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giovedì, 05 novembre 2009

Povero Cristo e poveri noi

crucifixion-mantegnaEd ecco la nuova polemica che terrà banco per qualche giorno o settimana e offuscherà ancora una volta accadimenti più importanti per il paese. Il crocifisso deve sparire dalle aule perché può essere offensivo per chi pratica altre religioni o è ateo, oppure per chi giudica che ciò che esso rappresenta è fonte di dolore o discriminazione.
Due interessanti interventi mi pare si completino a vicenda. Il primo dal titolo "ma è possibile che siamo rimasti a guelfi e ghibellini" sul web magazine di
Farefuturo, porta la firma di Leonardo Varasano.
L’impero non esiste più, così come lo Stato pontificio. L’imperatore e il papa-re sono confinati nei libri di storia: non c’è più chi, come scriveva Dante (Paradiso, VI, vv. 100-102), oppone l’aquila ai “gigli gialli” (i gigli d’oro, simbolo della filo-papale casa di Francia). Eppure, a distanza di circa otto secoli, lo spirito che divideva Guelfi e Ghibellini continua a sopravvivere. Di più: prospera - in varie forme - e alimenta copiosamente la conflittualità patologica della politica italiana. La contrapposizione tra guelfismo e ghibellinismo è, a ben vedere, la madre di tutte le divisioni italiche, il vizio originario di una guerra civile permanente, la scaturigine di una politica degradata e degradante.
Continua...

Il secondo è l'editoriale odierno di Marco Travaglio sul "fatto quotidiano" dal titolo "Ma io difendo quella croce" in cui Travaglio cita a sua volta Natalia Ginzburg atea e ebrea, schierarsi a difesa della croce di Gesù Cristo con queste parole:
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”.

Qui dove vivo non ci sono crocifissi nelle scuole pubbliche, gli allievi praticano diverse religioni, troppe per sentirsi in diritto di eleggerne una. I valori della Repubblica sono anche quelli del profeta Cristo: libertà, uguaglianza, fraternità.


aggiornamento: un altro intervento ddella politologa Sofia Ventura su
farefuturo

Identificare la nazione con una cultura religiosa può essere pericoloso

 

Ma possiamo anche
"non dirci cristiani"

 

 

