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martedì, 15 luglio 2008

Il Tour de France

Qui, alla Caserma, accettiamo la fortuna e la sfortuna come vengono, perché sappiamo che non abbiamo scelta.
Ed ecco perché siamo numerosi sulla Strada, questo pomeriggio.
Il Tour de France, con le sue biciclette e i suoi campioni passa attraverso la Città, passa attraverso la Strada, passa davanti alla Caserma.
Per dimenticare, per riempirci lo spirito svuotato di immagini, di suoni, di sogni, vogliamo davvero vederlo passare, questo famoso Tour de France. E vogliamo incoraggiare Antonio, il padre di Juliette, il nostro campione.


Aiuto Juliette a piazzare la bici di Antonio sul bordo della Strada.
Ha messo la sua più bella tenuta sportiva. Lo sistemiamo nel suo congegno senza ruote. Lui si lancia nella corsa all’ora precisa della partenza.
 

Senza muoversi d’un passo, ben inteso.
E senza vedere.
Lui pedala. Ascolta la radio. Noi lo incoraggiamo. Siamo sempre più numerosi attorno a lui. Più lontano, davanti alla Fabbrica, ci sono gli scioperanti che urlano.
La carovana del Tour de France passa. Le ragazze dentro alle auto lanciano ai bambini dei giocattoli, dei cappellini, delle pubblicità.
Poi aspettiamo. Almeno un’ora. Il sole sale molto alto nel cielo.
Il povero Antonio, soffre, soffia. Per fortuna si tratta solo di una tappa in pianura.

Proprio allora un ragazzino grida.
- Eccoli! Eccoli!
Scende il silenzio.
Vediamo spuntare una massa compatta all’estremità della Strada che è tutta diritta.
E, lentamente, cominciamo a gridare.
- Antonio! Antonio! Antonio!
Le nostre voci risuonano.
- Antonio! Antonio!
E ci passano davanti come un tornado nelle pianure d’America.
- Antonio! Antonio!
E Antonio che spinge sui pedali.
E loro che spariscono all’altra estremità della Strada, i campioni.
E io che guardo Antonio piangere con quei suoi occhi di cieco.


"des rives lointaines" Laurent Martin ed. Passage

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 15, 2008 11:09 | link | commenti
categorie: libri, letteratura
lunedì, 14 luglio 2008

Scrittori, falliti, missioni e lingua

E' uscito il 32° numero di Sagarana
All'interno il brano "la missione dello scrittore"
tratto dal saggio di Elias Canetti "la coscienza delle parole", il racconto "scrittore fallito" di Roberto Arlt, il minuscolo delizioso "badante" di Marcelino Freire e la poesia "la tua lingua" di Darìo Jaramillo, e altro ancora.


postato da: sabrinamanca alle ore luglio 14, 2008 23:26 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
mercoledì, 09 luglio 2008

Zadie Smith a Gavoi
zadie smith

Incontrare questa giovane splendida scrittrice è stato come fare un passo indietro nel tempo e nello spazio.

Siamo nel 2003 e io vivo da poco a Londra. ho grandi progetti, anzi, sogni, perché i progetti si realizzano mentre dai sogni, belli o brutti che siano, ci si sveglia. Leggo qualche articolo su questa anglo-giamaicana di neanche ventidue anni il cui primo libro "white teeth" è messo all'asta fra le varie case editrici senza che nemmeno sia stato ultimato. Se devo fare dei sogni, tanto vale che siano di gloria.
Mi sono risvegliata da tempo ma Zadie Smith resta un sogno ad occhi aperti.

