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giovedì, 30 luglio 2009

Cecità

cecità saramagoUn paese senza nome e così pure una città e degli uomini e donne. Il primo cieco, lo diventa mentre è in coda davanti a un semaforo. Seguiranno, inesorabilmente, tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui.
L'uomo che lo accompagna a casa e ne approfitta per rubargli l'auto, il medico che per primo lo visita,
tutti coloro (pazienti, parenti, personale) che sono nell'ambulatorio. Ognuno di loro, a sua volta,
contagia chiunque incontri.
I primi ciechi vengono rinchiusi dal Governo in un manicomio fatiscente e trattati come bestie. Sono una decina quando l'epidemia comincia, diventano centinaia qualche giorno dopo.
Nell'asilo si instaura un modello in miniatura di una qualunque comunità presa dal panico. Il cibo e
l'acqua divengono la sola ragione di vita dei reclusi. Si organizzano spedizioni per andarseli a prendere ai cancelli, dato che i soldati di guardia non si avvicinano per paura del contagio e non permettono loro di allontanarsi, pena la fucilazione, si organizzano spedizioni per rubarli, si mette in piazza un mercato nero che esige lo scambio del cibo contro dei valori personali e infine, contro delle donne.
Il degrado delle condizioni igieniche corrisponde perfettamente alla discesa agli inferi di uomini e donne che per il cibo, o per qualsiasi altra cosa, a volte per un niente, per il solo gusto di farlo, sono pronti a vendersi o ad accusare e vendere gli altri.
C'è una sola persona, la moglie del medico, che inspiegabilmente non è stata colpita da cecità ed è questa donna che si assume il compito di vedere per gli altri, di portare il fardello di questa cecità collettiva, di guidare chi vorrà seguira, nel cammino verso la luce.

Perché leggere Cecità e soprattutto perché leggere altre opere di Saramago dopo aver affrontato questo saggio così sconvolgente?
Cecità è un racconto feroce, impietoso, di qualcosa che Saramago stesso dice di "vedere"in questo mondo, ora. Non una favola grottesca quindi, né un audace paradosso, ma uno dei tanti modi di raccontare ciò che siamo.
Siamo ciechi pur vedendo, siamo irresistibilmente attratti dal nostro egoismo che serviamo con gli atti più bestiali che si possano immaginare.
Siamo però, al contempo, coscienti della necessità di vivere in una società e tentiamo di stemperare i nostri istinti,tendendo perfino, più raramente, verso un ideale di condivisione, di mutuo soccorso.
E, se da un canto gli occhi della moglie del medico permettono a noi lettori di vedere gli orrori che essa per prima,incredula, è capace di compiere, e che poi altri, compiono o sanno compiersi, ma si rifiutano di comprendere, ci appare presto sorprendentemente chiaro che i suoi occhi da soli non sono sufficienti a sconfiggere la cecità.
Non basta vedere da soli.Bisogna essere in tanti per vedere davvero, ripete spesso, e alla fine così sembrerà anche a noi.
Bisogna leggere Cecità per domandarsi dove si colloca la nostra idea  di noi stessi, dell' uomo, dell'umanità,.
Crediamo che l'uomo sia fondamentalmente buono o cattivo? Crediamo che sia entrambe le cose nello stesso tempo?
Io mi sono arresa solo di recente alla stupidità, la mia personale, e a quella collettiva, e perciò mi ritrovo ancora a provare un orrore pieno di stupore per bestialità degli uomini.
Questo testo mi aiuta ad accettare la bestialità, come parte integrante di me stessa, di ognuno, e mi fa comprendere quanto grande sia la guerra che ciascuno di noi deve compiere ogni giorno nell'intento di sbarazzarsene o almeno, di dare a questa bestialità un vestito d'umanità.
Vi sono momenti in cui riesco persino a
provare tenerezza per questo essere dilaniato da contraddizioni che è l'uomo.

