C'ERA UNA VOLTA UN RE

the blog thing

Chi sono

Utente: sabrinamanca
Nome: Sabrina Manca



Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 15 marzo 2009

Cous-cous (La graine et le mulet) e Pranzo di Ferragosto
(incroci, sbandate)

Se non li avessi visti nella stessa settimana avrei fatto le stesse considerazioni? Non lo so ma il fatto è che il destino (la mia curiosità) me li ha presentati insieme e così faccio io con voi.
In Cous-cous il signor Beiji è un sessantenne che lavora sulle navi e che viene licenziato perché non capisce il concetto di "flessibilità" dei turni. Non capisce molte altre cose, il signor Beiji, e non si stanca di ripeterlo con petulante naiveté. Diviso fra una famiglia numerosa e un'altra vita che da anni fa con la sua nuova compagna, proprietaria di un alberghetto e la figlia della donna, il signor Beiji si ritrova senza lavoro, senza un progetto e con il desiderio di ritrovare un filo conduttore al suo persorso. Riunire le due famiglie, che già si conoscono, creare qualcosa di suo mentre il tempo gli sfugge di mano e le spalle cominciano a sopportare male il peso degli anni, ecco quello che gli ci vuole, e Rym, la figlia della sua amante lo ha capito profondamente.
Insieme progettano l'apertura di un ristorante su di un vecchio barcone dove le due famiglie lavoreranno e dove sarà servito come piatto forte il cous cous della sua ex-moglie.
Riusciranno i nostri eroi nel loro difficile progetto? Troveranno i finanziamenti necessari? Accetteranno le due famiglie di lavorare fianco a fianco?
In due ore e mezzo Abtellatif Kechiche realizza un film difficilmente dimenticabile. Per prima cosa non si fa prendere dalla fretta, i tempi delle sequenze sono quelli della realtà e non quelli del film. Un pianto, una discussione, durano il tempo che durano, non il tempo necessario allo spettatore per capire quello che accade e le eventuali implicazioni. Il risultato? Scene indimenticabili come quella del pianto di Rym quando la madre rifiuta di andare con lei all'inaugurazione del ristorante, il pranzo della famiglia del signor Beiji e la preparazione del cous cous, la danza del ventre di Rym (erotica, perché gioiosa e tragica nel medesimo tempo).
Il film é inoltre realizzato con le tecniche documentaristiche e l'interpretazione magistrale degli attori (quasi tutti non protagonisti) spinge a domandarsi in continuazione in quale contesto ci troviamo: é tutto vero oppure é solo un film?
Ad Abdellatif Kechiche é riuscito magistralmente di coniugare neo-realismo e la nouvelle vague di falso-documentario; il suo cous cous, così come quello della prima moglie del signor Beiji, é un capolavoro.



Pranzo di ferragosto viaggia molto meno carico nonostante gli elementi presenti potrebbero scendere più in profondità e farne aumentare lo spessore. Gianni di Gregorio, regista e protagonista, é un figlio di mammà, un uomo sulla cinquantina che fa di lavoro il badante della madre. Trasteverino, romano sfaticato, si é arrangiato a condividere sino alla fine dei suoi giorni una vita con l'unica vera donna della sua vita, una madre decrepita ma a volte capricciosa come una bimba. Alla veglia di ferragosto, l'amministratore del palazzo si presenta in casa a reclamargli, come al solito, tutti i debiti che Gianni e sua madre hanno con il resto dei proprietari del palazzo, ma c'é una novità, l'uomo é disposto ad abbuonargliene una gran parte se ospiterà la madre sino al giorno dopo. Gianni tentenna, poi accetta. L'uomo gli porterà insieme con la madre, anche una zia e poi si dileguerà con la giovane amante.
Ma i problemi di Gianni non sono certo finiti perché anche l'amico medico che da anni segue la sua pressione ballerina e la sua ipocondria, gli chiederà di badare a sua madre mentre lui fa il turno di notte in ospedale.
Quattro vecchie per Gianni sono davvero una sfida. La vincerà?
Pranzo di ferragosto ha diverse caratteristiche in comune con Cous cous, innanzitutto la tecnica documentaristica, poi l'uso conseguente di attori non professionisti, e la tematica della famiglia, della vecchiaia, dello sguardo verso ciò che é stato il passato e quanto di questo ci é rimasto fra le mani e quanto ci é invece sfuggito.
Mi sembra che fra i due ci sia una differenza qualitativa su tutti i piani. Per prima cosa il lavoro fatto sugli attori (dovrei dire attrici) non é riuscito perfettamente a Di Gregorio, i tempi sono dilatati così come in Cous cous ma nonostante il film duri la metà del tempo si ha l'impressione che ne duri il doppio.
Il soggetto, infine, poteva essere approfondito, esplorato meglio: quattro donne anziane, quattro vite vissute il cui materiale immaginativo é stato solo sfiorato, benché con delicatezza, simpatia e tenerezza, ma davvero solo sfiorato, non centrato.