Alta, imponente, statuaria questa bellissima donna ha uno sguardo e una voce vellutati, e spolverati di quel pizzico di timidezza e ritrosia che fanno impazzire uomini (e donne).
L'incontro è stato mediatico, quasi un bagno di folla.
Erano le dieci di notte, l'umidità faceva accapponare una pelle incredula dopo una giornata davvero infuocata, quando uno strano duetto di spilungoni si è accomodato nel salottino dedicato alle interviste. Lui, Sergio Dogliani, di cui parlerò più in basso, torinese trapiantato a Londra da una quindicina d'anni, spigliato e con una parlantina corredata d'un vago accento a little bit british e lei Zadie Smith, che sorprende tutti con un buon italiano dalle inflessioni piuttosto cinesi, con molte elle a sostituire le erre e un'abbondanza tutta inglese di "excusame" (traduzione istantanea dell'ormai mitico sorry).
Zadie Smith ripercorre il cammino fatto dalla genesi e dal successo di "denti bianchi" (white teeth).
Ci racconta che il successo e l'esposizione, sono arrivati troppo all'improvviso e la sua reazione è stata quella di ignorare il tutto per diversi anni.
La sua saga multiculturale ambientata a WillesdenWILLESDEN 1
ha sollevato le ire degli abitanti della zona, per fortuna non culminate in  minacce come nel caso di Monica Ali e il suo "brick lane".
Ci parla poi del suo modo di scrivere, e di vivere che sente ancora come quello di una studentessa. Sveglia tardi, troppe sigarette, una confusione tutta universitaria nello strutturare la giornata, troppe distrazioni, fra cui il tip tap, il nuoto, molte letture. Si susseguono le solite domande su come nasce la sua scrittura, come scrive, di che cosa, che cosa in ciò che scrive fa parte di lei, la emoziona. Le risposte sono anch'esse, sempre uguali. E' convinta che lo scrittore non possa sedersi davanti alla macchina in preda alle emozioni, come dire che c'è una logica dietro ad un'opera letteraria, si, c'è un po' di lei nelle storie e nei personaggi ma nessuno è veramente lei, nessuna storia è davvero la sua. Rivendica la libertà che la fiction le concede ma ci mette, dentro al suo lavoro, una devozione al realismo.
E' venuta a vivere a Roma per un anno e mezzo ma non scriverà dell'Italia. Non capisce bene questo paese, e la politica nostrana le appare come un oggetto non identificato.
Se posso azzardare, aggiunge timidamente, mi sembra che gli italiani manchino di rigore.
Un timido azzardo, commento fra me e me.
Ci parla di Cambridge e di quanto la scuola abbia contribuito alla sua formazione malgrado la considerazione che della letteratura si aveva fra le mura universitarie che la mettevano sullo stesso piano della matematica e delle scienze e che lei non condivide, perché considera la letteratura altro, rispetto alle scienze.
Ci dice infine che la lettura, quella si, è davvero necessaria, se si vuole scrivere, e anche se non lo si vuole.
Se ne va dopo un'ora e mezza di chiacchiere, risate, "escusame" e "se disce così?".
Un vero tripudio, meritato da una donna decisamente carismatica, oltre che già grande scrittrice.

Ho trovato qui una recensione sintetica ma indicativa della sua opera.
***

Sergio Dogliani, di cui non avevo mai sentito parlare prima di questo fine settimana a creato delle strutture di cui ho usufruito con grande soddisfazione durante il mio soggiorno londinese.
ideastoreUna si chiama Ideastore ed è una catena di biblioteche multimediali che si sono diffuse in tutta Londra ma che sono nate in Tower Hamlets, nel mio quartiere. Dentro ci si può mangiare, telefonare, portare il passeggino a spasso fra gli scaffali, prendere un tè e, incredibilmente, leggere.
Un luogo piacevole, un po' chiassoso, vivo.
L'altra iniziativa lo ha visto collaborare con la municipalità di White Chapel, sempre nella medesima zona, per creare dei corsi di inglese, informatica e matematica di base. Corsi che rilasciano certificato riconosciuto e utile per la ricerca di un impiego. Ho frequentato per mesi questi corsi, che sono piuttosto basici e utili soprattutto alle persone non scolarizzate, e ho potuto constatarne l'utilità. Ci ho anche fatto simpatici incontri.
Insomma, ho proprio voglia di tornare per qualche tempo a Londra...




postato da: sabrinamanca alle ore luglio 09, 2008 13:23 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, londra, romanzi
lunedì, 07 luglio 2008

Di ritorno da Gavoi (5°festival di letteratura della Sardegna)

L'ultimo istante infuocato, dilatato di un'ora e più, l'ho trascorso ieri mentre attraversavamo la piana di Ottana e un vento che correva a 50° Celsius ci toglieva il respiro e chiudeva gli occhi, minacciando l'eternità.
Caldo all'andata, insieme a curve e tornanti che si susseguivano per chilometri e mentre salivamo sino ai quasi 800 metri del paese più in salita e in discesa, più in picchiata di questo angolo di mondo.
Caldo durante tutte le manifestazioni che seguivamo con fatica, riparandoci come meglio potevamo con cappellini, creme solari, mosse astute da impareggiabili ladri d'ombra.
Caldo di notte, sul letto, mentre in testa ancora giravoltavano tutti gli eventi della giornata e le emozioni e le domande che sempre si moltiplicano al giungere delle risposte.
Infine caldo, e panico, una volta tornata a casa.
Da dove comincio? come posso trasmettere tutto questo senza che qualcosa dell'entusiasmo, della scoperta, delle riflessioni si perda?
Domanda retorica, lo so. Chi scrive trasmette, trasporta, invia, ma senza ricevuta di ritorno.
Lancia un bottiglia in mare, manda in aria un piccione viaggiatore, semina la terra, con messaggio.
E' tutto. E deve bastare.
Anche di questo si è parlato in questo intenso fine settimana, e della domanda che sempre ritorna fra i lettori, e ai quali uno scrittore non arriva mai a rispondere.
Perché il desiderio, l'urgenza di scrivere è un mistero, come tanti altri, e chi ha questo mistero in sé non arriva a spiegare come nasce. Sa solo che scrive.