La sentenza con la quale la  Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione al ricorso di una cittadina italiana che aveva ritenuto la presenza del crocifisso nelle aule della scuola frequentata dai propri figli un’ingerenza non compatibile con la libertà di convinzione e religione, nonché con il diritto a fornire un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche e religiose, ha provocato in Italia una reazione negativa pressoché unanime. Dalla lettura del lungo testo della sentenza, emerge come la decisione poggi principalmente sul principio della neutralità dello Stato come garanzia della libertà dei cittadini. Essa appare ben argomentata e ragionevole, anche se è evidente che ha probabilmente sottovalutato le sensibilità che nel nostro paese avrebbe colpito e offeso. Forse ha ragione il senatore Stefano Ceccanti a considerare  una “estremizzazione” la decisione assunta dalla Corte di Strasburgo e a indicare come una via alternativa possibile quella adottata dalla cattolicissima Baviera, dove il legislatore ha individuato una procedura di rimozione del crocifisso a livello di singoli istituti scolastici in caso di conflitti, pur mantenendo l’obbligo generale di esposizione. È evidente che in tale materia i principi, gli interessi e le sensibilità in gioco sono innumerevoli e non è facile contemperarli tutti in modo “equo”; inoltre, se da un lato può risultare molto fastidioso e arrogante il divieto imposto da Strasburgo di affiggere nelle aule del nostro paese il crocifisso, parimenti non è facile giustificare in modo convincente l’esistenza di un “obbligo” a tale affissione, obbligo che in Italia risale ad un decreto regio del 1926. Per questi motivi non è facile maturare un’opinione “definitiva” sulla questione, anche se è positivo che l’affermazione di tesi contrastanti faccia emergere tutta la problematicità del tema. Ciò detto, appare invece molto discutibile la tesi avanzata dal Governo italiano davanti alla Corte. Innanzitutto, essa non fornisce alcuna ragionevole giustificazione all’“obbligatorietà” del crocifisso nelle aule scolastiche e il riferimento alla necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana che rappresenterebbero una parte essenziale della popolazione e i suoi sentimenti religiosi lascia alquanto perplessi: è possibile giustificare la garanzia o la mancata garanzia di un eventuale diritto (nel caso specifico il diritto dei genitori a fornire ai figli una educazione conforme al proprio credo unito al diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione) con una motivazione di opportunità politica? Ma oltre a ciò, nella memoria del Governo viene ribadita la tesi, già avanzata in altre sedi, che il crocifisso oltre a costituire un simbolo religioso, avrebbe un significato «etico, comprensibile e apprezzabile indipendentemente dall’adesione alla tradizione storica o religiosa in quanto evoca principi condivisibili anche al di fuori della fede cristiana (non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, preminenza dell’individuo sul gruppo e importanza della sua libertà di scelta, separazione della politica dalla religione, amore del prossimo che giunge sino al perdono del nemico)».  Più specificamente (cito da quanto riportato nella sentenza, traducendo dal francese), se è vero che «i valori che fondano oggi le società democratiche hanno la loro origine diretta anche nel pensiero di autori non credenti, talvolta anche ostili al cristianesimo», «il pensiero di quegli autori sarebbe nutrito della filosofia cristiana, se non altro in ragione della loro educazione e dell’ambito culturale nel quale si sono formati e hanno vissuto. In conclusione, i valori democratici di oggi sarebbero radicati in un passato più lontano, quello del messaggio evangelico. Il messaggio della croce sarebbe dunque un messaggio umanista, che può essere letto in maniera indipendente dalla sua dimensione religiosa,  costituito da un insieme di principi e di valori che formano la base delle nostre democrazie». Tre sono le riflessioni che questo approccio al problema ci induce a fare. Innanzitutto, ammesso e non concesso che davvero il crocifisso costituisca un simbolo della nostra identità e che possa essere considerato anche nella sua valenza non religiosa, a rigor di logica ciò non costituisce in nessun modo giustificazione della sua obbligatorietà, semmai può legittimare la sua presenza, ma – perché no? – insieme ad altri simboli che invece non trovano spazio. Ma ben più importanti sono le altre due considerazioni, che vanno al di là della sentenza e delle specifiche questioni ad essa attinenti. La prima concerne lo scarso rispetto che quella impostazione mostra per il dato religioso, che viene sminuito a elemento “culturale” e di “politica culturale” e a questo proposito è lecito domandarsi come si pongano di fronte ad una tale annacquamento del significato dei propri simboli (e stiamo parlando del simbolo che esprime l’essenza del messaggio cristiano!) coloro che vivono con convinzione e serietà la propria fede. La frettolosa sintesi storico-filosofica contenuta nella memoria del Governo, e veniamo qui alla seconda considerazione, appare inoltre molto discutibile: fare di una interpretazione parziale e a dir poco semplificata - e per questo legittimamente contestabile - del pensiero occidentale e dei suoi rapporti con il cristianesimo un dato di fatto incontrovertibile e suscettibile di divenire riferimento obbligato di una legislazione e di comportamenti pubblici, costituisce un modo di procedere che lascia interdetti. In questo modo si dà spazio a qualcosa che, pur nelle differenze, richiama l’idea della religione come “philosophia minor” di gentiliana memoria.  In entrambi i casi la religione diventa strumento: nella prospettiva di Gentile era l’insegnamento religioso nella scuola primaria che doveva costituire, come scrisse Dina Bertoni Jovine, «un momento di quella dialettica che doveva condurre l’educando di conquista in conquista fino alla capacità di sintesi filosofica nella totale celebrazione dello spirito»; nella meno filosoficamente alta prospettiva di una parte del centrodestra (che in questo trova però una sponda anche in settori del centrosinistra), il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo sono trasformati in elementi fondativi, “consustanziali” con l’identità italiana allo scopo, a noi sembra, di dare forza e “sostanza” a una cultura politica che si ritiene fragile e bisognosa di divenire tanto “integrale” quanto altre culture e religioni viste come minacciose (come l’Islam).  In questo modo, però, si delinea una “identità” che nei fatti esclude, perché costringe chi è ateo, agnostico o appartenente a un’altra confessione o religione, a riconoscere un valore universale a una religione, ancorché trasformata in credo “mondano”, al quale non sente di appartenere. Più prosaicamente, siamo sicuri che, ad esempio, un ebreo, credente o meno, possa così facilmente cogliere valori propri di un umanesimo universale in quel Cristo in croce in nome del quale i suoi antenati – per secoli considerati deicidi – sono stati discriminati e perseguitati? Identificare l’identità nazionale con una cultura religiosa è molto pericoloso (come mostra la storia dell’antisemitismo), crea inutili conflitti e oggi pone nuovi ostacoli all’integrazione dei nuovi arrivati, ai quali è lecito chiedere il rispetto delle nostre regole di convivenza civile, non l’adesione alla simbologia della religione da noi maggioritaria perché arbitrariamente ritenuta universale. Forse è possibile trovare una soluzione pragmatica alla questione del crocifisso nelle scuole, ma sarebbe meglio finalmente riconoscere che in una società laica e liberale si può anche, legittimamente, “non dirsi cristiani”. 5 novembre 2009


