Qui, alla Caserma, accettiamo la fortuna e la sfortuna come vengono, perché sappiamo che non abbiamo scelta.
Ed ecco perché siamo numerosi sulla Strada, questo pomeriggio.
Il Tour de France, con le sue biciclette e i suoi campioni passa attraverso la Città, passa attraverso la Strada, passa davanti alla Caserma.
Per dimenticare, per riempirci lo spirito svuotato di immagini, di suoni, di sogni, vogliamo davvero vederlo passare, questo famoso Tour de France. E vogliamo incoraggiare Antonio, il padre di Juliette, il nostro campione.
Senza muoversi d’un passo, ben inteso.
E senza vedere.
Lui pedala. Ascolta la radio. Noi lo incoraggiamo. Siamo sempre più numerosi attorno a lui. Più lontano, davanti alla Fabbrica, ci sono gli scioperanti che urlano.
La carovana del Tour de France passa. Le ragazze dentro alle auto lanciano ai bambini dei giocattoli, dei cappellini, delle pubblicità.
Poi aspettiamo. Almeno un’ora. Il sole sale molto alto nel cielo.
Il povero Antonio, soffre, soffia. Per fortuna si tratta solo di una tappa in pianura.


Una si chiama Ideastore ed è una catena di biblioteche multimediali che si sono diffuse in tutta Londra ma che sono nate in Tower Hamlets, nel mio quartiere. Dentro ci si può mangiare, telefonare, portare il passeggino a spasso fra gli scaffali, prendere un tè e, incredibilmente, leggere.
Le mie fantasticherie sono cominciate durante la gravidanza e anziché cessare si sono aggravate con la nascita di mia figlia.
La bicicletta in Italia fa parte del patrimonio artistico nazionale così come la Gioconda di Leonardo e la cupola di San Pietro o la divina commedia.
Ci meravigliamo che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello.
Se vi capita di dire, in Italia, che la bicicletta non è stata inventata da un italiano, vedrete tutti gli sguardi velarsi intorno a voi e una maschera di tristezza incupire ogni viso.
Ah, se dite questo, in Italia, se lo dite a voce alta, in un caffè, per strada, che la bicicletta, così come il cavallo, il cane, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole, non è stata inventata da un italiano (dato che sono gli italiani che hanno inventato il cavallo, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole), un lungo brivido percorrerà la schiena della penisola, dalle Alpi fino all’Etna.
È in Inghilterra che appresi, qualche anno prima della guerra, che la bicicletta non è figlia del genio italiano, non è la sorella delle vergini di Botticelli, delle madonne di Raffaello, delle stanze dell’Ariosto.
È in una cittadina inglese, chiamata Leeds, se non mi sbaglio, che ho fatto l’incontro più doloroso della mia vita: quello con un signore in soprabito, impettito su un piedistallo di granito che stringe in mano il volante di una bicicletta di bronzo.
Questo signore era un inglese, e, quel che è peggio, fu l’inventore della bicicletta!
Non pronuncerò il suo nome. È un nome che un italiano non potrebbe pronunciare senza impallidire di rabbia.
La bicicletta, figlia di un inglese – ho pianto per l’umiliazione e la tristezza - . Che cosa! Gridavo chiuso a doppia mandata nella mia camera d’albergo, è mai possibile che quest’opera d’arte, questo gioiello dello spirito, sia figlia di un inglese e non di un italiano? Se almeno fosse opera di un francese! Un francese almeno è un latino!
Jean Cocteau, che adora le biciclette (e le maglie rosa, i volanti incurvati come dei baffi alla “gauloise”, le gomme attorno al petto come i due serpenti che disegnano il numero otto nel caduceo di Esculapio e Mercurio) Jean Cocteau mi diceva ultimamente, alla fine di una cenetta in un delizioso bistrot di Montmartre – i francesi sono degli italiani di malumore: gli italiani dei francesi di buon umore – .
Se almeno la bicicletta fosse stata inventata da un italiano di buon umore, un francese!
Un francese almeno è un latino! Perché se c’è qualcosa che merita d’esser stata inventata da un latino, questa è la bicicletta.