postato da: sabrinamanca alle ore marzo 15, 2009 08:43 | link | commenti (5)
categorie: cinema
mercoledì, 11 marzo 2009

Grantorino
(ovvero le belle donne di Clint Eastwood)

grantorinoL'evoluzione o l'involuzione della concezione della donna nell'ambito sociale sono legate (anche) alla visione culturale che di essa si vuol dare.
Il cinema è pieno di donne, molte delle quali sono più bambole che esseri in carne ed ossa, ma le donne di Clint Eastwood sono spesso degli esseri indimenticabili, per la loro forza, per il loro coraggio, per la loro modernità.
Per citare i più recenti, nel "the exchange" Angelina Jolie  incarna donna che in barba alla società brutalmente maschilista della Los Angeles degli anni '20 vive serenamente il suo ruolo di madre senza marito.angelina jolie  the exchange
Non è una femminista ante-litteram ma una volta che suo figlio scompare deve lottare contro una banda di polizioti corrotti prima di scoprire la verità su ciò che può essere accaduto a suo figlio e, pur nella sua docilità, affronterà prove terribili per quell'amore di madre e per il senso di giustizia.

Ne "Million dollar baby" Hilary Swank scuote l'apatia di Frankie Dunn, un allenatore di pugilato disilluso e lo trascina per un cammino duro ma intessuto di speranze che non bisogna far cadere, che bisogna rispettare sino alla fine.
hilary swank
In questo "Grantorino" ci sono due donne: la moglie del protagonista, Walt Kowalski, che non vedremo mai poiché la pellicola si apre con il suo funerale, e Sue, la vicina di casa adolescente che appartiene a una famiglia di immigrati Hmong.
Entrambe saranno determinanti nel cambiare il destino e la visione del vecchio eroe della guerra di Corea Walt, divenuto scorbutico, freddo, razzista, insopportabile, insomma, per chiunque lo incontri.
La moglie di Walt, che per la prima metà del film ci chiediamo come diavolo abbia fatto a vivere e amare un simile bruto, conosceva bene il tormento che l'uomo si portava dentro dalla fine della guerra di Corea e sapeva che il cambiamento del suo carattere era dovuto a un segreto portato con fatica per tanti anni. Alla sua morte chiede al giovane prete della parrocchia di confessare il marito.
La giovane Sue insiste invece perché le relazioni tese di vicinato si trasformino in un'amicizia e il suo carattere forte, le sue idee chiare, il suo comportamento maturo fanno nascere in Walt un rispetto tutto nuovo per gli adolescenti, che nel suo quartiere sono per la maggior parte delinquentelli, e anche per i "musi gialli".
ahney_her
Grazie a questa relazione Walt farà cadere quella barriera di disprezzo che lo ha sempre tenuto lontano da tutti, ad eccezione di sua moglie e del cane Daisy, e gli farà vivere con la famiglia di Sue e di Thao, dodicenne a cui Walt si affezionerà al punto da..., una bella amicizia.
Questa splendida pellicola ha molto più di questo da raccontarci, sul rapporto fra generazioni diverse, su quanto il male possa corroderci, su come l'amicizia può nascere ovunque e su come rechi sempre con sé un raggio di sole,  e se la storia che racconta é un po' quella che tutti conosciamo, i sentimenti che con grande equilibrio mette a nudo, sono quelli che da sempre ci appartengono, e fanno andare avanti il mondo.
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 11, 2009 11:31 | link | commenti (1)
categorie: cinema
mercoledì, 04 febbraio 2009