Antonella Anedda racconta uno dei tanti motivi per cui si scrive e uno dei pochi casi in cui è il lettore che esorta lo scrittore. Anna Achmatova ebbe un figlio incarcerato da Stalin e ogni giorno lo andava  a trovare per rifornirlo di vettovaglie e di qualsiasi cosa necessitasse. Così come le altre madri.
Una di queste un giorno si volse verso di lei e le domandò se sapesse scrivere. Si, rispose lei sorpresa. Allora, per favore, racconti tutto questo.

Uno dei motivi per cui si scrive è "raccontare tutto questo" ma non è il solo e non è solo la scrittura a farlo. Lo sono le arti, il giornalismo, la semplice parola.
Perché poi uno decida per un metodo o un altro questo resta un mistero.

***
In un festival denso di invitati anche "importanti", come il fresco vincitore del premio Strega, il giovane (dio quando sto invecchiando...) Paolo Giordano, ho scelto di partecipare a diversi incontri. Alcuni mi hanno lasciato un po' di delusione in bocca,il reading di Diego De Silva e l'incontro con il regista Antonello Grimaldi,  di altri, come l'incontro al balcone con Antonella Anedda, tento di conservare intatte le emozioni, gli stimoli, gli spunti come chi tenta di trattenere in bocca l'ultimo goccio di acqua fresca quando nessuna oasi è in vista. E poi c'è anche altro:Zadie Smith, Polo Giordano, Caterina Serra, Anilda Ibrahimi

Comincerò da domani, a presto


postato da: sabrinamanca alle ore luglio 07, 2008 12:16 | link | commenti
categorie: riflessioni, libri, letteratura, eventi
venerdì, 18 aprile 2008

Il fascino del bambino morto

cover_geddes585Le mie fantasticherie sono cominciate durante la gravidanza e anziché cessare si sono aggravate con la nascita di mia figlia.
Mi stupivano all'inizio, non considerandomi una persona morbosa, ma poi ho imparato a conviverci.
La mia spiegazione è la relazione che si è instaurata con l'essere, dapprima nel mio ventre. e poi nelle mie braccia e nella mia vita. Una relazione capace, e per potenza e per dipendenza affettiva reciproca, di far impallidire tutte quelle che ho annodato in precedenza. Ho amato e amo, la famiglia, gli amici. Vi sono persone per le quali nutro un affetto sconsiderato, senza le quali mi sentirei disorientata ma i sentimenti che nutro per mia figlia non si avvicinano per intensità a nessuno  di quelli provati in  precedenza.
Credo che sia questa intensità a scatenare le mie fantasie.
Mi ritrovo così a pormi domande assurde - che cosa faccio se le capita qualcosa? Che cosa sarà di me, senza di lei? Di che sarei capace se qualcuno le facesse del male?
Resto meravigliata davanti al cambiamento che la sua esistenza ha prodotto in me, in maniera del tutto incontrollata, nel giro di pochi mesi.

E così cerco continue occasioni di confronto con queste "prove di funerale".

*
Dolly city di Orly Castel-Bloom mi è capitato fra le mani al salone del libro di Parigi. "storia di una donna riscattata dalla maternità" recita la quarta di copertina.
Una storia folle, surreale, metaforica che mi ha torturato ad ogni pagina proprio per la mia incapacità, tutta nuova, di prescindere dalla carnalità della mia bambina.
Dolly è una schizoide, attorno a cui è costruita un'intera città . Dopo aver ucciso per un motivi futili un tizio qualunque, scopre un neonato nel cofano della sua auto e lo porta a casa.
Il sentimento materno deformato la costringe a continui cruenti check-up, interventi a cuore aperto, analisi del sangue.
Dolly, medico laureatosi (forse) a Katmandu, dimentica di ricucire suo figlio, chiamato appunto "figlio", dopo ogni intervento, gli toglie un rene per sbaglio, gli disegna una carta di Israele sulla schiena, carta sulla quale lui stesso, adolescente, si preoccupa di aggiustare volta per volta i vari confini. Gli vieta qualsiasi manifestazione d'affetto, salvo poi incollarselo sulla schiena perché non si allontani verso il pericolo.
Questa affascinante metafora del popolo ebreo, errante, radicato e sradicato nello stesso tempo, vittima e carnefice, che ha suscitato all'epoca della sua pubblicazione feroci polemiche, è diventato per me un rosario di torture.
L'ho terminato e questa stoicità ha il valore metaforico di superamento delle angosce, dell'accettazione della complessità intrinseca alla maternità.