Ma guardatela, guardate la sua forma snella, elegante, sobria, la sua linea perfetta, rigorosa come un teorema de Euclide, semplice e allo stesso tempo capricciosa come la fessura incisa dal fulmine nello specchio blu di un cielo sereno.
Guardate la forma del volante, incurvato come le antenne di un insetto, le due ruote simili al famoso cerchio disegnato con un solo tratto, su una pietra, con un pezzo di carbone, da un pastorello chiamato Giotto. (Era nato vicino a Firenze, Giotto, era dunque un compatriota di Bartali.)
Che significato avrebbe, la bicicletta, se fosse un geroglifico inciso su un obelisco egiziano? Avrebbe il senso di un movimento o il riposo? La fuga del tempo o l’eternità?
Non mi stupirebbe se significasse l’amore.
...........................................................................................................................................................
Curzio Malaparte dopo la seconda guerra mondiale soggiornò frequentemente in Francia dove continuò a pubblicare i suoi scritti prima ancora che in Italia. La sua passione per la Francia, e la sua volontà d'assimilazione lo portarono alla fine degli anni '40, a scrivere alcuni dei suoi testi come delle pièces teatrali e degli articoli in francese.
Muharem era un ometto magrolino che tutti i ragazzini zigani chiamavano “zio” perché quando era ubriaco distribuiva denaro a piene mani.
Aveva trascorso la sua umile vita nel mercato di Modriča, dove vendeva delle angurie e dei meloni che gli assicuravano un’estate pigra e senza pensieri, e delle mele e delle cipolle l’inverno, “giusto per sopravvivere” diceva lui “e per avere di che comprare del Raki e degli stuzzichini”.
Osservava tre regole sacrosante “ non imbroglierai il tuo vicino, non ruberai, non ucciderai”.
Non si sa bene che fine abbia fatto lo zio Muharem. L’armata serba lo fece prigioniero e nessuno dei suoi fratelli musulmani, durante uno scambio di prigionieri, ebbe l’idea di reclamarlo.
Ecco perché quell’anno l’estate arrivò in ritardo.
La foresta non esiste perché ogni albero unico.
E così quando la guerra, il fuoco, l’uomo, la distruggono, uccidono gli alberi, uno ad uno.
Questo il tema e il fine ultimo de “ I bosniaci” di Velibor Ĉoliĉ, raccontare i morti, ciascuno vissuto a modo suo in una guerra feroce e insensata, come ogni guerra.
Velibor Ĉoliĉ, nato in un villaggio della Bosnia nel 1964, prima della guerra ha pubblicato a Zagabria un "romanzo in versi" (Madrid, Granada o qualsiasi altra città) e un libro di racconti (La rinuncia di San Pietro).
Arruolato dall’esercito del suo paese, dopo la diserzione e l’internamento in un campo di concentramento è riuscito a fuggire e da allora soggiorna in diversi paesi europei; attualmente vive in Bretagna.
Ne “ I bosniaci”(1993) l’autore tratteggia brevi quanto indelebili ritratti dei morti della sua guerra. Bambini, donne, uomini, vecchi, giovani, fotografati negli atti semplici della vita quotidiana e uccisi con una ferocia a volte creativa, altre monotona, ma sempre raccapricciante.
Una “Guernica” tradotta in letteratura, uno scricchiolare di ossa rotte, uno stridere di membra mozzate, un piegarsi grottesco di corpi in posizioni innaturali; un gobbo raddrizzato grazie ad un palo, una famiglia composta da nonni, genitori, figli, cane e gatto, tutti in fila con le teste mozzate e ordinate per gerarchia, una bimba mirata e colpita alla testa da un cecchino e che per pochi istanti ancora dopo la morte, continua il suo gioco.
Dopo gli assalti falliti della fanteria, i serbi non raggruppavano i propri morti durante la ritirata.
Eravamo noi che dovevamo seppellire frettolosamente i serbi uccisi, e mancandoci il tempo, li mettevamo in una fossa comune.
Un giorno spinti da una curiosità strana e morbosa, più forte perfino del disgusto, i soldati incaricati di tale compito frugarono un cadavere che puzzava d’ alcol.
La lista degli oggetti che gli trovarono addosso non era lunga: un coltello, delle munizioni e una bottiglia di grappa, mezza vuota con su scritto, con una penna a biglia: “PER DARMI CORAGGIO”.
