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giovedì, 17 luglio 2008

Sacco e Vanzetti 

sacco e vanzettiNe conoscevo la musica da bambina. Da ieri sera posso associare quella colonna sonora ad uno splendido film: rigoroso, asciutto, misurato, e per questo grandioso. Nemmeno per un attimo ho avuto la sensazione di un modo di fare cinema superato, semmai proprio il contrario.
Ma non mi intendo di cinema, vado a tentoni, a sensazione.
Il soggetto, quello, non è certamente superato, non lo sarà mai, temo.
L'attualità diviene storia nel tempo e la storia nel tempo non cessa d'essere purtroppo d'attualità.
Ho riportato quiqui alcune recensioni, e altre letture interessanti sul contesto storico economico, il processo a Sacco e Vanzetti, e infine un articolo sugli emigrati anarchici.






postato da: sabrinamanca alle ore luglio 17, 2008 10:13 | link | commenti (4)
categorie: politica, cinema
venerdì, 06 giugno 2008

The pillow book

Notte agitata. Come lo sono quelle che precedono una svolta, o semplicemente il nascere di qualcosa di nuovo e diverso da tutto ciò che ha preceduto. Come lo sono quelle in cui si elabora una materia potente e complessa, che richiama da luoghi remoti una nuova sfumatura del nostro essere.
"The pillow book" i racconti del cuscino di Peter Greenaway contiene parte di questa materia, si presta a congetture sul corpo, il sesso, la morte e soprattutto la scrittura.
Ho bisogno di ripensarci ancora per un certo tempo e rivederlo ancora e ancora ma per ora mi accontento di questa première e accetto la notte insonne come scotto da pagare.

Notte agitata anche perché la mia bimba mette il suo primo dente. Piange, sorpresa e impaurita lei stessa di questo fastidio, questa nuova sofferenza senza spiegazione.
Perché il dolore senza ragione né origine colpisce molto più duro e profondo.

Nelle mie mani, nelle mie braccia una materia si va formando, modellando, in parte secondo la direzione che le imprimo.
Mi dà sollievo il pensiero di Gibran: “I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa...
essi vengono attraverso di voi, ma non da voi.
E benché vivano con voi non vi appartengono...
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:
la vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”
postato da: sabrinamanca alle ore giugno 06, 2008 08:31 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, cinema
lunedì, 26 maggio 2008

A Cannes vince l'impegno politico e sociale

L'aveva annunciato Sean Penn, alla vigilia del festival cinematografico più importante al mondo (in termini di mercato): vinceranno le pellicole che offriranno uno sguardo sul mondo, e si sa di che tipo è lo sguardo di Penn.
La palma d'oro è andata a "entre les murs" di Laurent Cantet. La pellicola, una via di mezzo fra documentario e finzione cinematografica, racconta di una classe liceale di un quartiere popolare parigina. Cantet è il regista di altri tre splendidi film, fra cui "risorse umane" una feroce satira sul mondo del lavoro. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di François Bégaudeau, insegnante in un liceo di periferia ed ex collaboratore de "les cahiers du cinéma".
Due film italiani ricevono rispettivamente il gran premio e il premio della giuria, "Gomorra" di Matteo Garrone e "il divo" di Paolo Sorrentino.
Premiati anche Walter Salles e i fratelli Dardenne.

Nota a margine: l'anno scorso la palma d'oro venne data a "quattro mesi, tre settimane, due giorni" del romeno Cristian Mungiu, quest'anno è un altro romeno, Marian Crisan, che vince il premio per il cortometraggio "megatron".
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 26, 2008 08:12 | link | commenti (7)
categorie: cinema
venerdì, 21 marzo 2008

I soliti ignoti


"Le pigeon veniva proiettato in una saletta della periferia parigina oramai da mesi, al punto da pungolare la curiosità di  cahiers du cinema e positif . Dal piccolo cinema spiegarono che si trattava di un film italiano, una commedia che raccoglieva l'entusiasmo degli spettatori.
I critici scoprirono la commedia all'italiana e in quel momento cominciò la mia carriera".
Con queste parole Mario Monicelli, freschissimo novantatreenne presenta I soliti ignoti , in francese Le pigeon che apre la retrospettiva che la cinémathèque française dedica al regista, divenuto oramai mito vivente del cinema non solo nostrano ma europeo e mondiale (una curiosità: questo film ha ispirato direttamente il famoso ocean's eleven) e inventore della commedia all'italiana.

