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sabato, 12 luglio 2008

Racconti a quattro mani

Qualche giorno fa, sul suo blog, Remo Bassini ha proposto una singolar tenzone letteraria (o pseudo, questo lo vedremo poi) in cui coppie ben o mal assortite (anche questo ai posteri dirlo) si cimenteranno nella scrittura di un racconto breve. Da lettrice attendo di vedere gli sviluppi e  sono curiosissima di leggere i racconti. Da partecipante comincio a pensare a un soggetto e nel frattempo mi faccio del male.
Come?
Per esempio leggendo racconti come questo di Grazia Deledda, tratto da "il fanciullo nascosto"

Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d'un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo 'e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.
- Santone, coraggio, andiamo alla festa - gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza. Continua



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 12, 2008 10:10 | link | commenti (14)
categorie: racconti, eventi, grazia deledda
lunedì, 07 luglio 2008

Di ritorno da Gavoi (5°festival di letteratura della Sardegna)

L'ultimo istante infuocato, dilatato di un'ora e più, l'ho trascorso ieri mentre attraversavamo la piana di Ottana e un vento che correva a 50° Celsius ci toglieva il respiro e chiudeva gli occhi, minacciando l'eternità.
Caldo all'andata, insieme a curve e tornanti che si susseguivano per chilometri e mentre salivamo sino ai quasi 800 metri del paese più in salita e in discesa, più in picchiata di questo angolo di mondo.
Caldo durante tutte le manifestazioni che seguivamo con fatica, riparandoci come meglio potevamo con cappellini, creme solari, mosse astute da impareggiabili ladri d'ombra.
Caldo di notte, sul letto, mentre in testa ancora giravoltavano tutti gli eventi della giornata e le emozioni e le domande che sempre si moltiplicano al giungere delle risposte.
Infine caldo, e panico, una volta tornata a casa.
Da dove comincio? come posso trasmettere tutto questo senza che qualcosa dell'entusiasmo, della scoperta, delle riflessioni si perda?
Domanda retorica, lo so. Chi scrive trasmette, trasporta, invia, ma senza ricevuta di ritorno.
Lancia un bottiglia in mare, manda in aria un piccione viaggiatore, semina la terra, con messaggio.
E' tutto. E deve bastare.
Anche di questo si è parlato in questo intenso fine settimana, e della domanda che sempre ritorna fra i lettori, e ai quali uno scrittore non arriva mai a rispondere.
Perché il desiderio, l'urgenza di scrivere è un mistero, come tanti altri, e chi ha questo mistero in sé non arriva a spiegare come nasce. Sa solo che scrive.

Antonella Anedda racconta uno dei tanti motivi per cui si scrive e uno dei pochi casi in cui è il lettore che esorta lo scrittore. Anna Achmatova ebbe un figlio incarcerato da Stalin e ogni giorno lo andava  a trovare per rifornirlo di vettovaglie e di qualsiasi cosa necessitasse. Così come le altre madri.
Una di queste un giorno si volse verso di lei e le domandò se sapesse scrivere. Si, rispose lei sorpresa. Allora, per favore, racconti tutto questo.

Uno dei motivi per cui si scrive è "raccontare tutto questo" ma non è il solo e non è solo la scrittura a farlo. Lo sono le arti, il giornalismo, la semplice parola.
Perché poi uno decida per un metodo o un altro questo resta un mistero.

***
In un festival denso di invitati anche "importanti", come il fresco vincitore del premio Strega, il giovane (dio quando sto invecchiando...) Paolo Giordano, ho scelto di partecipare a diversi incontri. Alcuni mi hanno lasciato un po' di delusione in bocca,il reading di Diego De Silva e l'incontro con il regista Antonello Grimaldi,  di altri, come l'incontro al balcone con Antonella Anedda, tento di conservare intatte le emozioni, gli stimoli, gli spunti come chi tenta di trattenere in bocca l'ultimo goccio di acqua fresca quando nessuna oasi è in vista. E poi c'è anche altro:Zadie Smith, Polo Giordano, Caterina Serra, Anilda Ibrahimi