Questi eventi trasformano il soldato in disertore e lo scrittore in reporter.
Velibor Ĉoliĉ trascrive in un taccuino ogni morte alla quale assiste o che gli viene raccontata così come la vita che la ha preceduta perché la guerra non sia banalizzata ancora una volta dal numero dei suoi defunti.
E’ un racconto che colpisce non solo, evidentemente, per la tragicità dell’argomento, ma anche e soprattutto per il lirismo e l’efficacia fulminante di questi ritratti di poche righe destinati ad abitare lungamente il nostro ricordo.
Il suo ultimo libro s’intitola “Perdido”. “Questa sedicente biografia è stata scritta in virtù di un puro capriccio del fato, in modo del tutto arbitrario” ci previene l’autore: tra la biografia romanzata e la raccolta di schegge letterarie, Perdido é una sorta di lunga improvvisazione sulla vita del sassofonista Ben Webster (1909-1973), un romanzo roulette dove la biglia corre da una casella all’altra come in un coro insolito. Donne, droghe, amici musicisti ( Duke Ellington, Billie Holiday, Oscar Peterson) Ĉoliĉ fa sfilare, con un lirismo folgorante tutta la vita di questo musicista geniale di cui Julio Cortazar diceva “Ogni volta che sento pronunciare il suo nome, mi levo il cappello”
Qui un’intensa e illuminante intervista (in francese)
Le mie condoglianze
Ha il nome di un fiore ma non é Rosa.
E’ una donna così grassa ma così grassa che quando cade dal letto cade dai due lati.
E’ una donna così grassa ma così grassa che riesce ad essere in due luoghi nello stesso tempo.
E’ una donna obesa con l’aria da “troia di bassa lega”.
E’ Violeta che in una sola frase, lunga più di trecento pagine ci racconta la sua vita fino all’incidente che la vede appesa a testa in giù alla cintura di sicurezza dalla sua auto uscita di strada, in una notte di tempesta in cui solo gli ubriachi e disperati si metterebbero al volante.
E il presente, il passato, gli affetti, si materializzano come nel disegno di un grande artista. Con sapienza, maestria e precisione, Dulce Maria Cardoso traccia le prime linee che delimitano lo spazio per poi concentrarsi sui particolari.
E’ un continuo va e vieni, ci avvicina ai dettagli che ci catturano al punto che vorremmo continuasse, andasse più a fondo perché intuiamo che c’è altro dietro e oltre a quello che ci ha appena raccontato ma proprio in quel momento lei si sposta e lavora su un’altra parte.
La storia che ci ha raccontato nella prima pagina non ha nulla a che vedere con quella a pagina dieci e questa cambia ancora con lo scorrere delle righe e dei capitoli.
I protagonisti di questa vita, i genitori, la sua unica figlia, Dora e poi Angelo, la domestica Maria da Guia, si precisano si dotano di spessore e prendono vita, divengono personaggi a tre dimensioni.
- non potendo comprare tutti i libri di cui sento parlare, come posso discernere, scegliere fra le mille proposte?
Vi dirò perché scegliere questo libro.
Primo, perché “ Le mie condoglianze” è meravigliosamente scritto; la forma che l’autrice ha scelto (in 310 pagine gli unici segni di interpunzione sono delle virgole) la dice lunga sulle capacità dell’autrice, sapendo che questo andare e venire fra un personaggio e l’altro, fra il passato e il presente, invece di confonderci ci affascina e ci fa restare sulle pagine sempre sperando di saperne di più, di ottenere ancora maggiori particolari.
Secondo, perché la storia di una famiglia nasconde e contiene tutte le tematiche della tragedia, quelle che fanno parte visceralmente di noi dalla notte dei tempi e Dulce Maria Cardoso sembra conoscere profondamente la materia che maneggia, l’odio e l’amore, la tenerezza e la crudeltà, la disperazione e la speranza.
Terzo, perché Violeta è uno di quei personaggi che non si dimenticano, e questo è già tanto.
non c’è nulla che il silenzio non uccida
Un walzer con Paweł Huelle
e briosa.
Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.
Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.
A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.
In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica.
E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.
UN ALTRO PARERE
|
|
undulant |