Germania: Dresda, Berlino

"Una volta gli viene proposto di rappresentare l'esercito cecoslovacco ai campionati delle forze alleate che avranno luogo a Berlino.Sostenuta vivamente dai suoi superiori, la sua domanda di partecipazione viene accettata. Bene, dice Emil, molto bene, ci vado, e parte da solo un venerdì, in divisa militare e in treno, direzione Berlino, con un cambio a Dresda.
I campionati cominciano il sabato ed egli arriva a Dresda verso mezzanotte. La città è stata completamente distrutta dai bombardamenti, non restano che palazzi crollati, strade sventrate, rovine penzolanti. Non resta più gran cosa di Dresda, a parte la stazione. Lasciandosela alle spalle Emil cerca di farsi strada fra le macerie."

(traduzione lampo di un brano da "courir" di Jean Echenoz, les éditions de minuit)


postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 04, 2009 14:53 | link | commenti (3)
categorie: libri, cinema, letteratura
sabato, 24 gennaio 2009

Andando per film (2008)

Mi piace l'idea di un promemoria sui film che mi hanno colpito durante l'anno passato, per riassaporarne, ricordandoli, le sensazioni. Mi riprometto poi di appuntarmi quelli che non avuto il tempo o l'occasione di vedere e infine, di segnalarvi quelli che avrei fatto meglio a non andare a vedere (ma questo, per fortuna o sfortuna, non lo sapevo prima, e poi ogni tanto bisogna anche rischiare per avere delle belle sorprese).

I film che ho amato nel 2008 sono stati parecchi, quasi tutti film di piccole produzioni indipendenti, li elencherò qui sotto senza alcuna preferenza a parte il primo, che ho trovato un vero capolavoro, uno di quei film che si vedono una volta ogni dieci anni, se si ha fortuna.

  • Un conte de Noël   di Arnaud Desplechin
  • Mascarades   di Lyes salem
  • The visitor   di Thomas McCarthy
  • La zona   di Rodrigo Pla
  • Juno   di Jason Reitman
  • Etz Limon   di Eran Riklis
  • In Bruges   di Martin McDonagh
  • 3:10 to Yuma   di James Mangold
  • There will be blood   di paul Thomas Andreson
  • Into the wild   di Sean Penn
  • Gomorra   di Matteo Garrone
  • Le silence de Lorna   dei fratelli Jean-Pierre e Luc dardenne
  • Entre les murs   di Laurent Cantet
  • Changeling   di Clint Eastwood
  • No country for old men   di Ethan e Joel Coen
  • Julia   di Erick Zonca
  • Stella   di Sylvie Verheyde
  • El baño del Papa   di Enrique fernandes e Cesar Charlone

I film che non ho visto ancora ma che ho voglia di vedere

  • It's a free world   di ken Loach
  • Be kind rewind   di Michael Gondry
  • the Darjeeling Limited   di Wes Anderson
  • Il divo   di Paolo sorrentino
  • Hunger   di Steve Mcqueen
  • Waltz with Bashir   di Ari Folman
  • Leonera   di Pablo Trapero

Dei film che ho amato di meno ne ricordo a mala pena due o tre, cercherò di rifletterci su, prometto!

  • Two lovers (un film bello ma inutile)  di James Gray
  • Burn after reading ( guardabile ma noiosetto)   di Etan e Joel Coen
  • JCVD   (bella idea ma bisogna conoscere bene Jean Claude Van Damme per divertirsi davvero)  di Mabrouk el Mechri

Nel complesso il 2008 è stato per me un anno cinematografico davvero soddisfacente.