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 05, 2009 09:13 | link | commenti (5)
categorie: politica, religione, francia
domenica, 20 settembre 2009

Un tour de manège

manege
Ieri abbiamo approfittato delle "Journées du patrimoine" per visitare insieme alla creatura uno dei Pavillons de Bercy
dove si trova il Musée des arts forains. Detto cosi' pare cosa seria ma il luogo in questione altro non è che  il museo dove sono conservati i cimeli delle giostre che giravano per campagne e villaggi distraendo gli operai della rivoluzione industriale, i contadini reduci da una dura settimana nei campi e infine, più recentemente tutte le classi sociali più o meno amalgamate.
Se cliccate sul link potrete fare un giro nei saloni del Pavillon, vedere le-theatre-du-merveilleux


















"le théâtre du Merveilleux"
, salon venetien





















"le salon vénitien"
ed infine il museo. Una volta all'interno del sito, cliccate ancora su attractions ed infine su voir les images: cosi' come noi, entrerete in un mondo magico che mischia ricordi e fantasie, melanconia ed estasi. Farete un giro virtuale sulle giostre dei cavallini, giocherete a far vincere la corsa al cavallo numero 12 tirando la biglia rossa, giocherete con gli specchi virtuali.
Noi abbiamo anche assistito ad uno spettacolo di fachiri e uno di acrobazie. Voi non potrete. A meno di venire qui a dare una sbirciatina.

Ci siamo divertiti come bambini tutti e tre e siamo tornati a casa stanchi, ma felici!

postato da: sabrinamanca alle ore settembre 20, 2009 15:31 | link | commenti (3)
categorie: , francia, parigi 12°, ah les enfants
domenica, 01 febbraio 2009

Picasso et les maîtres

La grande expo delle Galeries Nationales du Grand Palais è agli sgoccioli e così per il gran finale ci saranno delle giornate di apertura non-stop.
Noi ci siamo detti -ora o mai più. Temerari, ci siamo presentati di sabato sera alle 20.30 all'interno del cortile delle Galeries, dove, schiaffeggiate da un vento polare, attendevano già intirizzite diverse centinaia di persone.
Con uno stratagemma vergognoso (o all'italiana come direbbe un non-italiano) siamo riusciti ad entrare senza aspettare nemmeno cinque minuti.
Ne è valsa la pena.
Non oso commentare l'expo, sia perché navigo in una sofferta ignoranza, sia perché le immagini parleranno da sole.
Ribadisco solo che il titolo "Picasso e i maestri" racchiude il senso di questa splendida esposizione.
Ho visto meraviglie della pittura riunite tutte sotto stesso tetto e anche l'arte in sperimentazione, in contaminazione. Ecco qui, in ordine sparso alcune opere a confronto (gli accostamenti li ho trovati in questo BLOG):
Picasso e Velàsquez L

 


























Picasso e Velàsquez: l'Infanta Marguerite e l'Infanta Marie Marguerite

Picasso e Manet le Matador e Matador saluant

      


