*

Qualche giorno fa bighellonavo per le librerie di Saint Michel e ho scovato un'altra chicca "Philippe" di Camille Laurens  (solo un romanzo pubblicato in Italia da Einaudi) un libro scritto nel 1994 dove la romanziera racconta  per emozioni la morte del suo bambino a qualche ora dalla nascita e il processo intentato (e vinto) per incompetenza contro il medico che la seguì.

L'incipit:
"Quando sono entrata Yves e l'assistente materna avevano terminato di vestire il bebé con la camicina blu marine ricamata dalla nonna. Sotto la cuffietta di lana, il viso esprimeva una straordinaria gravità e, come quello di un saggio, un'estrema bontà.
L'ho preso fra le mie braccia, era il mio primo figlio e durante la gravidanza avevo temuto di essere maldestra una volta che fosse arrivato, di non sapere.
Ma i gesti mi sono giunti, tutti, così come le parole d'amore alle labbra, e ogni angoscia mi ha abbandonata di colpo davanti a quell'evidenza - corpo denso e pieno contro il mio, nuca sostenuta dall'incavo del mio braccio, nastro della brassière annodato contro il freddo: non c'è niente da imparare.
Philippe è nato il 7 febbraio 1994 a D - clinica X.
L'indomani sono andata con Yves, suo padre, all'obitorio per vederlo."


Philippe è dichiarato clinicamente morto due ore dopo la nascita:

"l'infermiera china su di me, a pochi centimetri dal mio viso, in sala parto, mi domandava di dare un nome al bambino. E mai ho sentito la corsa contro la morte così vicina, contro la morte e contro l'orologio, la rivalità tra morte e la parola, e che bisognava assolutamente, urgentemente, dichiararlo, dirlo, designarlo, perché esistesse.
E io cercavo disperatamente un nome nella mia testa, - sa che era un maschio, vero? diceva lei, - si, rispondevo - e allora, come pensava di chiamarlo? E io cercavo ancora un altro nome, ma non quello, un altro, il nome di un altro bambino, perché come poteva essere quello il nome di un bambino morto?
Sempre cercando, scuotendo la testa, cercando di liberarmi dalla sua influenza, trattenendolo, proteggendolo con tutto il mio corpo, poi finalmente, lasciando andare quel nome come una sconfitta, accettando, consentendo a  quel nome di uscire, accettando che fosse Philippe quel bambino che moriva fuori dal mio ventre. Riconoscendolo."


E ancora, nell'ultima pagina, il rapporto fra parole e esistenza:

"scrivo per dire ti amo. Grido perché tu non hai gridato, grido perché tutti sentano il grido che non hai emesso nascendo - e perché non hai gridato Philippe, tu che vivevi così fortemente nelle mie tenebre? Scrivo per liberare questa pena d'amore, ti amo Philippe, ti amo, e grido perché tu gridi, scrivo perché tu viva. Qui giacque Philippe Mezières. Ciò che nessuna realtà potrà mai fare, le parole lo possono. Philippe è morto, viva Philippe. Piangete voi che leggete, piangete:  che le vostre lacrime lo strappino dal nulla."

E io piango.

postato da: sabrinamanca alle ore aprile 18, 2008 07:42 | link | commenti (3)
categorie: libri, letteratura
mercoledì, 02 aprile 2008

Au secours! In italiano aita, aita!