 

postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 24, 2009 14:53 | link | commenti (6)
categorie: cinema
martedì, 11 novembre 2008

Il silenzio di Lorna

silence lornaPreferisco tradurre letteralmente dal francese piuttosto che accontentarmi de" il matrimonio di Lorna" titolo italiano che non rende merito alla complessità della pellicola dei fratelli Dardenne, vincitrice del premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, 2008.
Scelgo la parola silenzio ma capisco le perplessità di chi non lo fa perché io stessa uscendo dal cinema mi sono chiesta il motivo di quel titolo. Avrei usato piuttosto ambiguità oppure scelta, non certamente silenzio.
E' stato solo riflettendo su come raccontare questo film che quella parola è uscita fuori, con prepotenza.
Ma andiamo con ordine. Chi è Lorna? Che cosa fa a Bruxelles, quali sono i suoi piani, i suoi sogni, quali emozioni prova? All'inizio è un po' difficile comprenderlo, e  Lorna, chiusa nel suo mutismo, di certo non ci aiuta. Cominciamo quindi a raccogliere piccole informazioni qua e là, e scopriamo che è una ragazza albanese sposata da qualche mese a Claudy, un eroinomane gentile, ma pur sempre tossicodipendente. Lei non lo ama, questo è da subito evidente. E' insofferente, piuttosto. Gli ricorda di continuo il patto che c'è fra di loro.
Poi incontriamo un amico di Lorna, Fabio. Un amico che parla di soldi e di piani. Poi ancora Sokol, che, lui si, fa battere il cuore della misteriosa fanciulla.
Arriviamo a comprendere  che Lorna ha sposato Claudy per ottenere il passaporto belga e che l'omicidio del giovane per overdose è oramai una questione di poco tempo. Lorna sarà così rapidamente libera di sposare un russo, in cerca anche lui di un passaporto europeo, e dopo la risoluzione del contratto matrimoniale la giovane avrà denaro a sufficienza per comprare un bar con il suo grande amore Sokol.
Ci irrita, ci delude questa Lorna, così imperturbabile, che pianifica l'assassinio di un poveraccio, eppure, eppure ci sembra che forse da qualche parte...
Un giorno Claudy chiede alla moglie di aiutarlo nell'ennesimo tentativo di disintossicarsi. Questa volta pare convinto. Lorna cerca di opporsi, è infastidita, ma alla fine lo aiuta. Va con lui in ospedale, resta al suo fianco durante i giorni neri dell'astinenza. All'insaputa del complice tenta di convincere Claudy a percuoterla per ottenere una separazione veloce per violenza coniugale e evitargli così di morire.
Claudy però non è violento né vuole separarsi da lei e così la donna deve pensare a tutto da sola.
Sempre nel silenzio, nella gestualità e nella corporeità, impariamo a conoscere la nostra eroina, a riconoscere quei piccoli gesti, quei tic che svelano la sofferenza, l'indecisione, la pena.
Una pena che scatenerà la generosità di Lorna, sempre più vicina a Claudy.
Farà l'amore con lui, per questa pena, per l'amore che si porta dentro, e che tenta invano di risparmiare.
La separazione ottenuta in tutta fretta non convincerà però il suo complice a lasciar vivere Claudy che morirà qualche giorno per di una sospetta overdose.
Lorna oramai è libera di dar corso ai suoi piani ma ci chiediamo se non li abbia cambiati.

Lascio la trama del film più o meno nel suo centro, per non rovinarvi la sorpresa del finale, certamente, ma soprattutto perché Le silence de Lorna mi ha lasciato l'impressione di un film a metà.
La prima parte è di una bellezza e una purezza commoventi. Un cinema di corpi in movimento, di espressioni più che di dialoghi, (e dire che è il film più chiacchierone dei Dardenne), di silenzi cadenzati da gesti, abitudini nelle quali entriamo poco a poco come ci appartenessero, così come siamo penetrati senza scampo dalle rughe di sofferenza, dai singhiozzi attutiti, dagli sguardi quasi rassegnati, illuminati solo da una fioca tenerezza.
La trama intricata poi, la sua rivelazione per briciole, che ci lascia una sorta di languore e ci spinge a chiedere sempre di più, e lo otteniamo, dato che i colpi di scena giungono del tutti inattesi.
Dalla sua metà in poi la sceneggiatura si svuota, come sfinita dallo sforzo di aver dato così tanto in precedenza ma ciò non toglie nulla alla compiutezza di quest'opera, che ci fa apparire Lorna, alla fine, di una bellezza da farci restare ammutoliti e accompagnarla così nel suo silenzio.


