittore diventa l'emblema del genio creativo, certo maledetto, ma al contempo eletto. Grazie a brevi visioni, con un verbo allucinato, l'ispirato autore de I Bosniaci fa appello alla finzione per parlare del reale".

Il suo ultimo libro s’intitola “Perdido”. “Questa sedicente biografia è stata scritta in virtù di un puro capriccio del fato, in modo del tutto arbitrario” ci previene l’autore: tra la biografia romanzata e la raccolta di schegge letterarie, Perdido é una sorta di lunga improvvisazione sulla vita del sassofonista Ben Webster (1909-1973), un romanzo roulette dove la biglia corre da una casella all’altra come in un coro insolito. Donne, droghe, amici musicisti ( Duke Ellington, Billie Holiday, Oscar Peterson) Ĉoliĉ fa sfilare, con un lirismo folgorante tutta la vita di questo musicista geniale di cui Julio Cortazar diceva “Ogni volta che sento pronunciare il suo nome, mi levo il cappello”

Qui una breve biografia e dei materiali 

Qui un’intensa e illuminante intervista (in francese) 

postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 15, 2007 12:35 | link | commenti (2)
categorie: libri, letteratura