Picasso e Manet: il Matador e il Matador che saluta

Picasso e Ingres Madame Moitessier e grande nudo in poltrona




























Picasso e Ingres: Grande nudo in poltrona e Madame Moitessier

picasso e el greco.jpg portrait




























Picasso e El Greco: ritratto

Cezanne e Picasso donna nuda in piedi




























Picasso e Cezanne: donna nuda in piedi

Ho avuto poi l'occasione di rivedere delle opere che amo e avvicinarne alcune per la prima volta dal vivo:

el greco visitation
































El Greco: la visita

Olympia manet























Manet: Olympia

1a-francisco-goya-la-maya-desnuda-1789-1805-madrid-museo-del-prado
















Goya: Maya desnuda

Pablo Picasso - El Bobo































Picasso: El bobo

C'era tutto questo e molto altro all'expo "Picasso et les maîtres"
Ho cercato qualcosa di interessante per voi e ho trovato un video sui retroscena della mostra:
dall'arrivo delle opere da musei e collezioni di tutto il mondo, alla verifica del loro stato e autenticità, alla scelta degli abbinamenti:           www.rmn.fr/Accrochage-des-oeuvres
picasso et ses maiitresIn questa pagina internet www.rmn.fr/L-expo-Picasso-et-les-maitres troverete poi alcune interviste ai curatori dell'Expo, helas in francese!
postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 01, 2009 11:04 | link | commenti (3)
categorie: eventi, francia
venerdì, 16 gennaio 2009

Saggezza di Françoise Sagan

sagan_francoise01Leggo stamattina sul blog di Fréderic Ferney questa intervista alla scrittrice francese di "Bonjour Tristesse", ne ho scelto qualche brano:

Nel 1957 dopo un grave incidente d'auto, risponde alle domande di Madeleine Chapsal: ha appena pubblicato il suo terzo romanzo "tra un mese, tra un anno". È una ragazzina, ha 23 anni.

La giornalista le chiede che cosa questo incidente ha cambiato nella sua vita. Sagan risponde:
 -" Le prove (della vita) non apportano niente poiché esse sono raramente sufficienti a esaurire le due tendenze profonde che sono: un certo appetito per la gioia e un certo abbandono alla tristezza. Questo equilibrio, oppure questo disequilibrio, varia di poco, in una persona".

Crede che non si cambi mai?

Si, ma non facilmente. In ogni caso i cambiamenti in una vita sono più spesso superficiali, tattici, e soltanto gli "altri", l'incontro con gli altri, può provocarli; Sthendal del resto dice "la solitudine apporta tutto, salvo il carattere"

Che cosa ama in uno scrittore?

-" La voce. Certi scrittori hanno una voce che si percepisce dalla prima riga come la voce di qualcuno. È ciò che conta per me. La voce, o se preferisce, il tono.

Come definirebbe la solitudine?

-" La solitudine è quella coscienza di un sé immutabile, abbastanza smarrito e nello stesso tempo incomunicabile. Quasi biologico, insomma".

Le sue ambizioni?

-"Scrivere degli ottimi libri. Si, è una vera ambizione".

Questa intervista è pubblicata nella raccolta "des très bons livres" (l'Herne).

*

En 1957, après un grave accident de voiture, elle répond à une interview de Madeleine Chapsal; elle vient de publier son troisième roman "Dans un mois, dans un an". C'est une jeune fille, elle a 23 ans. 

La journaliste lui demande ce que cet accident a changé dans sa vie. Sagan répond:

- "... les épreuves n'apportent rien parce qu'elles sont rarement suffisantes pour tarir ces deux tendances profondes que sont: un certain appétit du bonheur et un certain abandon au malheur. Cet équilibre, ou ce déséquilibre, chez une personne, varie peu".

Croit-elle qu'on ne change jamais?

- "Si, mais pas comme ça. De toute façons, les changements, dans une vie, sont le plus souvent de surface, de tactique, et seuls les "autres", la rencontre avec les autres, peuvent les provoquer; Stendhal le dit d'ailleurs: << la solitude apporte tout, sauf le caractère>>".

Qu'aime-t-elle, chez un écrivain?