Comincerò da domani, a presto


postato da: sabrinamanca alle ore luglio 07, 2008 12:16 | link | commenti
categorie: riflessioni, libri, letteratura, eventi
venerdì, 25 aprile 2008

Madre Coraggio e l'operaio

merecourageLa guerra è utile, perfino auspicabile, aiuta a scegliere il proprio campo, a serrare le file, conoscere il nome del vicino, e soprattutto a vivacizzare i commerci.
Anna Fierling, detta Madre Courage è una vivandiera che va in giro con la sua carovana e i tre figli cercando di racimolare il necessario per riempire lo stomaco. Baratta capponi e camicie, proiettili e acquavite. Cammina, si ferma e osserva per poi fiutare da che parte tira il vento, e infine si accomoda e comincia a fare commercio. Contrattare è come respirare per lei. Contratta perfino con i soldati che hanno rapito il secondo dei suoi figli. Lo perde.
Il primo parte in guerra nonostante la madre abbia cercato con tutte le sue forze di convincerlo a non farlo.
E' la vita stessa a spingere la carovana di Madre Courage, la vita contro la morte.
La guerra per madre Courage è solo morte, dietro a tutti i pretesti, gli eroismi e i principi ispiratori ma una  contraddizione evidente le fa odiare anche la pace perché essa significa fine dei commerci, e quindi fame e morte.
Chi costringe i poveri ad amare la guerra e i sotterfugi, e abbandonare l'innocenza?
Chi li obbliga a dover scegliere fra il proprio stomaco e i più nobili valori?
Ogni uomo su questa terra dovrebbe avere la pancia piena, e solo allora si potrebbe pretendere l'eroismo.
***
Che c'entra l'operaio in tutto questo? Stamattina ho letto come prima notizia della morte di un operaio caduto da un terrazzo fulminato da una scarica elettrica, e del fatto che diversi passanti lo abbiano ignorato, nonostante il sangue e il cranio fracassato, e addirittura scavalcato. Per questa reazione non trovo un perché.


postato da: sabrinamanca alle ore aprile 25, 2008 22:04 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, eventi
lunedì, 21 aprile 2008

La gaia Parigi sotto l'occupazione nazista

Questa esposizione di splendide fotografie, racconta di una Parigi a colori e glamour durante l'occupazione nazista. Nessuna traccia delle code per il pane, del mercato nero, della povertà, della paura.
La spiegazione è semplice : il fotografo è André Zucca che, dopo aver lavorato come fotoreporter per Petit Parisien e Match, viene requisito dai tedeschi per farne il corrispondente parigino della rivista Signal.
La expo parisiens che nasce dal blog dello scrittore Pierre Assouline su "Le monde" si sposta poi in seno alla stessa giunta della "mairie de la ville"e si concentra attorno al titolo dell'expo: "les parisiens sous l'occupation" che secondo l'assessore alla cultura della città racconta di una città felice e spensierata sotto la benevolenza dei  tedeschi.
Splendide fotografie raggruppate per quartieri, da porte Maillot a Belleville, passando per gli Champs Elisées, i Grands Boulevards, Concorde e Le Marais che raccontano di una città viva, allegra, nel complesso spensierata. Non mancano però le prove storie che mentre le belle donne di Zucca passeggiavano nei grandi viali a poche vie di distanza altri parigini venissero fatti prigionieri,torturati, giustiziati.
***
Vi parlo di questa polemica perché mi sembra d'estrema attualità rispetto a ciò che accade con i giochi olimpici fra Francia e Cina. Come sapete il paese ha accolto con proteste e manifestazioni il passaggio della fiaccola. Gli atleti francesi hanno deciso di portare un badge al petto con una scritta apparsa a tutti inizialmente molto insignificante "per un mondo migliore", ebbene, il badge è stato proibito, i cinesi hanno organizzato un boicottaggio dei prodotti francesi e delle manifestazioni di protesta nelle sedi dell'ambasciata francese a Pechino e davanti ad alcune insegne francesi come Carrefour.
I cinesi però, non hanno mai avuto diritto alle immagini diffuse in tutto il resto del mondo, né a quelle della repressione in Tibet.



postato da: sabrinamanca alle ore aprile 21, 2008 11:33 | link | commenti (2)
categorie: politica, eventi
mercoledì, 02 aprile 2008

Au secours! In italiano aita, aita!