Oramai il salone del libro di Parigi edizione 2008 si è concluso e io avrei qualcosa da raccontare, piccole e grandi storie che si sono intrecciate dentro e fuori dal grande padiglione di porte de Versailles ma il mio tempo è divorato da una rivoluzione subdola che si nasconde sotto le spoglie di un visino d'angelo che mi sta facendo morir d'amore (nemmeno da  adolescente ricordo d'essermi mai tanto infiammata per il bulletto di turno) e di un essere diabolico che mi sta seppellendo sotto una pappa, un sorriso, un pianto e montagne di 
pannolini pieni di cacca fino all'orlo (e oltre, a volte), un alieno che si sta trasformando sotto ai miei occhi, giorno per giorno.
A tutt'oggi ha il quoziente intellettivo di un lemuriano ma in due o tre anni sarà forse superiore al mio (non ci vuole poi tanto, direte voi! Io, taccio.)
Quest'anno il salone era dedicato a Israele, la qual cosa ha imposto un enorme apparato di sicurezza (anche se a detta dei partecipanti, autori, editori e affini, non subivano alcun controllo).
Ho scampato due falsi attentati bomba, perso gli incontri con David Grossman e Abraham Yehoshua, partecipato ad uno molto intimo fra il poeta Ronny Someck e il romanziere Pawel Huelle; ho infine acquistato tre libri:
"all'improvviso, nella foresta profonda" di Amos Oz (soudain, dans la forêt profonde)
"Dolly city"di Orly Castel- Bloom
"l'amore, all'improvviso" di Aharon Appelfeld ( l'amour, soudain) del quale vi parlerò per primo dato che ho appena terminato di leggerlo.

***

A cinque mesi e mezzo dalla nascita del mio adorato cucciolino di femmina sto meditando di tornare a lavorare, e per un solo motivo: il tragitto casa-lavoro e viceversa.
Ebbene si, quell'ora, ora e mezza, era un toccasana per la mia sete di lettura mentre ora riesco a collezionare svariati (ma sempre largamente insufficienti) istanti strappati ad un sonno più disperato che ristoratore.
So già che vi dirò meraviglie di Aharon Appelfeld che ho pure avuto modo di incontrare in libreria durante la presentazione del suo ultimo libro, so già quali meraviglie.

Adieu, au revoir, enfin,

Alla prossima apnea, intanto vi lascio una poesia di buona notte da
Ronny Someck

Nell'occhio del ciclone  (הרעסה ןיע לע)

Dopo la prima pioggia, il merlo vola
come ciglio sull'occhio del ciclone.
Il vento, sotto le nuvole,
gli fa drizzare la coda
e toglie di dosso le vesti fogliose
indossate dagli alberi nella cerimonia
di insediamento del ministro del sesso
nel governo della natura.
Io sono il campione del mondo dei
particolari trascurabili
e quindi non scriverò che ero li'.
postato da: sabrinamanca alle ore aprile 02, 2008 00:13 | link | commenti
categorie: poesie, letteratura, eventi, francia
giovedì, 13 marzo 2008

Malaparte: i due volti dell'Italia

malaparte

La bicicletta in Italia fa parte del patrimonio artistico nazionale così come la Gioconda di Leonardo e la cupola di San Pietro o la divina commedia.
Ci meravigliamo che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello.
Se vi capita di dire, in Italia, che la bicicletta non è stata inventata da un italiano, vedrete tutti gli sguardi velarsi intorno a voi e una maschera di tristezza incupire ogni viso.
Ah, se dite questo, in Italia, se lo dite a voce alta, in un caffè, per strada, che la bicicletta, così come il cavallo, il cane, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole, non è stata inventata da un italiano (dato che sono gli italiani che hanno inventato il cavallo, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole), un lungo brivido percorrerà la schiena della penisola, dalle Alpi fino all’Etna.

 

È in Inghilterra che appresi, qualche anno prima della guerra, che la bicicletta non è figlia del genio italiano, non è la sorella delle vergini di Botticelli, delle madonne di Raffaello, delle stanze dell’Ariosto.