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 11, 2008 20:33 | link | commenti (1)
categorie: cinema
martedì, 14 ottobre 2008

Entre les murs
(la classe)
entre_les_murs_haut
Diversi anni fa fui invitata da un amico ad una cena. Non conoscevo nessuno fra i convitati, quasi tutti insegnanti, e ricordo ancora le impressioni sgradevoli che ricavai da quella singolare serata.
Gli insegnanti, per lo più colleghi, parlavano del loro lavoro come un inferno e degli alunni come dei mostri. Forse esagero e forse non tengo conto di quello che non dissero e che era implicito per tutti loro, come per un genitore quando racconta agli amici, genitori anche loro, di quanto sia pesante la vita con un figlio e tace invece dell'amore che ha per lui e delle gioie che l'altro gli procura perché sa che gli altri conoscono anch'essi il lato più splendente della medaglia.
I miei ricordi della scuola, del liceo soprattutto, sono fatti inoltre di severità, silenzi, disciplina, rispetto per gli insegnanti (che lo meritassero  o meno).
Pensai quindi che i mostri fossero loro. Che non sapessero fare il loro mestiere e non sapessero farsi rispettare. Ebbi poi diverse occasioni di confrontare altre esperienze, quelle di amici e conoscenti e il cui risultato si avvicinava molto a quella funesta cena.
La classe ha confermato il cambiamento di rotta.
In una scuola media del 20° arrondissement (il più multi-etnico della città) facciamo la conoscenza di alcuni adolescenti e dei loro professori nello svolgersi ordinario di un anno scolastico.
Diverse sfaccettature sono presenti in questa rappresentazione che si vuole realistica (e che lo è, a giudicare dal parere esperto dai miei amici che insegnano nelle banlieues).
Le difficoltà degli insegnanti a gestire umanamente e scolasticamente dei ragazzi che non conoscono alcun rispetto né per il mondo degli adulti, né per la funzione svolta dai loro professori, né tantomeno per il luogo dove sarebbero chiamati ad acquisire il sapere e il saper fare.
La difficoltà dei ragazzi a comprendere l'apparente nonsenso della scuola, in un mondo caotico, in cui altri valori hanno la priorità, in un luogo dove farsi rispettare, o meglio, non farsi calpestare, esistere, è il primo dictat, e a gestire il subbuglio ormonale dell'adolescenza che già di per sé dovrebbe essere considerato un lavoro a tempo pieno.
In questa classe durante lo svolgersi delle lezioni altri avvenimenti, all'apparenza estranei, sconvolgono il ritmo abituale. Uno degli alunni diviene sempre più violento e insofferente. Delle tensioni razziali si aggiungono a quelle già esistenti fra i vari gruppi in cui la classe si suddivide.
Il professore tenta, per la maggior parte del tempo con successo, di portare avanti un programma e una linea che tengano conto degli alunni, della loro unicità ma attraversa anch'egli dei momenti di sconforto e in uno di questi compie un gesto di debolezza che in qualche modo precipita la situazione e lo costringe a prendere una decisione dalle conseguenze pesanti per il ragazzo in questione.
L'anno termina, recando con sé la leggerezza delle vacanze promesse e di ciò che nonostante tutto si è appreso gli uni dagli altri ma anche il peso delle difficoltà a ffrontate e a volte mai superate.

