Ne conoscevo la musica da bambina. Da ieri sera posso associare quella colonna sonora ad uno splendido film: rigoroso, asciutto, misurato, e per questo grandioso. Nemmeno per un attimo ho avuto la sensazione di un modo di fare cinema superato, semmai proprio il contrario.
La vita degli altri
Non vi voglio raccontare però la trama che peraltro era previsibile dall'anteprima e in nulla modifica il fascino di un incontro perfettamente riuscito fra tematiche di tale peso che da sole avrebbero diritto un film tutto per loro: la politica, l'arte, l'aderenza cieca ad un'ideologia, l'amore, la fiducia, la bellezza e la forza della poesia che sconvolge vite ordinate, aggrappate alla solidità del dovere, di un compito da svolgere, di una missione per la vita.la sacra famiglia
Les quatrecents coups (che corrisponde all'espressione italiana “diavolo a quattro”) di François Truffaut ci parla d'un ragazzino e del suo rapporto con vita.
Il mondo dell'infanzia e spesso dell'adolescenza è per definizione privo di sfumature. Un'ingiustizia subita comporta enormi sofferenze. Una birichinata scoperta da una figura di riferimento, sia esso genitore, insegnante o un adulto ammirato, e la conseguente negazione transitoria dell'affetto, gli faranno credere d'aver perso per sempre l'amore di quella figura e ciò gli appare insopportabile.
Il film si apre con Antoine, questo è il nome del piccolo eroe, che viene punito a scuola. Al suo ritorno lo accoglie una madre nervosa. E' solo l'arrivo del padre a conferire un clima disteso al quadro familiare. Il ragazzino oscilla tra il desiderio di essere amato dalla madre e la ribellione nei confronti di gesti che gli paiono insensati da parte delle figure di riferimento. Un giorno, insieme al compagno di classe e di marachelle, marina la scuola. Mentre è in giro a passeggiare vede la madre baciare uno sconosciuto. Anche lei lo riconosce ma non parleranno mai dell'episodio che farà tuttavia precipitare gli eventi. Il giorno successivo, a scuola, egli racconta agli insegnanti che si è assentato perché la madre è morta. I genitori, avvisati da un compagno di classe di Antoine, si recano a scuola e lo umiliano davanti alla classe. Antoine passa la notte fuori casa. L'indomani la madre va a prenderlo durante l'orario di scuola e trascorre la giornata con lui, mostrandosi amorevole e preoccupata della sua felicità. La donna lo esorta a studiare e gli promette di ricompensarlo se andrà meglio a scuola. Durante la verifica trimestrale di lingua, Antoine, che è affascinato da Balzac, riscrive una pagina del suo eroe; viene così accusato di plagio ed allontanato dai corsi per alcuni mesi. Questa volta Antoine, disperato scrive una lettera di commiato ai genitori, spiegando le ragioni del suo gesto e si rifugia in gran segreto dal suo amico René dove trascorre alcuni mesi. I due progettano di sottrarre una macchina da scrivere dall'ufficio del padre di Antoine. Il ragazzino riesce ad impossessarsene senza difficoltà ma dopo aver trascorso la giornata senza potersene disfare decide infine di renderla. Verrà colto in fragrante da un dipendente e denunciato per furto e vagabondaggio dal padre stesso.
Il ragazzino trascorre la notte in prigione e viene in seguito mandato in un istituto di correzione. A questo punto, con gli elementi in nostro possesso, ci attendiamo che i genitori, che volevano dargli una lezione, lo riprendano con loro. Truffaut infatti, non indugia certo nel melodramma. Mai vediamo la disperazione negli occhi di uno solo dei personaggi, mai ci viene suggerito un atteggiamento di compassione o comprensione per uno qualsiasi dei protagonisti. La nostra sensazione sino a quel momento è che, se un difetto può essere individuato nel clima generale descritto, esso risieda in una sorta di disattenzione, di leggerezza mai caricata di un giudizio. Ebbene, nelle sequenze successive si ha una progressiva rivelazione di una parte della storia che non conoscevamo, la quale trasforma impietosamente la nostra indulgenza. La madre non vuole il figlio con sé e spiega al giudice che il marito, non essendo il vero padre del bambino, ha fatto anche troppo per lui. E ancora, in un incontro con una psicologa che ci viene presentata o piuttosto suggerita, visto che non viene mai inquadrata, come totalmente inconsapevole d'aver a che fare con un bambino, Antoine racconta con evidente serenità, come di un fatto oggettivo, che è la madre a non amarlo e desiderarlo con sé, apportando tutta una serie di elementi inconfutabili.
Il ragazzo, privato della libertà e allontanato dall'amico, alla prima occasione, scappa dall'istituto. La lunga sequenza che lo porta, in una corsa che sfinisce lo spettatore prima che Antoine, a raggiungere il mare, e lo sguardo con il quale il bambino per la prima e unica volta, ci interpella, è un film nel film o piuttosto, basterebbe a farne un capolavoro compiuto.