-"... C'est la voix. Certains écrivains ont une voix, qu'on entend dès la première ligne, comme la voix de quelqu'un. C'est ce qui compte pour moi. La voix, ou le ton, si vous préférez.

Qu'appelle-t-elle: solitude?

-"La solitude, c'est cette conscience d'un soi immuable, assez perdu et incommunicable à la fois. Presque biologique, en somme".

Ses ambitions?

-"J'aimerais écrire de très bons livres. Oui, c'est une vraie ambition".

Cet interview est publiée dans un petit recueil intitulé "De très bons livres" (L'Herne).
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 16, 2009 10:15 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, francia
giovedì, 13 novembre 2008

Premio Goncourt

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Qualche tempo fa avevo parlato di lui in un post  su Mille splendidi soli di Khaled Hosseini.
Atiq Rahimi ,scrittore e regista afghano,rifugiatosi in Francia nel 1984,ha appena ottenuto il più prestigioso premio asseganto agli scrittori di lingua francese per il suo primo romanzo Syngué Sabour (pietra di pazienza).
In Italia ha pubblicato lo splendido "terra e cenere" per Einaudi.

Le Monde pubblica un bell'articolo
su di lui.
postato da: sabrinamanca alle ore novembre 13, 2008 12:08 | link | commenti (5)
categorie: libri, letteratura, eventi, francia
giovedì, 16 ottobre 2008

Emergenza fischi (fiaschi?)

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Ebbene si, qualche volta anche qui mi sembra di vivere in Italia e ciò che è accaduto in questa settimana nella terra della più grande rivoluzione ha un sapore familiare.
Ma andiamo per ordine. la giornata del 13 Ottobre si apriva, con dichiarazioni provenienti da ogni dove, in seno al governo francese, sul famoso piano di offensiva alla crisi delle borse-banche-imprese-industrie e via discorrendo (nessuna crisi per l'economia reale e la società, ringraziando il cielo!).
Un porta-parola qui, una riunione là e infine il discorso di Sarkozy sul magico piano di salvataggio delle borse. Da quel momento e per due giorni le borse hanno impazzato e sono impazzite per un paio di giorni. Che cosa sia accaduto vallo a capire, euforia, fiducia e poi tutto un vendere e comprare e nel farlo, un racimolare milioni, decine, centinaia di milioni mentre noi ci rallegravamo.
Il presidente della repubblica è stato osannato, divinizzato, proclamato eroe e nuovo messia del pianeta tutto.
Le proposte geniali a favore di un rafforzamento di tali misure fioccavano, una per tutte, permettere ai lavoratori di poter esercitare il loro diritto e non riposare nemmeno la domenica.

Scemata l'euforia, ridiscese le borse, la voce di alcuni economisti illustri cominciava a farsi sentire, una voce che gracidava insensatezze come quella che la crisi è ancora tutta davanti a noi e che toccherà, stravolgerà, la società civile, creerà povertà, aumenterà il divario fra ricchi e poveri.

Ed ecco che avant'ieri sera un fatto inaudito e gravissime ha sconvolto la vita della fiera repubblica francese, un fatto che ci ha tenuto per tutta la giornata di ieri incollati alla radio e la televisione, attendendo sviluppi: la sera del 14 ottobre allo Stade de France, durante l'amichevole Francia-Tunisia l'inno nazionale francese è stato copiosamente fischiato e non solo, alcuni giocatori francesi di origine tunisina sono stati accompagnati da fischi per l'intero incontro.

Scandalo, incredibile, inaudito scandalo!

La giornata di ieri è stata impiegata da tutti i membri del governo per risolvere questa emergenza.
Già di primo mattino Bernard Laporte ( ex allenatore, ancora emerito idiota) segretario di stato per sport e gioventù dichiarava: la Francia non giocherà più con i paesi magrebini!
Due ore più tardi correggeva il tiro: d'ora in poi i match della nazionale si giocheranno in stadi di provincia!

Nel primo pomeriggio riunione del governo al completo, alla fine della quale Roselyne Bachelot, ministro della sanità e dello sport ( idiota patentata e farmacista, sempre guardarsi dai farmacisti) dichiarava: d'ora in poi ogni match in cui la marsiglese sarà fischiata sarà interrotto o addirittura soppresso e la Francia non giocherà contro il paese avversario per un tempo imprecisato.