Oramai il salone del libro di Parigi edizione 2008 si è concluso e io avrei qualcosa da raccontare, piccole e grandi storie che si sono intrecciate dentro e fuori dal grande padiglione di porte de Versailles ma il mio tempo è divorato da una rivoluzione subdola che si nasconde sotto le spoglie di un visino d'angelo che mi sta facendo morir d'amore (nemmeno da  adolescente ricordo d'essermi mai tanto infiammata per il bulletto di turno) e di un essere diabolico che mi sta seppellendo sotto una pappa, un sorriso, un pianto e montagne di 
pannolini pieni di cacca fino all'orlo (e oltre, a volte), un alieno che si sta trasformando sotto ai miei occhi, giorno per giorno.
A tutt'oggi ha il quoziente intellettivo di un lemuriano ma in due o tre anni sarà forse superiore al mio (non ci vuole poi tanto, direte voi! Io, taccio.)
Quest'anno il salone era dedicato a Israele, la qual cosa ha imposto un enorme apparato di sicurezza (anche se a detta dei partecipanti, autori, editori e affini, non subivano alcun controllo).
Ho scampato due falsi attentati bomba, perso gli incontri con David Grossman e Abraham Yehoshua, partecipato ad uno molto intimo fra il poeta Ronny Someck e il romanziere Pawel Huelle; ho infine acquistato tre libri:
"all'improvviso, nella foresta profonda" di Amos Oz (soudain, dans la forêt profonde)
"Dolly city"di Orly Castel- Bloom
"l'amore, all'improvviso" di Aharon Appelfeld ( l'amour, soudain) del quale vi parlerò per primo dato che ho appena terminato di leggerlo.

***

A cinque mesi e mezzo dalla nascita del mio adorato cucciolino di femmina sto meditando di tornare a lavorare, e per un solo motivo: il tragitto casa-lavoro e viceversa.
Ebbene si, quell'ora, ora e mezza, era un toccasana per la mia sete di lettura mentre ora riesco a collezionare svariati (ma sempre largamente insufficienti) istanti strappati ad un sonno più disperato che ristoratore.
So già che vi dirò meraviglie di Aharon Appelfeld che ho pure avuto modo di incontrare in libreria durante la presentazione del suo ultimo libro, so già quali meraviglie.

Adieu, au revoir, enfin,

Alla prossima apnea, intanto vi lascio una poesia di buona notte da
Ronny Someck

Nell'occhio del ciclone  (הרעסה ןיע לע)

Dopo la prima pioggia, il merlo vola
come ciglio sull'occhio del ciclone.
Il vento, sotto le nuvole,
gli fa drizzare la coda
e toglie di dosso le vesti fogliose
indossate dagli alberi nella cerimonia
di insediamento del ministro del sesso
nel governo della natura.
Io sono il campione del mondo dei
particolari trascurabili
e quindi non scriverò che ero li'.
postato da: sabrinamanca alle ore aprile 02, 2008 00:13 | link | commenti
categorie: poesie, letteratura, eventi, francia
sabato, 08 marzo 2008

100 anni e sembra ieri...

Non è una festa, questa delle donne, non lo è mai stata.
Da giornata della memoria, di lotte, di rivendicazioni si è trasformata in serata specchio delle rimpatriate " di soli uomini" ed ora, immancabile, arriva il richiamo del mercato.
Sconti, offerte, cheque-cadeau da spendere l'8 marzo. "Shopping è donna" e così sia.
Ieri pomeriggio mentre davo il latte a mia figlia ho acceso la tv e mi sono imbattuta nel programma strappalacrime di Alda d'Eusanio ( non mi soffermo sulla trasmissione, patetica) le cui ospiti erano sei donne vittime di violenze intollerabili. Stupri, botte, minacce erano il pane quotidiano di queste donne, mentre la domenica alcune di loro hanno avuto diritto all'omicidio.
Il loro coraggio nel denunciare i propri compagni infine, è stato premiato con l'isolamento da parte della famiglia e di amicizie e conoscenze.
Mi è venuta una tristezza tale che ancora ho il muso lungo.
Non posso sopportare quando sento dire "oramai questa giornata non ha più senso".
Niente è più falso e mendace.
Bisogna lottare per non perdere la consapevolezza della nostra parità di diritti rispetto agli uomini, dobbiamo liberarci noi per prime, e una volta, per tutte dal ruolo di vittime, dobbiamo smettere di accontentarci e perfino compiacerci d'essere quelle che fanno il "lavoro grosso" nascoste dall'ombra dei nostri uomini.