Ci sono un'infinità di elementi che fanno del film di Truffaut un capolavoro del cinema di tutti i tempi. Ciò che mi ha colpito alla prima visione è il ribaltamento di situazione, il quale, sebbene preparato minuziosamente in ogni sequenza che lo precede, e questo è ben evidente a una seconda visione, si produce davanti ai nostri occhi senza l'evidenza di un segno premonitore. Non è certo un colpo di scena alla moda dei thriller e tuttavia l'effetto che produce nello spettatore è ugualmente intenso e inatteso.
Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini e Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart hanno in comune con il film di Truffaut la tematica della famiglia ma differiscono totalmente per la proposta che fanno allo spettatore. Sono decisamente più interattivi, esigenti, direttivi.
Non starò qui ad approfondire tematiche ed elementi di Mamma Roma, in cui il rapporto madre-figlio è forse ciò che a Pasolini preme meno raccontare ma che interessa a me in questa carrellata.
L'atteggiamento di Antoine ne “I quattrocento colpi” è totalmente diverso da quello di Tommi in Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart.
Tommi è un ragazzino di undici anni, maturo, quasi disincantato, estremamente protettivo nei confronti delle figure genitoriali, che proprio perché percepite da lui come infantili, necessitano d'essere sostenute e approvate incondizionatamente. Un ribaltamento di posizioni purtroppo molto comune nei modelli familiari.
E' interessante il percorso impietoso che Stuart fa compiere alla figura che lui stesso interpreta e per la quale non nutre alcuna compassione. Renato è un padre single che, a causa di un carattere difficile, perde continuamente il lavoro, e che accetta ciclicamente di riprendere in casa una moglie bambina che ogni volta soccombe al peso delle responsabilità. L'uomo vuole per il figlio una carriera nel nuoto e lo esorta a sacrificarsi nel nome di un futuro glorioso, poco importa che egli desideri solo giocare a pallone come i ragazzini del quartiere. Tommi e la sorella sono perfettamente autonomi e abituati alle crisi depressive che il padre alterna ad accessi di iperattività, nei quali racconta ai figli i progetti di gloria che ha per l'avvenire della famiglia. Il bambino cerca rifugio nell'amicizia di un coetaneo, venuto a vivere nello stesso palazzo, e la trova per un certo tempo, perché la famiglia dell'amico lo considera per quello che dovrebbe, un bambino di undici anni. Purtroppo le sue responsabilità hanno la meglio e all'ennesimo capriccio di Renato, Tommi si vede costretto a tornare al suo ruolo.
In Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini Anna Magnani è una prostituta la cui unica ragione di vita è il figlio Ettore. Nella prima sequenza la vediamo cantare e divertirsi al matrimonio dell'ex marito, nonché suo protettore. La donna, finalmente libera, lascia la campagna per Roma, guadagna il tanto da smettere il mestiere e comprare un banco di verdure al mercato, e infine torna a prendere il figlio con sé per realizzare il sogno di farne un piccolo borghese, e attraverso questo progetto, riscattare se stessa.
Il passato però torna sempre e non perdona. L'ex marito ricompare per chiederle del denaro e la donna è costretta a tornare in strada per soddisfare le sue richieste, terrorizzata all'idea che il figlio venga a sapere chi è sua madre. L'uomo le promette che non la importunerà più. Mamma Roma ha in progetto di andare a vivere in un quartiere meno popolare perché il figlio non abbia a frequentare dei buoni a nulla. E riuscirà nel suo intento. Il ragazzo però, non possedendo un'istruzione né avendo mai lavorato, passa il tempo a bighellonare con i coetanei e ad amoreggiare. La madre, gelosa ma soprattutto preoccupata di vedere i sogni che nutre per il figlio infranti, chiede consiglio al prete il quale le ricorda che il ragazzo non sa far nulla e che non può che cominciare da un lavoro umile.
Mamma Roma non si è però sacrificata per vederlo fare il manovale e, aiutata dai suoi vecchi compagni di lavoro, mette in atto un ricatto perché un ristoratore lo prenda come cameriere nella sua trattoria. Ettore vi lavora per qualche settimana prima di ritornare a bighellonare.
L'ex marito riappare dichiarando di voler tornare con lei e di volerla di nuovo al lavoro. “se vuoi che tuo figlio non sappia che batti allora devi andare a battere, te lo dico io”.
Ettore lo viene a sapere comunque ed è a questo punto che, come “I quattrocento colpi” la situazione precipita. Sconvolto dalla rivelazione, Ettore se ne ammala e in preda a una febbre altissima tenta il furto di una radiolina in un ospedale. Colto in flagrante viene messo nell'infermeria della prigione dove le sue convulsioni vengono scambiate per delirio pazzoide. Legato mani e piedi, muore in cella durante la notte.
Il passato, le origini, sono una condanna senza sconto, ci racconta mamma Roma mentre passeggia con un cliente “...lo sai perché mio marito era un farabutto? Perché la madre era una strozzina e il padre un ladrone. E lo sai perché? Perché sue padre era un boia e sua madre un'accattona...ma se avessero avuto i mezzi sarebbero stati tutti delle persone perbene. Allora di chi è la colpa?”