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 30, 2009 13:58 | link | commenti (3)
categorie: recensioni, riflessioni, libri, letteratura, , josé saramago
martedì, 21 luglio 2009

Giovani sposi degli anni '50

mad-men-don-betty

I giovani mariti erano severi in quei giorni. Pochissimo tempo prima, erano stati corteggiatori, titubanti e devastati dalla smania di sesso. Ora però, a letto caldo, si erano fatti risoluti e critici. Uscivano di casa ogni mattina, ben rasati, il giovane collo strizzato dal nodo della cravatta, e ricomparivano la sera, pronti a dispensare occhiate di sufficienza alla cena e a spalancare il giornale, facendone una barriera contro il caos della cucina, i piccoli malesseri, le emozioni, i neonati. Quante cose avevano dovuto imparare in poco tempo. Come lavorarsi il capo, e come dominare la moglie. Come mostrarsi autorevoli in materia di ipoteche, beni immobili, cura del prato, impianto fognario, politica, come pure riguardo al lavoro destinato a mantenere la famiglia per il successivo quarto di secolo. Solo alle donne dunque era concesso scivolare - durante le ore del giorno e sempre tenendo conto delle strepitose responsabilità scaricate sulle loro spalle dalla presenza dei bambini - in una sorta di seconda adolescenza. Una leggerezza dell'anima quando i mariti se ne andavano. Sognanti ribellioni, raduni sovversivi, accessi di ilarità che riportavano ai tempi del liceo, muffe che fiorivano sui muri a spese dei mariti, nelle ore in cui loro erano fuori.


La citazione è tratta dalla raccolta di racconti "nemici, amici, amanti", di Alice Munro.
La fotografia è tratta dalla serie televisiva "madmen".
postato da: sabrinamanca alle ore luglio 21, 2009 14:48 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, alice munro
mercoledì, 08 aprile 2009

La dormiente di Napoli e l'Ippocampo

Ieri ho scovato una casa editrice specializzata nel campo dei libri illustrati e le culture di paesi come l'India o la Cina. Si chiama Ippocampo e vanta diverse collane degne di nota.
Nella sezione per ragazzi ho trovato dei racconti diversi dai soliti, e poi altre interessanti sottocategorie: l'India dei piccoli, la Cina dei piccoli, la natura si racconta, l'enciclopedia della terra. Per ogni libro (o quasi) c'è la possibilità di sfogliare alcune pagine dove troverete delle piacevoli illustrazioni o delle splendide fotografie.
Ci sono finita cercando da "La dormeuse de Naples" di Adrien Goetzgoetz
che Ippocampo ha pubblicato in italiano con il titolo di "l'odalisca perduta".
Si tratta della celebre Dormiente di Napoli dipinta da Ingres  e le cui tracce si sono perse dopo la caduta di Murat e il ritorno dei Borboni a Napoli. La sua origine e le sue disavventure ci vengono raccontate da tre voci, quella di Ingres stesso, quella di Corot e infine un'altra voce più moderna, quella di un collaboratore di Géricault.
odalisca
Adrien Goetz insegna Storia dell'Arte alla Sorbona e con questo testo che mescola sapientemente mistero e voluttà dell'arte si è guadagnato in Francia il plauso unanime di critica e lettori nonché numerosi premi.
Io corro a leggerlo e poi vi dirò.

















postato da: sabrinamanca alle ore aprile 08, 2009 10:30 | link | commenti (2)
categorie: libri, letteratura, arte
venerdì, 27 marzo 2009

