Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d'un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo 'e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.
- Santone, coraggio, andiamo alla festa - gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza. Continua
La guerra è utile, perfino auspicabile, aiuta a scegliere il proprio campo, a serrare le file, conoscere il nome del vicino, e soprattutto a vivacizzare i commerci.
che nasce dal blog dello scrittore Pierre Assouline su "Le monde" si sposta poi in seno alla stessa giunta della "mairie de la ville"e si concentra attorno al titolo dell'expo: "les parisiens sous l'occupation" che secondo l'assessore alla cultura della città racconta di una città felice e spensierata sotto la benevolenza dei tedeschi.



Religione e ragionevolezza
Ieri sera Erri De Luca era a Parigi, insieme a Martine Laval, giornalista di “Télérama” e Gilles Perrault de “l'Humanité”, ospite della “maison de l'Amérique Latine”, per presentare le sue ultime opere tradotte dall'italiano, tra le quali “In nome della madre”, che ha monopolizzato quasi interamente l'incontro.
Per chi non lo conoscesse, Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. A diciotto anni è partito per lavorare in fabbrica, in diverse parti d'Italia. Membro di Lotta Continua è stato sempre politicamente impegnato ed ha scontato due anni di carcere per delle accuse da cui è stato poi prosciolto. Il suo primo romanzo “Non ora, non qui” lo ha pubblicato a quarant'anni.
Montediddio è forse la sua opera più conosciuta. Studioso del vecchio testamento ha tradotto dall'ebraico tra gli altri “Il libro di Rut”, “Giona”, “Esodo”.
Il romanzo “In nome della madre”, definito Martine Laval come un racconto di natale, narra la gravidanza di Maria, dal punto di vista della giovinetta.
Erri De Luca ci racconta che l'idea di questo testo nasce da una convinzione che egli soleva sottolineare quando gli si parlava del Natale “Il natale non è la festa del bambino, bensì quella della madre”. E' la gravidanza di una quindicenne fuori dal matrimonio, atto questo, punito dalle leggi della comunità con la lapidazione. E' la trasformazione che questa gravidanza produce in lei e che la rende indifferente a tutti gli ostacoli e la colloca al di sopra di tutte le leggi.
Chi conosce Erri De Luca può ben immaginare con quanta sensibilità e densità d' emozioni questo racconto si dipani. De Luca è infatti da sempre difensore della povera gente e cantore degli umili. In questo caso egli rifiuta di attribuire il soggetto del romanzo al desiderio di denunciare dei fenomeni sociali del tutto attuali. Brusco e onesto come sempre, dice di aver voluto parlare di questo evento e basta. E nemmeno è in discussione la sua presunta fede inconscia, “ quando sono sveglio e cosciente, non sono un credente, quando dormo non sono cosciente, dunque non è a me che dovete domandare, io non ne so nulla”.
Una gran parte dell'attrazione verso De Luca, quando egli si cimenta in opere che concernono avvenimenti presenti nei testi sacri delle religioni cristiane, è legato al fatto che egli ha letto in lingua originale il vecchio testamento in ebraico e i vangeli in greco, e studiato approfonditamente quegli stessi testi ai quali, ai più, è consentito di avvicinarsi soltanto nelle versioni approvate dal Vaticano. Molti ignorano, ad esempio, il contesto storico, l'attualità politica e sociale nella quale i suddetti eventi si producevano. Il pubblico di questi incontri è dunque composto di ammiratori di De Luca tout court, studiosi e amatori dei testi sacri e cattolici pseudo-progressisti (gli integralisti si auto-censurano, vietandosi la partecipazione), i quali anelano a estorcere allo scrittore la sua appartenenza al credo della Santa Romana Chiesa. Anche in questo incontro, questi ultimi hanno tentato a più riprese di far capitolare lo stoico De Luca, ad esempio paragonando la sua passione per l'alpinismo alla misticità dell'avvicinamento a Dio. De Luca nonostante la monotona insistenza di tali tentativi (basta leggere una qualsiasi delle sue interviste per ritrovarvi almeno due presunte prove della sua fede) tiene duro. L'evidenza di questi assalti nasce indubbiamente dal desiderio di rassicurazione di quanti non si vogliono trovare nella scomoda posizione di dover ragionare su “dogmi personali” che cadendo, lascerebbero il vuoto e la disperazione. Sempre il bisogno del miracolo, insomma. Questo è triste.
Lo scrittore è forse più amato in Francia che da noi in Italia e in questo la distanza della Francia dal Vaticano gioca un ruolo fondamentale. Questo sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'Italia resta invece invischiata in una cultura oscurantista, nel momento in cui non ammette la dialettica.