C'ERA UNA VOLTA UN RE

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domenica, 23 novembre 2008

Caro Babbo Natale,

pere_noel_bourreCosi' cominciava la sola lettera che mi ricordo d'aver scritto al buonuomo barbuto.
Dovevo avere sei o sette anni, a giudicare dalle righe grandi, intervallate da righe più sottili - sulle quali guai a scrivere! - dei due fogli strappati nel bel mezzo del mio quaderno dei pensierini.
Dopo una prima formula di gentilezza, suggerita da mio padre, gli chiedevo tre regali, non perché sperassi di riceverli tutti e tre ma perché secondo mia madre era più prudente fornirgli diverse possibilità fra le quali scegliere.
Il primo era il Monopoli, poi venivano il libro "piccole donne" e infine una bambola.
Al mio risveglio, la mattina del 25 dicembre, la prima cosa che vidi fu una bambolina in  piedi sul comodino. Portava lunghi capelli, biondi, quasi bianchi, lievemente ondulati,  un vestito di velluto liscio, rosso fiamma, delle scarpette, da bambola, nere, di vernice, e aveva il visino più bello che io avessi mai visto: rubicondo, con le gote accese, la bocca atteggiata in un sorriso bonario, gli splendidi occhi blu marina che si chiudevano una volta disteso il corpo.
Ricordo ancora l'innamoramento subitaneo per quella bambolina, ricordo il mio cuore battere, già traboccante di riconoscenza per i doni  del buon vecchio dalla barba bianca.
In cucina ci andai portando la bambolina Clara, con me. Mentre attendevo con mia madre che il latte fosse pronto, mio padre, Mauro, mi chiamò dal salone: aveva trovato un altro regalo di Babbo Natale.
Aprimmo subito la scatola del Monopoli, mio padre mi spiegò le regole. Poco più tardi, riordinando i giochi prima di andare a messa, tornai nella mia stanza e sul letto trovai un altro pacchetto: dentro c'erano le mie "piccole donne".
Mi voltai per correre dai miei genitori ed annunciare la sorpresa ma loro erano già sulla soglia della porta, sorridenti: - ma allora, ma questo Babbo Natale...! riuscii a balbettare stupita, con la voce rotta da tanta felicità.

Diversi giorni dopo, forse alcuni mesi perfno, ero dentro all'auto di mio padre, seduta nel posto accanto al guidatore, attendevo i miei genitori, mia madre sempre l'ultima a prepararsi, mio padre, intento a frugare nel garage alla ricerca di non so cosa. Aprii il cruscotto e fra i foglietti sparsi, l'assicurazione, il libretto di circolazione e alcuni scontrini, riconobbi la mia lettera. All'inizio non capii, scesi dall'auto tenendola in mano e andai verso mio padre per mostrargliela. Mio padre, sempre alla ricerca di quel qualcosa aveva la testa altrove e rispose la prima cosa che gli venne in mente: - mi son dimenticato di imbucarla.
- Ma allora, i regali? bisbigliai io, la voce flebile che si preparava al pianto.
La mamma, giunta in tempo per sentire tutto, scosse la testa con aria di rimprovero verso mio padre e rivolgendosi a me con il tono di quando mi voleva ragionevole e matura, di quando mi pretendeva ragionevole e matura disse: - lo sai perfettamente che Babbo Natale non esiste. In macchina ora, se no arriveremo tardi alla messa.
postato da: sabrinamanca alle ore novembre 23, 2008 08:31 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, favole
mercoledì, 29 ottobre 2008

La principessa del sale

Princesse saxonne, Lucas Cranachn(premier tiers du XVIe siècle)Avevo un libro delizioso da bambina e la mia favola preferita stava lì dentro, si chiamava “la principessa del sale”. Il libro non so che fine abbia fatto, e andando a zonzo su internet ho letto delle favole che le rassomigliano ma credo che quella che la mia fantasia di bambina a metà lesse e a metà inventò fu più o meno questa:

C’era una volta un re che aveva tre figlie. Le adorava alla follia e non riusciva a decidere a quale cedere il suo regno. Ammalatosi gravemente i consiglieri gli misero fretta e gli suggerirono:
- chiedete a tutte e tre chi vi ama di più, maestà, e sarà colei che avrà meglio espresso il suo sentimento ad avere il regno.
Il re si dovette arrendere al consiglio dei saggi e chiamò la maggiore.
- Figlia mia adorata, le disse mentre la stringeva al petto,
quanto è grande l’amore che mi porti?
- E’ grande come tutte le terre che possiedi e mille altre ancora.
Il padre commosso la lasciò partire certo della grandezza di quell’amore.
Poi chiamò la secondogenita e le chiese:
- Quanto è prezioso l’amore che mi porti, figliuola?
- E’ prezioso come tutti i diamanti e i rubini e gli zaffiri fanno splendere i tuoi scrigni padre, e mille altri ancora.
Il vecchio re la congedò asciugandosi gli occhi prima di far entrare la minore, la sua prediletta.
La fanciulla gli si gettò fra le braccia piangendo, voi non potete morire, padre, ve lo proibisco.
Il re sorrise e le pose la stessa domanda.
La principessina tacque per un bel pezzo prima di rispondere soddisfatta:
- Vi amo più del sale, padre.
Il vecchio non voleva credere alle proprie orecchie e se lo fece ripetere due volte prima di infuriarsi e urlare:
- Tu eri la mia preferita, ti amavo con tutto il mio cuore ed è questo il tuo modo di ricambiare? Lascia immediatamente il mio regno e non farvi mai più ritorno, io non sono più tuo padre e tu non sei più mia figlia.
La principessa, smarrita e confusa lasciò il castello e si avventurò nel bosco, senza conoscere il cammino. Fu così che a tarda sera, mentre l’oscurità si impossessava di cielo e terra, si ritrovò dinanzi ad una casupola scavata sul tronco di un albero immenso.
Affamata e intirizzita per il freddo, bussò alla porta e dall’interno una voce stridula gridò:
- Avanti!
La fanciulla si ritrovò in una stanza povera ma ordinata e pulita, ad un lato della quale il fuoco scoppiettava in un grande camino. Accanto, stava una vecchia che rimestava un liquido chiaro dentro ad un pentolone.
- Hai fame bambina, siediti e mangia con me, le disse la vecchia.
E così fece. Si sedette e gustò un superbo brodo di funghi. Poi la vecchia le mostrò un giaciglio che pareva fatto apposta per lei e le tese una coperta.
La principessa si abbandonò ad un sonno calmo e continuo.
Il mattino dopo, sempre senza parlare che per l’indispensabile, le due donne cominciarono la loro vita comune. La vecchia le insegnò a riconoscere i funghi sani da quelli velenosi e a raccogliere le buone erbe per cucinare un delizioso brodo. Le mostrò anche dove stavano i frutti più deliziosi e il miele prelibato delle api dei boschi.
Una sera però la vecchia la scoperse a piangere a dirotto.
- Che hai bambina, sei forse infelice qui con me?
- No, vecchia, al contrario, è soltanto che mi sono resa conto che si può vivere senza il sale, e raccontò alla vecchia tutta la storia di come era stata cacciata dal padre, convinto che lei non lo amasse.
- Vedi, mio padre aveva ragione, lui sapeva che il sale non è essenziale e io l’ho offeso.
- Non credo proprio bambina, le disse la vecchia, ma ora vai a riposarti, abbiamo una lunga giornata davanti a noi.