Letteratura dell'Est Europa, xenofobia e al(tri) truismi

La settimana che è trascorsa è stata piena di eventi eccitanti per me.
Innanzitutto il bel tempo che mi risveglia dal letargo nel quale ogni inverno piombo, inesorabilmente.
Il Salone del libro a Parigi ha accaparrato due intere giornate più diversi libri da leggere e riflessioni da maturare. Mi sono aggirata tra gli stand per una quindicina d'ore in totale, leggendo pagine, gustando copertine, chiedendo dritte e consigli. Ho scovato una casa editrice che pubblica scrittori bulgari e romeni.
Le splendide copertine mi hanno subito invogliato a sfogliare qualche testo ma ce ne sono state due che mi hanno rapito:  
mèresadriana
       Mères e Adriana
La scrittrice Teodora Dimova è figlia di un illustre medico, intellettuale e romanziere bulgaro Dimitar Dimov (il suo romanzo più celebre fu Tabacco) che dopo gli studi di letteratura inglese all'università si dà al teatro e alla letteratura. Il suo primo libro, nel 2001 ottiene un grande successo mentre "mères" (madri) nel 2005 ottiene il premio Razvitié.
Madri è un romanzo bulgaro ma universale come sanno esserlo solo i grandi romanzi.
Il libro  si compone di sette ritratti di adolescenti e del loro mondo, la famiglia, gli amici, la scuola, gli amori.
Perché intitolarlo "madri" allora? Perché Teodora Dimova costruisce o meglio districa i fili di sofferenze, solitudini, incomprensioni, bisogni non ascoltati di figli e genitori, e genitori nel tempo in cui furono figli rivelando così come atti feroci e apparentemente insensati possano derivare da una totale assenza di punti di riferimento o ancora da un malinteso ruolo nell'ambito familiare.
Ogni storia, ogni racconto ci trasporta nel cuore stesso di quella famiglia, ci rende partecipi dei sentimenti che la animano e, se il dolore che mette a nudo è palpabile, l'affetto che genera in noi per i suoi personaggi è ancora più ostinato e ci lascia dentro, a lettura terminata, una nostalgia come di persone conosciute e non macchie di inchiostro su un foglio bianco.alouette
Il secondo libro che sto leggendo con gran sollazzo è "Allodola" ( sembrerebbe edito da Sellerio ma non ho trovato né informazioni né un'immagine della copertina, io lo sto leggendo in francese) dello scrittore ungherese Dezsö Kosztolàny. Allodola è una vecchia ragazza, quella che oggi si definirebbe zitella, una single brutta, insomma. Allodola è brutta senza appello, brutta al punto che nessuno, nemmeno i genitori riscono a guardarla in faccia e per quanto si sforzino di farlo e trovare qualcosa di accettabile nei suoi tratti, l'unico modo di sopravvivere a tale bruttezza è una sorta di nebbia che l'affetto ha frapposto per attutire lo shock che arriva puntuale ad ogni sguardo.
Allodola è brutta sì ma anche amata appassionatamente dai genitori, proprio per la sua bruttezza, e per questo entrambi rinunciano alla vita, come a punirsi per la pena della figlia.
Allodola però è invitata dallo zio a trascorrere una settimana in campagna e i vecchi genitori si ritrovano soli per la prima volta dopo la sua nascita.
In principio sarano terrorizzati dalla novità ma poi l'istinto alla vita, e alle sue gioie, prevarrà facendo trascorre una settimana di bivacchi ai due vecchi ragazzi. E chissà che poi Allodola non incontri qualcuno di buon cuore, alla campagna...
Questo romanzo, scritto fra il 1920 e il 1926 possiede una freschezza e brio che gli permettono di affrontare temi universali.
Dopo Magda Szabò, un altro felice incontro con un grande scrittore ungherese. L'Europa dell'est è una miniera inesauribile di splendide sorprese che vi consiglio di andare a cercare.
E chissà che dopo, non sentirò qualcuno di questi che tanto temono i barbari dell'est dire che forse i romeni sono come noi e forse sono anche un po' meglio, almeno in questo periodo di razzismo rampante del fiero popolo italico (italiani non lo siamo ancora, mi pare).
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 27, 2009 10:51 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, libri, letteratura
domenica, 22 febbraio 2009

I professori e altri professori
Marco Lodoli
lodoli
Hai mai letto qualcosa di Lodoli? Mi chiedeva continuamente A.
Io non ne sapevo un gran che. Avevo gustato le sue critiche cinematografiche su "diario"  così diverse dalle altre. Quelle critiche hanno ispirato le mie (chiedo umilmente scusa del paragone) perché partivano inesorabilmente da qualcosa che nulla pareva avere a che fare con il film in questione ma centravano sempre l'obiettivo; per fare un esempio, è come se cominciassi la mia critica di "quantum of solace" che, per inciso, lui non sceglierebbe mai di raccontare, con "mio cugino adorava arrampicarsi su per i ciliegi e di lassù scrutare la campagna...".
Qualche giorno fa sono andata a curiosare fra gli stand della "festa del libro e della cultura italiana"
nel suggestivo "espace des blancs Manteaux" e ho visto questo libricino di Einaudi con una frase sotto al titolo (a dire il vero piuttosto banale) "Se può accadere che un professore ti cambi la vita, può anche accadere che la vita, la tua vita, cambi un professore".
Mi sono però fidata delle sue critiche su diario e del mio amico A. e ho avuto ragione di farlo perché i nove racconti che compongono questo testo hanno ciascuno una forza e una complessità, davvero uniche .
Ce ne sono un paio, tre per l'esattezza, che parlano davvero di professori, alunni e scuola ma gli altri parlano anch'essi di chi insegna e impara. A volte i ruoli si capovolgono, a volte si impongono delle idee che rovinano la vita, a volte si impara da chi non sembra aver nulla da insegnare.
Vi lascio leggere una sua intervista scovata su questo sito web e questa recensione su italialibri