È in una cittadina inglese, chiamata Leeds, se non mi sbaglio, che ho fatto l’incontro più doloroso della mia vita: quello con un signore in soprabito, impettito su un piedistallo di granito che stringe in mano il volante di una bicicletta di bronzo.
Questo signore era un inglese, e, quel che è peggio, fu l’inventore della bicicletta!
Non pronuncerò il suo nome. È un nome che un italiano non potrebbe pronunciare senza impallidire di rabbia.
La bicicletta, figlia di un inglese – ho pianto per l’umiliazione e la tristezza - . Che cosa! Gridavo chiuso a doppia mandata nella mia camera d’albergo, è mai possibile che quest’opera d’arte, questo gioiello dello spirito, sia figlia di un inglese e non di un italiano? Se almeno fosse opera di un francese! Un francese almeno è un latino!
Jean Cocteau, che adora le biciclette (e le maglie rosa, i volanti incurvati come dei baffi alla “gauloise”, le gomme attorno al petto come i due serpenti che disegnano il numero otto nel caduceo di Esculapio e Mercurio) Jean Cocteau mi diceva ultimamente, alla fine di una cenetta in un delizioso bistrot di Montmartre – i francesi sono degli italiani di malumore: gli italiani dei francesi di buon umore – .
Se almeno la bicicletta fosse stata inventata da un italiano di buon umore, un francese!
Un francese almeno è un latino! Perché se c’è qualcosa che merita d’esser stata inventata da un latino, questa è la bicicletta.
Ma guardatela, guardate la sua forma snella, elegante, sobria, la sua linea perfetta, rigorosa come un teorema de Euclide, semplice e allo stesso tempo capricciosa come la fessura incisa dal fulmine nello specchio blu di un cielo sereno.
Guardate la forma del volante, incurvato come le antenne di un insetto, le due ruote simili al famoso cerchio disegnato con un solo tratto, su una pietra, con un pezzo di carbone, da un pastorello chiamato Giotto. (Era nato vicino a Firenze, Giotto, era dunque un compatriota di Bartali.)
Che significato avrebbe, la bicicletta, se fosse un geroglifico inciso su un obelisco egiziano? Avrebbe il senso di un movimento o il riposo? La fuga del tempo o l’eternità?

Non mi stupirebbe se significasse l’amore.

...........................................................................................................................................................

 

Curzio Malaparte  dopo la seconda guerra mondiale soggiornò  frequentemente in Francia dove continuò a  pubblicare  i suoi scritti prima  ancora che in Italia. La sua passione per la Francia, e la sua volontà d'assimilazione lo portarono alla fine degli anni '40, a scrivere alcuni dei suoi testi come  delle pièces teatrali e degli articoli in francese.

postato da: sabrinamanca alle ore marzo 13, 2008 08:33 | link | commenti (5)
categorie: libri, letteratura, francia
sabato, 15 dicembre 2007

Guerre
 
Asim
“Dio protegge gli ubriaconi e i bambini” recita un vecchio adagio bosniaco. Uno dei primi giorni della guerra, Asim detto “il sommozzatore” alcolista notorio, percorse in bicicletta la città in fiamme e si spinse addirittura fino alle posizioni serbe, facendo ritorno sano e salvo.
L’indomani mattina, quando ebbe smaltito la sbornia, gli raccontarono quello che aveva fatto.Asim detto “il sommozzatore” se ne prese un tale spavento che perdette conoscenza.
 
Lo zio Muharem

Muharem era un ometto magrolino che tutti i ragazzini zigani chiamavano “zio” perché quando era ubriaco distribuiva denaro a piene mani.
Aveva trascorso la sua umile vita nel mercato di Modriča, dove vendeva delle angurie e dei meloni che gli assicuravano un’estate pigra e senza pensieri, e delle mele e delle cipolle l’inverno, “giusto per sopravvivere” diceva lui “e per avere di che comprare del Raki e degli stuzzichini”.
Osservava tre regole sacrosante “ non imbroglierai il tuo vicino, non ruberai, non ucciderai”.
Non si sa bene che fine abbia fatto lo zio Muharem. L’armata serba lo fece prigioniero e nessuno dei suoi fratelli musulmani, durante uno scambio di prigionieri, ebbe l’idea di reclamarlo.
Ecco perché quell’anno l’estate arrivò in ritardo.

Raki: aquavite diffusa sopratutto in turchia dove è considerata bevanda nazionale
 
***

La foresta non esiste perché ogni albero unico.
E così quando la guerra, il fuoco, l’uomo, la distruggono, uccidono gli alberi, uno ad uno.
Questo il tema e il fine ultimo de “ I bosniaci” di Velibor Ĉoliĉ, raccontare i morti, ciascuno vissuto a modo suo in una guerra feroce e insensata, come ogni guerra.

Velibor Ĉoliĉ, nato in un villaggio della Bosnia nel 1964, prima della guerra ha pubblicato a Zagabria un "romanzo in versi" (Madrid, Granada o qualsiasi altra città) e un libro di racconti (La rinuncia di San Pietro).
Arruolato dall’esercito del suo paese, dopo la diserzione e l’internamento in un campo di concentramento è riuscito a fuggire e da allora soggiorna in diversi paesi europei; attualmente vive in Bretagna.
i bosniaciNe “ I bosniaci”(1993) l’autore tratteggia brevi quanto indelebili ritratti dei morti della sua guerra. Bambini, donne, uomini, vecchi, giovani, fotografati negli atti semplici della vita quotidiana e uccisi con una ferocia a volte creativa, altre monotona, ma sempre raccapricciante.
Una “Guernica” tradotta in letteratura, uno scricchiolare di ossa rotte, uno stridere di membra mozzate, un piegarsi grottesco di corpi in posizioni innaturali; un gobbo raddrizzato grazie ad un palo, una famiglia composta da nonni, genitori, figli, cane e gatto, tutti in fila con le teste mozzate e ordinate per gerarchia, una bimba mirata e colpita alla testa da un cecchino e che per pochi istanti ancora dopo la morte, continua il suo gioco.