La giornata è andata avanti
su questo tono fra dibattiti televisivi e radiofonici in cui si suggerivano piani e contro-piani, anche se le proposte più deliranti sono arrivate sempre da personaggi politici.

In conclusione di giornata gli animi si erano apparentemente calmati e le voci di chi minimizzava il magnifico piano di Sarcozy si erano perse nel mare magnum di urla e fischi.

Solo due considerazioni minime: pochi hanno sollevato, e anzi, molti hanno deliberatamente ignorato che la relazione tesa fra la Francia e la Tunisia risale a ferite non rimarginate di un passato coloniale che ancora pesa, e che molti fra coloro che hanno fischiato sono francesi per nazionalità ma vivendo nelle cités si sentono solo degli emarginati e perciò ancora tunisini.
Fischiare un inno nazionale così come bruciare una bandiera è un atto simbolico la cui violenza è appunto simbolica, può dare fastidio, può far riflettere, può essere condannato, ma sempre simbolicamente; non esiste alcun onore dello stato, esiste l'onore che ciascuno di noi si guadagna vivendo. Questo, in un paese libero.
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 16, 2008 10:06 | link | commenti (13)
categorie: politica, riflessioni, francia, sarkozy calcio
martedì, 14 ottobre 2008

Entre les murs
(la classe)
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Diversi anni fa fui invitata da un amico ad una cena. Non conoscevo nessuno fra i convitati, quasi tutti insegnanti, e ricordo ancora le impressioni sgradevoli che ricavai da quella singolare serata.
Gli insegnanti, per lo più colleghi, parlavano del loro lavoro come un inferno e degli alunni come dei mostri. Forse esagero e forse non tengo conto di quello che non dissero e che era implicito per tutti loro, come per un genitore quando racconta agli amici, genitori anche loro, di quanto sia pesante la vita con un figlio e tace invece dell'amore che ha per lui e delle gioie che l'altro gli procura perché sa che gli altri conoscono anch'essi il lato più splendente della medaglia.
I miei ricordi della scuola, del liceo soprattutto, sono fatti inoltre di severità, silenzi, disciplina, rispetto per gli insegnanti (che lo meritassero  o meno).
Pensai quindi che i mostri fossero loro. Che non sapessero fare il loro mestiere e non sapessero farsi rispettare. Ebbi poi diverse occasioni di confrontare altre esperienze, quelle di amici e conoscenti e il cui risultato si avvicinava molto a quella funesta cena.
La classe ha confermato il cambiamento di rotta.
In una scuola media del 20° arrondissement (il più multi-etnico della città) facciamo la conoscenza di alcuni adolescenti e dei loro professori nello svolgersi ordinario di un anno scolastico.
Diverse sfaccettature sono presenti in questa rappresentazione che si vuole realistica (e che lo è, a giudicare dal parere esperto dai miei amici che insegnano nelle banlieues).
Le difficoltà degli insegnanti a gestire umanamente e scolasticamente dei ragazzi che non conoscono alcun rispetto né per il mondo degli adulti, né per la funzione svolta dai loro professori, né tantomeno per il luogo dove sarebbero chiamati ad acquisire il sapere e il saper fare.
La difficoltà dei ragazzi a comprendere l'apparente nonsenso della scuola, in un mondo caotico, in cui altri valori hanno la priorità, in un luogo dove farsi rispettare, o meglio, non farsi calpestare, esistere, è il primo dictat, e a gestire il subbuglio ormonale dell'adolescenza che già di per sé dovrebbe essere considerato un lavoro a tempo pieno.
In questa classe durante lo svolgersi delle lezioni altri avvenimenti, all'apparenza estranei, sconvolgono il ritmo abituale. Uno degli alunni diviene sempre più violento e insofferente. Delle tensioni razziali si aggiungono a quelle già esistenti fra i vari gruppi in cui la classe si suddivide.
Il professore tenta, per la maggior parte del tempo con successo, di portare avanti un programma e una linea che tengano conto degli alunni, della loro unicità ma attraversa anch'egli dei momenti di sconforto e in uno di questi compie un gesto di debolezza che in qualche modo precipita la situazione e lo costringe a prendere una decisione dalle conseguenze pesanti per il ragazzo in questione.
L'anno termina, recando con sé la leggerezza delle vacanze promesse e di ciò che nonostante tutto si è appreso gli uni dagli altri ma anche il peso delle difficoltà a ffrontate e a volte mai superate.