Vi lascio pure uno stralcio tratto dal racconto "i professori".

Seduto in guardiola leggevo i giornali che mi prestava la professoressa del secondo piano. Leggevo, seguendo le righe con il dito e pensavo: quanto è grande il mondo, quante cose succedono, e quanto è difficile comprendere le leggi segrete del movimento universale. Però capivo anche che ognuno, in qualsiasi posto si trovasse, poteva dire soltanto: io sono qui, esattamente come dicevo io, nella guardiola minuscola del mio palazzo. Nessuno mai può affermare: io sono là, tutti sono nel loro strettissimo qui, e anche se non riuscivo a tirare altre conclusioni, questo mi bastava per vivere tranquillo e senza inutili smanie.





postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 22, 2009 11:45 | link | commenti (3)
categorie: libri, letteratura
mercoledì, 04 febbraio 2009

Germania: Dresda, Berlino

"Una volta gli viene proposto di rappresentare l'esercito cecoslovacco ai campionati delle forze alleate che avranno luogo a Berlino.Sostenuta vivamente dai suoi superiori, la sua domanda di partecipazione viene accettata. Bene, dice Emil, molto bene, ci vado, e parte da solo un venerdì, in divisa militare e in treno, direzione Berlino, con un cambio a Dresda.
I campionati cominciano il sabato ed egli arriva a Dresda verso mezzanotte. La città è stata completamente distrutta dai bombardamenti, non restano che palazzi crollati, strade sventrate, rovine penzolanti. Non resta più gran cosa di Dresda, a parte la stazione. Lasciandosela alle spalle Emil cerca di farsi strada fra le macerie."

(traduzione lampo di un brano da "courir" di Jean Echenoz, les éditions de minuit)


postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 04, 2009 14:53 | link | commenti (3)
categorie: libri, cinema, letteratura
venerdì, 23 gennaio 2009

Voyage au bout de la guerre

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Mentre ci si accapiglia sul net e altrove, per stabilire chi, fra israeliani e palestinesi sia il più colpevole o il meno innocente, perpetuando così quei ragionamenti che conducono sulla direzione inversa alla pace, mi piace rileggere questo brano di Céline:

- Ah! dunque voi siete proprio un vigliacco, Ferdinand! Siete ripugnante come un topo di fogna...
- Si, completamente vigliacco, Lola, io rifiuto la guerra e tutto quello che c'è dentro...Non la deploro...Non mi sacrifico...Non ci piagnucolo su...Io la rifiuto e basta, insieme a tutti gli uomini che essa contiene, non voglio avere nulla a che fare con loro, con lei.
Fossero anche novecentonovantacinque milioni e io da solo, sono loro che hanno torto, Lola, e sono io ad avere ragione, io sono l'unico a sapere che cosa voglio: io non voglio più morire.
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 23, 2009 09:33 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, letteratura
venerdì, 16 gennaio 2009

Saggezza di Françoise Sagan

sagan_francoise01Leggo stamattina sul blog di Fréderic Ferney questa intervista alla scrittrice francese di "Bonjour Tristesse", ne ho scelto qualche brano:

Nel 1957 dopo un grave incidente d'auto, risponde alle domande di Madeleine Chapsal: ha appena pubblicato il suo terzo romanzo "tra un mese, tra un anno". È una ragazzina, ha 23 anni.