Una Guernica ma anche un’antologia di Spoon River, con la stessa ironia, comicità, la tenerezza e l’affetto per ogni personaggio, una compassione che non fa differenze fra bosniaci e serbi.

***

Čeda

Dopo gli assalti falliti della fanteria, i serbi non raggruppavano i propri morti durante la ritirata.
Eravamo noi che dovevamo seppellire frettolosamente i serbi uccisi, e mancandoci il tempo, li mettevamo in una fossa comune.
Un giorno spinti da una curiosità strana e morbosa, più forte perfino del disgusto, i soldati incaricati di tale compito frugarono un cadavere che puzzava d’ alcol.
La lista degli oggetti che gli trovarono addosso non era lunga: un coltello, delle munizioni e una bottiglia di grappa, mezza vuota con su scritto, con una penna a biglia: “PER DARMI CORAGGIO”.

Čeda:era il nome che nelle barzellette, i bosniaci davano ai serbi.

***

Questi eventi trasformano il soldato in disertore e lo scrittore in reporter.
Velibor Ĉoliĉ trascrive in un taccuino ogni morte alla quale assiste o che gli viene raccontata così come la vita che la ha preceduta perché la guerra non sia banalizzata ancora una volta dal numero dei suoi defunti.

E’ un racconto che colpisce non solo, evidentemente, per la tragicità dell’argomento, ma anche e soprattutto per il lirismo e l’efficacia fulminante di questi ritratti di poche righe destinati ad abitare lungamente il nostro ricordo.

Velibor Ĉoliĉ ha poi pubblicato Cronaca degli scomparsi (1994) e La vita fantasmagoricamente breve e strana di Amedeo Modigliani (1995). Una versione italiana di quest'ultimo libro era stata annunciata dalle edizioni Zanzibar, ma non è mai apparsa. Nella presentazione all'edizione francese si legge: "Tragica, poetica, strana e fantasmagorica, questa fu la vita di Amedeo Modigliani nei sogni di Velibor Ĉoliĉ. Angelo dal destino folgorante, il pittore diventa l'emblema del genio creativo, certo maledetto, ma al contempo eletto. Grazie a brevi visioni, con un verbo allucinato, l'ispirato autore de I Bosniaci fa appello alla finzione per parlare del reale".

Il suo ultimo libro s’intitola “Perdido”. “Questa sedicente biografia è stata scritta in virtù di un puro capriccio del fato, in modo del tutto arbitrario” ci previene l’autore: tra la biografia romanzata e la raccolta di schegge letterarie, Perdido é una sorta di lunga improvvisazione sulla vita del sassofonista Ben Webster (1909-1973), un romanzo roulette dove la biglia corre da una casella all’altra come in un coro insolito. Donne, droghe, amici musicisti ( Duke Ellington, Billie Holiday, Oscar Peterson) Ĉoliĉ fa sfilare, con un lirismo folgorante tutta la vita di questo musicista geniale di cui Julio Cortazar diceva “Ogni volta che sento pronunciare il suo nome, mi levo il cappello”

Qui una breve biografia e dei materiali 

Qui un’intensa e illuminante intervista (in francese) 

postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 15, 2007 12:35 | link | commenti (2)
categorie: libri, letteratura
sabato, 09 giugno 2007

Le mie condoglianze


1177605749MieCondoglianzeSitoHa il nome di un fiore ma non é Rosa.

E’ una donna così grassa ma così grassa che quando cade dal letto cade dai due lati.

E’ una donna così grassa ma così grassa che riesce ad essere in due luoghi nello stesso tempo.

E’ una donna obesa con l’aria da “troia di bassa lega”.

E’ Violeta che in una sola frase, lunga più di trecento pagine ci racconta la sua vita fino all’incidente che la vede appesa a testa in giù alla cintura di sicurezza dalla sua auto uscita di strada, in una notte di tempesta in cui solo gli ubriachi e disperati si metterebbero al volante.