Il giorno stesso nelle cucine del regno si festeggiava. Il vecchio re si era ripreso dal suo malore ma aveva deciso di cedere il trono alle sue due figlie maggiori.
Nelle cucine era tutto uno stovigliare, tintinnare, triturare, battere, spennare. L’allegria aveva contagiato i servi del re che cantavano, preparando il favoloso banchetto.
Ad un tratto però, un urlo si levò limpido sulle cucine.
- Il sale! Dov’è finito il sale? Il cuoco del re credeva di sognare.
- C’erano decine di sacchi di sale nelle riserve ieri, urlava, qualcuno l’ha rubato.
L’uomo si precipitò dal re che lo fece entrare divertito.
- Che cosa è mai tutto questo sbraitare e allarmarsi per dei pugni di sale, vecchio?
- Voi non capite maestà, senza sale non si conserva, non si insaporisce, non si mangia!
- E allora andate al villaggio e domandate ai miei sudditi che ve ne prestino del loro.
Ma il sale era sparito dal villaggio e persino da quelli intorno.
Fu così che il re ordinò al cuoco di preparare il cibo senza sale e senza lagnarsi ché il sale non era certo la cosa più importante.
Il cuoco andò via scuotendo la testa.
Il banchetto fu disastroso. Gli invitati lasciarono le tavole dopo aver dato un solo morso alle carni prelibate, una cucchiaiata ai magnifici intingoli e uno sguardo alle verdure variopinte.
Il re si ricordò delle parole di sua figlia e si rabbuiò.

Nel frattempo la principessina e la vecchia si erano risvegliate e si erano incamminate per un nuovo sentiero.
- Ho bisogno dei funghi che crescono dall’altra parte di questo bosco, bambina.
Avevano camminato per ore ed ore, sino a quando, stanche, si erano fermate a riposare sotto ad un grande albero. In quel momento alcuni cavalieri passavano di là e si fermarono. Uno splendido giovane scese di sella e offrì alle due donne del cibo insipido che aveva nella sua saccoccia, poi le invitò a ad andare nel suo castello, lì vicino, a passarvi la notte. Lungo il tragitto raccontò loro che improvvisamente il sale era sparito nell’intera regione. Nessuno riusciva a procurarsene e questo avrebbe causato dei danni enormi perché con il sale si conservavano la maggior parte dei cibi.
Le donne restarono un mese e un giorno ospiti del re, padre del giovane, e l’ultimo giorno di permanenza il principe, ammaliato dalla sua bellezza e la sua bontà, chiese alla principessa di divenire la sua sposa. Il padre ne fu felice e così anche la vecchia, ma la ragazzina era triste.
- Mi sposerò e mio padre non sarà qui accanto a me, disse al principe. Mi ha cacciata via perché l’ho offeso e non mi considera più sua figlia.
- Andremo da vostro padre e  gli domanderete perdono, poi gli annunceremo il matrimonio!
La principessa annuì felice.
Dopo qualche giorno di viaggio si presentarono al castello del padre. Dei servi accorsero ad accogliere la principessina, e dietro a loro il padre che piangeva come un agnello.
La fanciulla non fece a tempo a chiedere perdono che già il padre la supplicava di accogliere le sue umili scuse per aver sottovalutato la grandezza del suo amore.
- Tu mi ami più di qualsiasi cosa al mondo, figlia mia, l’ho capito solo adesso.
Il mattino delle nozze la vecchia si presentò al capezzale della fanciulla e le disse di esprimere un desiderio.
- Ne ho due, vecchia, e non mi so decidere. Il primo è che tu resti sempre qui accanto a me e il secondo è che il sale riappaia su tutte le tavole del regno.
- Io appartengo al bosco bambina, ma il mio cuore sarà sempre con te perché mi hai saputo amare con l’umiltà dei puri di cuore.
La vecchia partì e quando la sua sagoma fu inghiottita dal bosco il sale riapparve.
E vissero tutti felici e contenti.

postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 29, 2008 09:58 | link | commenti (3)
categorie: favole