La giornalista le chiede che cosa questo incidente ha cambiato nella sua vita. Sagan risponde:
 -" Le prove (della vita) non apportano niente poiché esse sono raramente sufficienti a esaurire le due tendenze profonde che sono: un certo appetito per la gioia e un certo abbandono alla tristezza. Questo equilibrio, oppure questo disequilibrio, varia di poco, in una persona".

Crede che non si cambi mai?

Si, ma non facilmente. In ogni caso i cambiamenti in una vita sono più spesso superficiali, tattici, e soltanto gli "altri", l'incontro con gli altri, può provocarli; Sthendal del resto dice "la solitudine apporta tutto, salvo il carattere"

Che cosa ama in uno scrittore?

-" La voce. Certi scrittori hanno una voce che si percepisce dalla prima riga come la voce di qualcuno. È ciò che conta per me. La voce, o se preferisce, il tono.

Come definirebbe la solitudine?

-" La solitudine è quella coscienza di un sé immutabile, abbastanza smarrito e nello stesso tempo incomunicabile. Quasi biologico, insomma".

Le sue ambizioni?

-"Scrivere degli ottimi libri. Si, è una vera ambizione".

Questa intervista è pubblicata nella raccolta "des très bons livres" (l'Herne).

*

En 1957, après un grave accident de voiture, elle répond à une interview de Madeleine Chapsal; elle vient de publier son troisième roman "Dans un mois, dans un an". C'est une jeune fille, elle a 23 ans. 

La journaliste lui demande ce que cet accident a changé dans sa vie. Sagan répond:

- "... les épreuves n'apportent rien parce qu'elles sont rarement suffisantes pour tarir ces deux tendances profondes que sont: un certain appétit du bonheur et un certain abandon au malheur. Cet équilibre, ou ce déséquilibre, chez une personne, varie peu".

Croit-elle qu'on ne change jamais?

- "Si, mais pas comme ça. De toute façons, les changements, dans une vie, sont le plus souvent de surface, de tactique, et seuls les "autres", la rencontre avec les autres, peuvent les provoquer; Stendhal le dit d'ailleurs: << la solitude apporte tout, sauf le caractère>>".

Qu'aime-t-elle, chez un écrivain?

-"... C'est la voix. Certains écrivains ont une voix, qu'on entend dès la première ligne, comme la voix de quelqu'un. C'est ce qui compte pour moi. La voix, ou le ton, si vous préférez.

Qu'appelle-t-elle: solitude?

-"La solitude, c'est cette conscience d'un soi immuable, assez perdu et incommunicable à la fois. Presque biologique, en somme".

Ses ambitions?

-"J'aimerais écrire de très bons livres. Oui, c'est une vraie ambition".

Cet interview est publiée dans un petit recueil intitulé "De très bons livres" (L'Herne).
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 16, 2009 10:15 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, francia
martedì, 13 gennaio 2009

Autofinzione

Quando si scrive (e quando la scrittura non è come nell'esempio di un diario segreto, un raccontare ad un amico immaginario le nostre delusioni perchè ci compatisca o ripetergli, come si ripete un mantra, l'evento gioioso del quale siamo protagonosti) si scrive molto spesso di sé e per gli altri.
In un romanzo, una poesia, un saggio, una biografia, si racconta, attraverso eventi, emozioni, stati d'animo, il nostro immaginario; la nostra visione della vita, che sia essa politica o romantica, si espone per affinità o contrasto il nostro punto di vista e ci si riesce naturalmente, senza forzature ,poiché frequentiamo il nostro mondo da sempre, da sempre guardiamo attraverso le sue finestre, da sempre misuriamo a passi lenti o frettolosi le sue stanze.
Quando dico che si scrive di sé non intendo dire che si racconta di sé o della propria vita, vissuta o immaginata, intendo invece che in quanto creatori, registi, ogni storia, che abbiamo, per un motivo imprescindibile da noi stessi, deciso di raccontare, rappresenta un frammento o la totalità di una delle storie possibili partorite o assemblate dal nostro immaginario.
Ho scritto all'inizio che si scrive di sé e per gli altri. Il "sé" e "gli altri" sono imprescindibili l'uno dall'altro.
Potrei dire che si scrive immaginando gli altri, cercando di essere gli altri ed è questo l'elemento che rende la scrittura preziosa, che ne decreta il valore.
Dov'è infatti che una semplice testimonianza, un racconto di vita vissuta, diviene letteratura?
Pensiamo a Primo Levi, per esempio. La suo opera è intrisa del suo "sé" eppure universale, universalmente riconosciuta. Questo avviene a causa del suo anelito ad andare oltre se stesso, verso gli altri, dentro gli altri, al posto degli altri. E "gli altri" si riconoscono nelle tracce scritte di questa intrusione.
Che siano i personaggi di un romanzo o i versi asciutti di un poema, il procedimento è sempre uguale, e più è animato da compassione e curiosità, più riesce ad essere universale e atemporale.
Non si scrive dunque per egocentrismo ma piuttosto nell'intento di essere altro, gli altri.