E il presente, il passato, gli affetti, si materializzano come nel disegno di un grande artista. Con sapienza, maestria e precisione, Dulce Maria Cardoso traccia le prime linee che delimitano lo spazio per poi concentrarsi sui particolari.

E’ un continuo va e vieni, ci avvicina ai dettagli che ci catturano al punto che vorremmo continuasse, andasse più a fondo perché intuiamo che c’è altro dietro e oltre a quello che ci ha appena raccontato ma proprio in quel momento lei si sposta e lavora su un’altra parte.

La storia che ci ha raccontato nella prima pagina non ha nulla a che vedere con quella a pagina dieci e questa cambia ancora con lo scorrere delle righe e dei capitoli.

I protagonisti di questa vita, i genitori, la sua unica figlia, Dora e poi Angelo, la domestica Maria da Guia, si precisano si dotano di spessore e prendono vita, divengono personaggi a tre dimensioni.

Nei blog si leggono molte “recensioni” e spesso trovo commenti del tipo

- non potendo comprare tutti i libri di cui sento parlare, come posso discernere, scegliere fra le mille proposte?

Vi dirò perché scegliere questo libro.

Primo, perché “ Le mie condoglianze” è meravigliosamente scritto; la forma che l’autrice ha scelto (in 310 pagine gli unici segni di interpunzione sono delle virgole) la dice lunga sulle capacità dell’autrice, sapendo che questo andare e venire fra un personaggio e l’altro, fra il passato e il presente, invece di confonderci ci affascina e ci fa restare sulle pagine sempre sperando di saperne di più, di ottenere ancora maggiori particolari.

Secondo, perché la storia di una famiglia nasconde e contiene tutte le tematiche della tragedia, quelle che fanno parte visceralmente di noi dalla notte dei tempi e Dulce Maria Cardoso sembra conoscere profondamente la materia che maneggia, l’odio e l’amore, la tenerezza e la crudeltà, la disperazione e la speranza.

Terzo, perché Violeta è uno di quei personaggi che non si dimenticano, e questo è già tanto.

Ho scelto una frase che mi ha particolarmente colpito:

non c’è nulla che il silenzio non uccida

Buona lettura

 

postato da: sabrinamanca alle ore giugno 09, 2007 09:56 | link | commenti (26)
categorie: recensioni, libri, letteratura
venerdì, 25 maggio 2007

Un walzer con Paweł Huelle


 Non c’è pari all’emozione d’esser condotti da un cavaliere agile ed esperto in una danza così vivace
huelle pavele briosa.

Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.

Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.

A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.

In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica. 

E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.

 
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.

UN ALTRO PARERE

"Come detto, avevo appuntato il libro di Huelle sulla mia straripante lista della spesa. Il fatto che fosse su un bordo probabilmente ne ha favorito la fuoriuscita al momento dell’inondazione (last in - first out). Adesso sono intorno a pagina 70 . La scrittura di Huelle è fresca, ironica, densa, intrigante, ci si immerge in una specie di fiume in piena (per rimanere in tema di straripamenti). È uno di quei libri da leggere a grandi dosi, nel senso che sei hai solo quindici minuti (classica lettura da bagno) è meglio che lasci perdere (rischi di rimanere in bagno un paio di ore!). La struttura è veramente atipica. Le lettere immaginarie indirizzate allo scrittore Hrabal, le prove di guida di Huelle, i suoi racconti, i suoi ricordi, costringono il lettore (che di tale costrizione è contento) a trovarsi continuamente su piani temporali o spaziali completamente diversi. Il tutto con una punteggiatura da capogiro (e con pochissimi punti! Immagino il lavoraccio della traduttrice). È un flusso. Huelle non va mai a capo e per chi, come me, non usa segnalibri né tanto meno spiegazza con orecchie il libro, risulta ogni volta difficile ritrovare il punto in cui si era arrivati! La grafica della Voland non si discute, anche io però avrei preferito un’altra immagine sulla copertina al posto della mercedes color “verde marcio”. Ma l’edizione polacca non è migliore: se non sbaglio riproduce una foto del padre di Huelle appoggiato ad una citroen. Ecco, proprio a doverlo fare, un appunto (sto sempre parlando da pagina 70, sia ben chiaro), lo farei alle immagini in bianco e nero riprodotte nel libro. A parer mio nulla aggiungono a quanto scritto da Huelle. Ma, per fortuna, nulla tolgono…"
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postato da: sabrinamanca alle ore maggio 25, 2007 10:27 | link | commenti (26)
categorie: recensioni, libri, letteratura