Preferisco non citare la filmografia del regista, sessantacinque film, tutte commedie o quasi, fra cui diversi capisaldi del nostro cinema e non solo.
Volevo solo avere il piacere di incontrarlo, vederlo più da vicino.
Non sono rimasta delusa.
Mi è apparso, anzi è apparso a  tutti in sala, dove la commozione era palpabile, un uomo umile, scherzoso, che mostra cinquant'anni meno.

E del resto sul suo sito c'è una frase di Sant'Agostino che dice tutto:
"nutre la mente soltanto ciò che rallegra".












postato da: sabrinamanca alle ore marzo 21, 2008 10:41 | link | commenti (10)
categorie: cinema, francia
mercoledì, 07 marzo 2007

Pensiero fisso

In questi giorni c'è un pensiero che mi occupa interamente, anima e corpo, come si dice. Resta solo uno spazio fra i miei confini fisici e virtuali, una sorta di camera d'aria che ne acuisce l'invadenza e ne rimarca il peso.
Immagino la mia scatola cranica come una cavità vuota e il pensiero come una palla di plastilina che vibra e  urta contro le pareti, come un vicino arrogante che non si stanca di bussare perchè sa che tanto sei in casa.
Non c'è spazio per la scrittura né per la lettura. Non c'è spazio per gli amici o gli svaghi.
C'è solo questo blob, quest'onda appiccicosa e agro-dolce che mi sommerge.

***
Una signora è venuta in farmacia
- mi scusi, le ho portato questo materiale da analizzare
- sono pezzi di scottex usati, signora
- si, certo. Lo so anche io. Non nota nulla? Non vede questi buchi? Non le sembrano morsi di topo?
- veramente signora vedo i buchi ma non mi sembrano morsi e i ogni caso non saprei definire se siano morsi di topolino o di ratto di fogna.

un quarto d'ora dopo...
-guardi, dottoressa, ne ancora di fogli di scottex, e di questi che pensa?
-signora, le ho già ripetuto non so quante volte che non noto nulla di speciale in questi fogli di carta, a parte il fatto che sono sporchi e tagliuzzati. Se avesse trovato almeno gli escrementi...potremmo dire con certezza che si tratta di topi.
-pensi che ho persino messo dei bocconi avvelenati e dopo un po' erano spariti
-mi scusi signora, che cosa aspetta allora a chiamare qualcuno per derattizzare? A quest'ora avrà un ratto morto da qualche parte nel suo monolocale!

Il giorno dopo...
- buongiorno dottoressa le ho portato gli escrementi. Vede, sono dentro a questa busta, e ne ho raccolto solo un po', ma a casa è pieno. Eppoi guardi questo
-è un pezzo di polistirolo con il segno di un grosso morso. Sono topi, signora, ne abbiamo già parlato ieri. Non ha chiamato nessuno per derattizzare?
-si, la padrona di casa ma lei dice che topi non ce ne sono. Io sono solo l'inquilina, che posso fare?
-può chiamare il comune del quartiere, signora. E' una questione di salute pubblica, niente a che fare con inquilini e proprietari.
-ma lei pensa che siano topi?
-siiiiii, signora, sono topi. Mangiano bocconi avvelenati, cagano come topi e passeggiano tranquilli nel suo monolocale.
-ma lei se lo immagina che la proprietaria dice che non ce ne sono di topi, con tutte queste prove? pensa che dovrei mandarle gli escrementi?
-signora, per favore, telefoni al comune, alla padrona di casa ci penserà dopo.
-la padrona mi aveva assicurato che di topi non ce n'erano...

Dopo due ore...
-dottoressa ho avuto un'idea
-ha chiamato il comune?
-no. Ho pensato di andare al commissariato e chiedere che mi diano un altro alloggio. Non posso mica dormire con i topi. Pensa che mi troveranno un posto? O almeno chiameranno la mia padrona di casa e lei a loro crederà
-signora ma perché non ha chiamato il comune? Le avrebbero detto che cosa fare o sarebbero intervenuti subito
-ma io sono solo l'inquilina. E poi ho trovato questi. Che ne pensa?
-sono dei collant morsicati signora
-e questi?
-fogli di carta, carta da forno, magliette. Signora ma da quanto tempo dura questa situazione?
-sono sei mesi che chiamo la padrona di casa dicendole che sento dei rumori e qualcuno mangia i miei vestiti ma lei non mi crede...