Sono uscita dalla sala con il cuore gonfio di angoscia e tenerezza. Ho pensato che non manderò mia figlia a scuola, ho pensato che la vita è davvero confusa e dura per gli adolescenti, ho pensato che avrei un terrore furioso di fare l'insegnante.
Il dono della speranza è arrivato dalla persona che ha visto il film con me,ex insegnante, la quale all'inizio non voleva saperne e poi si è divertita, ha sorriso, ha riannodato, sul filo dei ricordi, l'affetto per i suoi alunni, ed è uscita dalla sala con il cuore triste e allegro, come me.






postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 14, 2008 12:07 | link | commenti (7)
categorie: recensioni, riflessioni, cinema, francia
mercoledì, 10 settembre 2008

Le marine

Diffido delle Marine. Di solito il mare è una pozzanghera oppure non c'è proprio.
Questo pomeriggio tuttavia siamo andati a fare una passeggiata vicino a casa, alla:100_3334_edit

















come si può ben vedere non c'è un briciolo di mare, ma solo acqua verdastra nonostante il cielo azzurro, e le caratteristiche imbarcazioni della Senna, bateaux-mouches
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e peniches. Queste ultime sono delle imbarcazioni caratteristiche delle rive della Senna. In esse si trovano, bar, disco-bar, ristoranti, night-club
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ma anche una selva di fiori, come in questo grazioso battello color malva.
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Il batofar, il barcone rosso, è abbastanza conosciuto come night-boat
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Avrete intuito che non ho certo fatto il bagno in quell'acqua fangosa, in compenso il sole picchiava con i suoi 25 gradi e la mia cervicale si è rifatta viva.
postato da: sabrinamanca alle ore settembre 10, 2008 21:30 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, francia, parigi 12°

Buono e cattivo tempo

Ieri mattina uno sfondo azzurro cielo rallegrava la distesa di palazzi e canne fumarie che come funghi spuntano ogni dove nel mio quartiere.100_3344_edit
















Si vedeva la chiesa-moschea (tutti quelli che si affacciano dal mio balcone la prendono per una moschea),
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e ancora la Tour Montparnasse e la Bibliothèque François Mitterand.
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Ho preso queste foto come una prova irrefutabile che ogni tanto, anche qui...
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Oggi quel manto di azzurro se n'è già volato via a rischiarare altri cieli.
Per compassione, verso me stessa soprattutto, non ho preso altre foto.
postato da: sabrinamanca alle ore settembre 10, 2008 09:24 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, francia, parigi 12°
sabato, 06 settembre 2008

Voyage au bout...de mes forces

Viaggio interminabile. Arrivo intollerabile. Cerco ancora di atterrare eppure sono già molto giù.
Vi lascio qualche foto del  "Bon vieux Marseille" (lo sapevate che le città in francese sono maschili? Di questo passo dove andremo a finire!) fatte in fretta e furia dalla stazione mentre aspettavamo il TGV.
                                                                                                                                                                                                               Questa è basilica Notre-Dame de la Garde che dalla collina domina la città 100_3284_edit
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Una giornata grigia, quasi nera, la gente per strada non faceva che ripetere "il fait lourd" letteralmente "fa pesante", che sta a significare "c'è umido".
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Ecco la parte vecchia della stazione dei treni
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Ed ecco la prova che non vi mento: a Marsiglia fui!!!


Abbiamo attraversato certe stradine, vicino al porto, che mi ricordavano Genova; tossici e puttane già sballati o in cerca, dalle otto del mattino.
Due ragazze mangiavano dei cornetti caldi sedute su un gradino. Hanno chiamato L. ammiccando poi hanno visto la bambina in auto e si sono fatte una bella risata.

postato da: sabrinamanca alle ore settembre 06, 2008 00:28 | link | commenti (1)
categorie: francia