Stamattina mi sono svegliata pensando a quanto è difficile levarsi di dosso questa discriminazione di cui siamo vittime dalla notte dei tempi: basti pensare che il dio di Abramo ci ha espropriato dell'atto più inequivocabilmente femminile: la creazione.
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 08, 2008 16:29 | link | commenti (11)
categorie: politica, riflessioni, eventi, religione
martedì, 04 dicembre 2007

Vertigine sugli Champs Elysées

Il grigiore mi aveva invaso, si imponeva una scossa vivifica.
Non avevo scelta, anche perché quello sguardo mi aveva già stregato nei poster per strada e davanti alla métro.

Gustave Courbet al Grand Palais sino al 23 Gennaio.


Le désespéré


le désespéré

























L'origine du monde


l


















                                                                                                                                                 
Se decideste di passare il capodanno nella ville lumière, non esitate, tanto più che vi ci imbatterete passeggiando sotto le luminarie très chic dei campi elisi.
campi elisi


postato da: sabrinamanca alle ore dicembre 04, 2007 10:13 | link | commenti (5)
categorie: eventi
venerdì, 11 maggio 2007

La vita è altrove

Ho vissuto in sardegna fino a cinque anni fa poi, chissà come e perché, ho preso la decisione di andare altrove. Ciò che intuivo ma che non allora possedevo, erano altri punti vista.

A volte vivere in un luogo ti convince che, non solo non esistano altri luoghi possibili, ma nemmeno altri modi di viverla, la vita.
Come se la tua casa fosse il centro del mondo e proprio dalla tua cucina partissero le direttive che da sempre lo governano e per sempre lo faranno girare.
Vivendo altrove e liberandomi con difficoltà della casa che come una lumaca puntigliosa avevo tenuto ben salda sulle spalle, ho cominciato a comprendere, meglio, a sentire, che c'erano altre possibili interpretazioni della vita che non fossero la mia.

Ogni volta che ritorno a casa, poiché non con la distanza ma con il tempo e la caparbietà me ne sono finalmente allontanata, mi riapproprio di una forte sensazione di appartenenza ma rilevo anche che, per chi mi vede tornare, sono una che non è più in sintonia, una che vive in un limbo, in un altrove irreale.

Buràn     è una magazine letterario on line che seguo dal primo numero ( ora è al secondo).

La peculiarità di Buràn rispetto ad altre riviste letterarie è che va a pescare nel web di tutto il mondo racconti a tema. Ciò che mi attrae e mi stimola in questa rivista, rispetto ad altre, è proprio la presenza di altri punti di vista.

Grazie ad un racconto, che sia più propriamente realistico (nella sezione "il materiale") o meno (ne "l'immaginario"), si riesce a viaggiare e, ancor meglio, a sostare altrove.

Considero questo piccolo viaggio un esercizio utile per rendersi conto di quale e quanta varietà di persone vivano altri luoghi e con essi altri "modi" di vita, ( magari alcuni con la stessa intima convinzione che
il mondo orbiti intorno a casa loro ).

Un piccolo, un minuscolo esercizio alla comprensione, alla tolleranza, al rispetto.
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 11, 2007 11:24 | link | commenti (21)
categorie: recensioni, riflessioni, letteratura, eventi
mercoledì, 29 novembre 2006

Erri De Luca, Boris Horvat, Elmundolibro

Religione e ragionevolezza

Ieri sera Erri De Luca era a Parigi, insieme a Martine Laval, giornalista di “Télérama” e Gilles Perrault de “l'Humanité”, ospite della “maison de l'Amérique Latine”, per presentare le sue ultime opere tradotte dall'italiano, tra le quali “In nome della madre”, che ha monopolizzato quasi interamente l'incontro.