***
Bug (insetto)
é l'ultimo film di William Friedkin (quello dell'esorcista, per intenderci). Tratto dalla pièce teatrale di Tracy Letts, Bug racconta l'incontro fra una donna annientata dal terrore di un marito violento che sconta la prigione ma viene rilasciato anzitempo e un reduce di guerra, un uomo mite e riservato in fuga dall'esercito che starebbe compiendo su di lui incredibili esperimenti.
E' l'incontro di due solitudini, due disperazioni e un'ordinaria follia.  In questo incontro si innestano le paranoie vere o presunte dell'uno che diventano anche dell'altro e che condurranno ad un finale parossistico.
Chi cerca un film dell'orrore non lo troverà di certo in Bug.
Chi vorrà invece godere della splendida interpretazione di Ashley Judd e Harry Connick Jr, di dialoghi intensi in cui la presunta paranoia dell'informazione omnipresente ci fa riflettere sull'esile confine fra le ipotesi deliranti proposte e la pura realtà, la maestria di Friedkin che disegna con forza e tatto i caratteri dei personaggi, e ci conduce nei meandri della follia con aderenza e una potente rappresentazione visiva, vivrà due ore intense e commoventi.
Se di orrore dobbiamo proprio parlare, è un orrore più sottile e credibile quello che si insinua a fior di pelle: quello che deriva dall'ordinarietà dell'essere umani e vivere su questa terra, con tutto il peso che ne deriva.


postato da: sabrinamanca alle ore marzo 07, 2007 10:20 | link | commenti (11)
categorie: riflessioni, cinema
giovedì, 01 febbraio 2007

la vie des autres 1La vita degli altri
("Das Leben der Anderen", un film di Florian Henckel von Donnersmarck)

E' uno splendido film tedesco quello uscito ieri sugli schermi cinematografici francesi.
Siamo nella Germania dell'est di qualche anno prima della caduta del muro di Berlino. Il paese conta all'incirca sedici milioni di abitanti dei quali centomila sono agenti della Stasi, il servizio di sicurezza dello stato, e duecentomila ne sono gli informatori. In altre parole:due abitanti della RDE su cento.


la vie des autres 2Non vi voglio raccontare però la trama che peraltro era previsibile dall'anteprima e in nulla modifica il fascino di un incontro perfettamente riuscito fra tematiche di tale peso che da sole avrebbero diritto un film tutto per loro: la politica, l'arte, l'aderenza cieca ad un'ideologia, l'amore, la fiducia, la bellezza e la forza della poesia che sconvolge vite ordinate, aggrappate alla solidità del dovere, di un compito da svolgere, di una missione per la vita.

Vi racconterò la riflessione che mi ha accompagnato mentre uscivo dalla sala.
Mi sono domandata, per l'ennesima volta che cosa sarebbe l'artista senza il suo modello.
Mi sono domandata ancora se l'arte non sia che una riproduzione della realtà.
Mi son detta che se per l'uomo comune (e con questa definizione non voglio svilire nessuno) il miracolo, l'unico possibile, quello della magnificenza dell'uomo quando supera il suo più grande nemico interno, la Paura, desta un sentimento di forza, commozione, stupore infiniti, allora lo stesso miracolo per l'artista è qualcosa di più.
E' stare davanti alla materia della sua arte.
E' assistere alla Creazione stessa.


postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 01, 2007 09:17 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni, cinema
lunedì, 27 novembre 2006

la sacra famiglia

Les quatrecents coups (che corrisponde all'espressione italiana “diavolo a quattro”) di François Truffaut ci parla d'un ragazzino e del suo rapporto con vita.

Il mondo dell'infanzia e spesso dell'adolescenza è per definizione privo di sfumature. Un'ingiustizia subita comporta enormi sofferenze. Una birichinata scoperta da una figura di riferimento, sia esso genitore, insegnante o un adulto ammirato, e la conseguente negazione transitoria dell'affetto, gli faranno credere d'aver perso per sempre l'amore di quella figura e ciò gli appare insopportabile.