Si scrive di sé anche perchè sarebbe molto più difficile non farlo. Non scrivere di sé richiede un atto di suprema premeditazione, di fine analisi, di oggettività a tutta prova.
Scrivere da un altro punto d'osservazione che dal sé, implica essere l'altro. Ma, essere l'altro, è per ciascuno di noi solo un anelito, un desiderio mai appagato, in quanto, anche desiderandolo con tutte le nostre forze, non potremo mai essere altro da noi stessi.

Ed ecco che in questa riflessione torno al suo titolo "autofinzione". Me lo sono infatti trovato davanti dopo aver terminato di tradurre "Philippe" di Camille_Laurens.
Mi sono dapprima domandata che cosa significasse, se non somigliasse all'accusa che spesso si gettano in faccia gli scrittori francesi, reciprocamente, di scrivere guardando solo al proprio ombelico.
Il dubbio è stato subito dissolto. L'autofinzione, almeno quella che Camille Laurens incarna, mi pare ancora più coraggiosa dello scrivere di sé per gli altri; si tratta infatti di offrire se stessa, frugando anche nel più buio meandro per cercare i propri meccanismi, i propri punti deboli( che sono poi quelli di molti fra "gli altri"),  agli altri. Più di "una lettera al mondo", piuttosto "questo è il mio sangue, questa è la mia carne, offerti in sacrificio per voi".

postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 13, 2009 09:10 | link | commenti (12)
categorie: riflessioni, letteratura
mercoledì, 19 novembre 2008

Il signor Bulgakov e il signor Molière

bulgakov moliereIl povero Jean-Baptiste, figlio del tapezziere Poquelin è ossessionato dal teatro fin da bambino. Non è che non aiuti il padre a mandare avanti la bottega ma a quattordici  anni già muore del mal di teatro. Ci va con il nonno paterno, tutte le sere, di nascosto e infine, alle insistenze del padre preoccupato del suo stato di salute risponde - non voglio fare il tappezziere.
Prende un momento per pensare e aggiunge - fare il tappezziere mi ripugna profondamente.
Riflette ancora un po' e aggiunge - odio questa bottega.
E per dare il colpo di grazia al padre continua - con tutto il cuore e con tutta l'anima.
Dopo di che, tace.
La vita del giovane Molière conoscerà alti e bassi, momenti di gloria e di sconforto, amori e rancori.
Il commediante che si intestardisce a recitare ruoli tragici mentre è evidente che quelli comici gli sono più congeniali, l’uomo capriccioso e infantile che si infatua di qualunque donna lo aduli e le lascia ciascuna per un’altra che lo aduli ancora e che infine sposa l’unica che potrebbe essere sua figlia, in quanto forse figlia della sua amante e si mormora, forse la sua, l’unica dicevo, che non lo ama, lo scrittore delle pièces teatrali  più politicamente scorrette che la Francia del re Sole abbia mai udito e visto, l’ipocondriaco che si fa visitare da ogni medico della città ma non segue mai la cura prescritta, l’adulatore più fine che la corte abbia mai conosciuto, quest’uomo, insomma, che Bulgakov ci racconta con un pizzico di cinismo e amarezza, dietro al quale si sospetta racconti anche di se stesso (qui potrete leggere una recensione più seria) e della sua vita al tempo dei devoti di Stalin, a noi ispira affetto e  una gran tenerezza per entrambi
postato da: sabrinamanca alle ore novembre 19, 2008 22:55 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, libri, letteratura