Per chi non lo conoscesse, Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. A diciotto anni è partito per lavorare in fabbrica, in diverse parti d'Italia. Membro di Lotta Continua è stato sempre politicamente impegnato ed ha scontato due anni di carcere per delle accuse da cui è stato poi prosciolto. Il suo primo romanzo “Non ora, non qui” lo ha pubblicato a quarant'anni.

Montediddio è forse la sua opera più conosciuta. Studioso del vecchio testamento ha tradotto dall'ebraico tra gli altri “Il libro di Rut”, “Giona”, “Esodo”.

Il romanzo “In nome della madre”, definito Martine Laval come un racconto di natale, narra la gravidanza di Maria, dal punto di vista della giovinetta.

Erri De Luca ci racconta che l'idea di questo testo nasce da una convinzione che egli soleva sottolineare quando gli si parlava del Natale “Il natale non è la festa del bambino, bensì quella della madre”. E' la gravidanza di una quindicenne fuori dal matrimonio, atto questo, punito dalle leggi della comunità con la lapidazione. E' la trasformazione che questa gravidanza produce in lei e che la rende indifferente a tutti gli ostacoli e la colloca al di sopra di tutte le leggi.

Chi conosce Erri De Luca può ben immaginare con quanta sensibilità e densità d' emozioni questo racconto si dipani. De Luca è infatti da sempre difensore della povera gente e cantore degli umili. In questo caso egli rifiuta di attribuire il soggetto del romanzo al desiderio di denunciare dei fenomeni sociali del tutto attuali. Brusco e onesto come sempre, dice di aver voluto parlare di questo evento e basta. E nemmeno è in discussione la sua presunta fede inconscia, “ quando sono sveglio e cosciente, non sono un credente, quando dormo non sono cosciente, dunque non è a me che dovete domandare, io non ne so nulla”.

Una gran parte dell'attrazione verso De Luca, quando egli si cimenta in opere che concernono avvenimenti presenti nei testi sacri delle religioni cristiane, è legato al fatto che egli ha letto in lingua originale il vecchio testamento in ebraico e i vangeli in greco, e studiato approfonditamente quegli stessi testi ai quali, ai più, è consentito di avvicinarsi soltanto nelle versioni approvate dal Vaticano. Molti ignorano, ad esempio, il contesto storico, l'attualità politica e sociale nella quale i suddetti eventi si producevano. Il pubblico di questi incontri è dunque composto di ammiratori di De Luca tout court, studiosi e amatori dei testi sacri e cattolici pseudo-progressisti (gli integralisti si auto-censurano, vietandosi la partecipazione), i quali anelano a estorcere allo scrittore la sua appartenenza al credo della Santa Romana Chiesa. Anche in questo incontro, questi ultimi hanno tentato a più riprese di far capitolare lo stoico De Luca, ad esempio paragonando la sua passione per l'alpinismo alla misticità dell'avvicinamento a Dio. De Luca nonostante la monotona insistenza di tali tentativi (basta leggere una qualsiasi delle sue interviste per ritrovarvi almeno due presunte prove della sua fede) tiene duro. L'evidenza di questi assalti nasce indubbiamente dal desiderio di rassicurazione di quanti non si vogliono trovare nella scomoda posizione di dover ragionare su “dogmi personali” che cadendo, lascerebbero il vuoto e la disperazione. Sempre il bisogno del miracolo, insomma. Questo è triste.

Lo scrittore è forse più amato in Francia che da noi in Italia e in questo la distanza della Francia dal Vaticano gioca un ruolo fondamentale. Questo sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'Italia resta invece invischiata in una cultura oscurantista, nel momento in cui non ammette la dialettica.




postato da: sabrinamanca alle ore novembre 29, 2006 12:07 | link | commenti (1)
categorie: politica, riflessioni, letteratura, eventi, religione, romanzi