Il film si apre con Antoine, questo è il nome del piccolo eroe, che viene punito a scuola. Al suo ritorno lo accoglie una madre nervosa. E' solo l'arrivo del padre a conferire un clima disteso al quadro familiare. Il ragazzino oscilla tra il desiderio di essere amato dalla madre e la ribellione nei confronti di gesti che gli paiono insensati da parte delle figure di riferimento. Un giorno, insieme al compagno di classe e di marachelle, marina la scuola. Mentre è in giro a passeggiare vede la madre baciare uno sconosciuto. Anche lei lo riconosce ma non parleranno mai dell'episodio che farà tuttavia precipitare gli eventi. Il giorno successivo, a scuola, egli racconta agli insegnanti che si è assentato perché la madre è morta. I genitori, avvisati da un compagno di classe di Antoine, si recano a scuola e lo umiliano davanti alla classe. Antoine passa la notte fuori casa. L'indomani la madre va a prenderlo durante l'orario di scuola e trascorre la giornata con lui, mostrandosi amorevole e preoccupata della sua felicità. La donna lo esorta a studiare e gli promette di ricompensarlo se andrà meglio a scuola. Durante la verifica trimestrale di lingua, Antoine, che è affascinato da Balzac, riscrive una pagina del suo eroe; viene così accusato di plagio ed allontanato dai corsi per alcuni mesi. Questa volta Antoine, disperato scrive una lettera di commiato ai genitori, spiegando le ragioni del suo gesto e si rifugia in gran segreto dal suo amico René dove trascorre alcuni mesi. I due progettano di sottrarre una macchina da scrivere dall'ufficio del padre di Antoine. Il ragazzino riesce ad impossessarsene senza difficoltà ma dopo aver trascorso la giornata senza potersene disfare decide infine di renderla. Verrà colto in fragrante da un dipendente e denunciato per furto e vagabondaggio dal padre stesso.

Il ragazzino trascorre la notte in prigione e viene in seguito mandato in un istituto di correzione. A questo punto, con gli elementi in nostro possesso, ci attendiamo che i genitori, che volevano dargli una lezione, lo riprendano con loro. Truffaut infatti, non indugia certo nel melodramma. Mai vediamo la disperazione negli occhi di uno solo dei personaggi, mai ci viene suggerito un atteggiamento di compassione o comprensione per uno qualsiasi dei protagonisti. La nostra sensazione sino a quel momento è che, se un difetto può essere individuato nel clima generale descritto, esso risieda in una sorta di disattenzione, di leggerezza mai caricata di un giudizio. Ebbene, nelle sequenze successive si ha una progressiva rivelazione di una parte della storia che non conoscevamo, la quale trasforma impietosamente la nostra indulgenza. La madre non vuole il figlio con sé e spiega al giudice che il marito, non essendo il vero padre del bambino, ha fatto anche troppo per lui. E ancora, in un incontro con una psicologa che ci viene presentata o piuttosto suggerita, visto che non viene mai inquadrata, come totalmente inconsapevole d'aver a che fare con un bambino, Antoine racconta con evidente serenità, come di un fatto oggettivo, che è la madre a non amarlo e desiderarlo con sé, apportando tutta una serie di elementi inconfutabili.

Il ragazzo, privato della libertà e allontanato dall'amico, alla prima occasione, scappa dall'istituto. La lunga sequenza che lo porta, in una corsa che sfinisce lo spettatore prima che Antoine, a raggiungere il mare, e lo sguardo con il quale il bambino per la prima e unica volta, ci interpella, è un film nel film o piuttosto, basterebbe a farne un capolavoro compiuto.

Ci sono un'infinità di elementi che fanno del film di Truffaut un capolavoro del cinema di tutti i tempi. Ciò che mi ha colpito alla prima visione è il ribaltamento di situazione, il quale, sebbene preparato minuziosamente in ogni sequenza che lo precede, e questo è ben evidente a una seconda visione, si produce davanti ai nostri occhi senza l'evidenza di un segno premonitore. Non è certo un colpo di scena alla moda dei thriller e tuttavia l'effetto che produce nello spettatore è ugualmente intenso e inatteso.

Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini e Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart hanno in comune con il film di Truffaut la tematica della famiglia ma differiscono totalmente per la proposta che fanno allo spettatore. Sono decisamente più interattivi, esigenti, direttivi.

Non starò qui ad approfondire tematiche ed elementi di Mamma Roma, in cui il rapporto madre-figlio è forse ciò che a Pasolini preme meno raccontare ma che interessa a me in questa carrellata.