Sono uscita dalla sala con il cuore gonfio di angoscia e tenerezza. Ho pensato che non manderò mia figlia a scuola, ho pensato che la vita è davvero confusa e dura per gli adolescenti, ho pensato che avrei un terrore furioso di fare l'insegnante.
Il dono della speranza è arrivato dalla persona che ha visto il film con me,ex insegnante, la quale all'inizio non voleva saperne e poi si è divertita, ha sorriso, ha riannodato, sul filo dei ricordi, l'affetto per i suoi alunni, ed è uscita dalla sala con il cuore triste e allegro, come me.






postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 14, 2008 12:07 | link | commenti (7)
categorie: recensioni, riflessioni, cinema, francia
lunedì, 22 settembre 2008

Gomorra

wallpaper-del-film-gomorra-68164
























Sono trascorse due settimane.Volevo lasciar passare del tempo per capire che cosa sarebbe rimasto, che cosa avrebbe sedimentato, che cosa sarebbe sparito senza lasciare traccia di questo film.
Sono entrata in sala senza un'idea precisa. Da un lato avevo il libro di Roberto Saviano (che non ho letto ma di cui ho sentito tanto parlare) e dall'altra i documentari di Michael Moore.
Mi aspettavo una cronaca "verista" girata con la camera a mano e tanto di interviste, documenti e cifre, oppure, al contrario, una di quelle pellicole patinate ( parlo qui della pellicola reale) che rassicurano lo spettatore sul fatto che se davvero qualcosa è accaduto, non è certo qui né ora.
La prima sequenza è fulminante. Martin Scorsese nei suoi momenti migliori, si è detto. Alcuni uomini sono dentro a un centro di bellezza a farsi lampade e manicure quando un gruppo di un clan rivale irrompe e fa una strage. Le luci, la musica, tutto contribuisce a farci comprendere chi sono questi personaggi e i loro nemici.

Il paziente lavoro fattoda Matteo Garrone e gli sceneggiatori sul libro di Roberto Saviano è stato quello di ricamare alcune storie emblematiche su che cosa è e come vive la camorra.
In palazzo-città di periferia vive un ragazzino, figlio di un camorrista che sconta in prigione la sua pena. Il figlio sogna invece di lavorare per il clan rivale di suo padre.
Un sarto che lavora in nero riproducendo per una piccola azienda pezzi unici di prêt-à-porter cede alle lusinghe di una ditta di confezioni cinese e va a dare lezioni di taglio e cucito ricamando così la sua condanna a morte.
Un giovane laureato in economia diventa l'assistente di un commendatore che si occupa di scaricare rifiuti provenienti da tutta europa nell'area campana.
Due ragazzi, cani sciolti, sognano sulle orme di scarface di entrare nel giro e diventare i boss dei boss.
Il contabile del quartiere va in giro a pagare i camorristi in prigione. Resterà immune da ogni supplica e minaccia  fino a che un giorno dovrà scegliere con quale clan stare a rischio della vita.

L'intreccio delle storie si forma e si dipana con perizia e pazienza nelle due ore abbondanti di
proiezione senza mai stancare. Se pur  vi è qualche passaggio a vuoto o talvolta un indugiare non necessario lo si avverte solo vagamente perché la tensione che lo percorre è trascinante
Vi sono numerosi riferimenti a pellicole nel genere, e anche al neorealismo.
gomorra_discarica1_N





















Basti citare la splendida sequenza dei bambini che trasportano i camion giù per la discarica.
Vi è spazio per De Sica e Chaplin nella poetica storia del sarto.

Parliamo di cinema con la C maiuscola, insomma.

Altri sentimenti oltre al senso d'orgoglio per il nostro cinema sono stati quelli che hanno accompagnato questa storia. Una tristezza, un'amarezza, profonde. Un senso di ingiustizia e impotenza che mi salivano alla gola con una voglia di urlare.

Mi sono ricordata di un'amica che mi parlava della sua fuga, via dall'Argentina:
sapere che quegli eventi,
quegli atti che fino ad allora avevo attribuito ad altri paesi che non il mio, a luoghi primitivi, arretrati, lontani, sapere che tutto questo ora accadeva al mio paese, ed era alla mia gente che accadeva, ed era la mia gente che lo compiva e lo permetteva, questo mi ha quasi ucciso.

E' da due settimane che quell'amaro mi rumina in bocca, e non se ne vuole andare.

postato da: sabrinamanca alle ore settembre 22, 2008 22:18 | link | commenti (10)
categorie: cinema
giovedì, 17 luglio 2008

Sacco e Vanzetti 

sacco e vanzettiNe conoscevo la musica da bambina. Da ieri sera posso associare quella colonna sonora ad uno splendido film: rigoroso, asciutto, misurato, e per questo grandioso. Nemmeno per un attimo ho avuto la sensazione di un modo di fare cinema superato, semmai proprio il contrario.
Ma non mi intendo di cinema, vado a tentoni, a sensazione.
Il soggetto, quello, non è certamente superato, non lo sarà mai, temo.
L'attualità diviene storia nel tempo e la storia nel tempo non cessa d'essere purtroppo d'attualità.
Ho riportato quiqui alcune recensioni, e altre letture interessanti sul contesto storico economico, il processo a Sacco e Vanzetti, e infine un articolo sugli emigrati anarchici.






postato da: sabrinamanca alle ore luglio 17, 2008 10:13 | link | commenti (4)
categorie: politica, cinema
venerdì, 06 giugno 2008

The pillow book

Notte agitata. Come lo sono quelle che precedono una svolta, o semplicemente il nascere di qualcosa di nuovo e diverso da tutto ciò che ha preceduto. Come lo sono quelle in cui si elabora una materia potente e complessa, che richiama da luoghi remoti una nuova sfumatura del nostro essere.
"The pillow book" i racconti del cuscino di Peter Greenaway contiene parte di questa materia, si presta a congetture sul corpo, il sesso, la morte e soprattutto la scrittura.
Ho bisogno di ripensarci ancora per un certo tempo e rivederlo ancora e ancora ma per ora mi accontento di questa première e accetto la notte insonne come scotto da pagare.

Notte agitata anche perché la mia bimba mette il suo primo dente. Piange, sorpresa e impaurita lei stessa di questo fastidio, questa nuova sofferenza senza spiegazione.
Perché il dolore senza ragione né origine colpisce molto più duro e profondo.

Nelle mie mani, nelle mie braccia una materia si va formando, modellando, in parte secondo la direzione che le imprimo.
Mi dà sollievo il pensiero di Gibran: “I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa...
essi vengono attraverso di voi, ma non da voi.
E benché vivano con voi non vi appartengono...
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:
la vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito,
e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”
postato da: sabrinamanca alle ore giugno 06, 2008 08:31 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, cinema
lunedì, 26 maggio 2008

A Cannes vince l'impegno politico e sociale

L'aveva annunciato Sean Penn, alla vigilia del festival cinematografico più importante al mondo (in termini di mercato): vinceranno le pellicole che offriranno uno sguardo sul mondo, e si sa di che tipo è lo sguardo di Penn.
La palma d'oro è andata a "entre les murs" di Laurent Cantet. La pellicola, una via di mezzo fra documentario e finzione cinematografica, racconta di una classe liceale di un quartiere popolare parigina. Cantet è il regista di altri tre splendidi film, fra cui "risorse umane" una feroce satira sul mondo del lavoro. Il film è tratto dall'omonimo romanzo di François Bégaudeau, insegnante in un liceo di periferia ed ex collaboratore de "les cahiers du cinéma".
Due film italiani ricevono rispettivamente il gran premio e il premio della giuria, "Gomorra" di Matteo Garrone e "il divo" di Paolo Sorrentino.
Premiati anche Walter Salles e i fratelli Dardenne.

Nota a margine: l'anno scorso la palma d'oro venne data a "quattro mesi, tre settimane, due giorni" del romeno Cristian Mungiu, quest'anno è un altro romeno, Marian Crisan, che vince il premio per il cortometraggio "megatron".
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 26, 2008 08:12 | link | commenti (7)
categorie: cinema