L'atteggiamento di Antoine ne “I quattrocento colpi” è totalmente diverso da quello di Tommi in Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart.

Tommi è un ragazzino di undici anni, maturo, quasi disincantato, estremamente protettivo nei confronti delle figure genitoriali, che proprio perché percepite da lui come infantili, necessitano d'essere sostenute e approvate incondizionatamente. Un ribaltamento di posizioni purtroppo molto comune nei modelli familiari.

E' interessante il percorso impietoso che Stuart fa compiere alla figura che lui stesso interpreta e per la quale non nutre alcuna compassione. Renato è un padre single che, a causa di un carattere difficile, perde continuamente il lavoro, e che accetta ciclicamente di riprendere in casa una moglie bambina che ogni volta soccombe al peso delle responsabilità. L'uomo vuole per il figlio una carriera nel nuoto e lo esorta a sacrificarsi nel nome di un futuro glorioso, poco importa che egli desideri solo giocare a pallone come i ragazzini del quartiere. Tommi e la sorella sono perfettamente autonomi e abituati alle crisi depressive che il padre alterna ad accessi di iperattività, nei quali racconta ai figli i progetti di gloria che ha per l'avvenire della famiglia. Il bambino cerca rifugio nell'amicizia di un coetaneo, venuto a vivere nello stesso palazzo, e la trova per un certo tempo, perché la famiglia dell'amico lo considera per quello che dovrebbe, un bambino di undici anni. Purtroppo le sue responsabilità hanno la meglio e all'ennesimo capriccio di Renato, Tommi si vede costretto a tornare al suo ruolo.

In Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini Anna Magnani è una prostituta la cui unica ragione di vita è il figlio Ettore. Nella prima sequenza la vediamo cantare e divertirsi al matrimonio dell'ex marito, nonché suo protettore. La donna, finalmente libera, lascia la campagna per Roma, guadagna il tanto da smettere il mestiere e comprare un banco di verdure al mercato, e infine torna a prendere il figlio con sé per realizzare il sogno di farne un piccolo borghese, e attraverso questo progetto, riscattare se stessa.

Il passato però torna sempre e non perdona. L'ex marito ricompare per chiederle del denaro e la donna è costretta a tornare in strada per soddisfare le sue richieste, terrorizzata all'idea che il figlio venga a sapere chi è sua madre. L'uomo le promette che non la importunerà più. Mamma Roma ha in progetto di andare a vivere in un quartiere meno popolare perché il figlio non abbia a frequentare dei buoni a nulla. E riuscirà nel suo intento. Il ragazzo però, non possedendo un'istruzione né avendo mai lavorato, passa il tempo a bighellonare con i coetanei e ad amoreggiare. La madre, gelosa ma soprattutto preoccupata di vedere i sogni che nutre per il figlio infranti, chiede consiglio al prete il quale le ricorda che il ragazzo non sa far nulla e che non può che cominciare da un lavoro umile.

Mamma Roma non si è però sacrificata per vederlo fare il manovale e, aiutata dai suoi vecchi compagni di lavoro, mette in atto un ricatto perché un ristoratore lo prenda come cameriere nella sua trattoria. Ettore vi lavora per qualche settimana prima di ritornare a bighellonare.

L'ex marito riappare dichiarando di voler tornare con lei e di volerla di nuovo al lavoro. “se vuoi che tuo figlio non sappia che batti allora devi andare a battere, te lo dico io”.

Ettore lo viene a sapere comunque ed è a questo punto che, come “I quattrocento colpi” la situazione precipita. Sconvolto dalla rivelazione, Ettore se ne ammala e in preda a una febbre altissima tenta il furto di una radiolina in un ospedale. Colto in flagrante viene messo nell'infermeria della prigione dove le sue convulsioni vengono scambiate per delirio pazzoide. Legato mani e piedi, muore in cella durante la notte.

Il passato, le origini, sono una condanna senza sconto, ci racconta mamma Roma mentre passeggia con un cliente “...lo sai perché mio marito era un farabutto? Perché la madre era una strozzina e il padre un ladrone. E lo sai perché? Perché sue padre era un boia e sua madre un'accattona...ma se avessero avuto i mezzi sarebbero stati tutti delle persone perbene. Allora di chi è la colpa?”


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 27, 2006 11:11 | link | commenti (2)
categorie: cinema