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martedì, 08 luglio 2008

Antonella Anedda a Gavoi

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" vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola nel silenzio
fino al varco più nudo - al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa

Da "notti di pace occidentale" ed. Donzelli Poesia


Già in "notti di pace occidentale" Antonella Anedda sembra anticipare la sua più recente opera poetica "dal balcone del corpo" uscita nel 2007 per Mondadori. Ed è soprattutto di questa che si è parlato nell'incontro "al balcone" di domenica 6 Luglio.
Innanzitutto però, devo parlarvi della cornice perché merita dei cenni. Siamo nella parte alta del paese e quando parlo di parte alta dovete immaginare un dedalo di stradine in pendenza. Il balcone è situato al primo piano di una bella casa variopinta dove allegri gerani rinfrescano la calura che già di primo mattino avverte il pubblico del "clima" in cui si svolgerà il resto della giornata. Di fronte al balcone una via che rotola giù e oltre la via una piazzetta, in discesa anche questa - tutto è relativo; mi direte che dove c'è una discesa c'è una salita, ma io ho compiuto una scelta, ecco tutto -  dove le sedie sono sistemate in linee che presto vengono sconvolte dalla ricerca compulsiva d'ombra, che ancora c'è per intendersi, ma svanirà schiacciata dal sole troppo presto, al momento sbagliato. Il blu-cielo contrasta gioiosamente con i rossi violenti delle case tutte intorno e per finire uno stormo di rondini ha deciso di fare la spola tra un tetto e l'altro, garrendo allegramente fra un tragitto e il successivo, proprio sopra la nostra testa. Che cosa domandare di più al presente, che è l'unico tempo che ci dato di vivere? Beh, Antonella Anedda!
Una presenza dolce e imponente nel contempo, una dolcezza che persiste nell'aria come un profumo leggero di cannella che ti vien voglia di annusare a pieni polmoni.
Ci racconta, attraverso le domande di Gigliola Sulis, di quest'ultima opera.
Tanti sono gli spunti. Ci racconta della lingua, il sardo, quella dei suoi genitori, ereditata e poi trasformata per creare una nuova "Limba" che si nutre anche di altre lingue e contiene in sé segni culturali distinti ma simili. Ci parla del sardo, del corso, dell'inglese. ci parla di queste tre isole, del carattere dei suoi abitanti, in cui spiccano tratti comuni, e ci parla del vento che attraversa queste terre.
Ci parla di poesia come elegia di oggetti domestici, di una poesia tangibile, "pratica", che si allontani dalla retorica per vivere nel quotidiano. Ci parla di una poesia del coro, di noi, di voi, una poesia che smette di contemplare l'io ma attraverso l'io osserva il noi.

“…Noi viviamo per schegge

che spostandosi frantumano l’io e il voi

e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.

Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:

“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.

Le loro voci si confondono.

Uno è più severo degli altri. Uno è più mite

(nostro padre era un giudice).

 Ora fai che il plurale si ritragga

indietreggi, dica di nuovo: io

Dal "balcone del Corpo"


Ci parla anche della sua esperienza di traduttrice e del valore del condurre qui parole giunte da molto lontano, "trascinando mondi lontani spesso con enorme fatica".
Ci racconta della scrittura, risponde all'eterna domanda "perché", con l'episodio che trovate nel post di ieri, ma non è una risposta definitiva od unica, è piuttosto una delle innumerevoli risposte.
Una delle quali può esser anche questa:

"Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell'ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggiava
con la schiera premuta a una ringhiera
per l'attesa marina - senza grido - infinita.

Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell'enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera-
sulla terra del viale.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza fino a togliere peso
al peso nero del prato.

Da "notti di pace occidentale"


Ci parla infine di "notti di pace occidentale" il cui titolo conteneva l'ironia della supposta pace che caratterizzava l'Europa nel periodo fra alla seconda guerra all'Iraq, terminatasi nel 1990 e l'inizio di quella nel Kosovo, nel 1989, una pace che era solo una tregua e la cui violenza si ripercuote tutt'ora anche se strisciante, sull'intero continente.



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 08, 2008 10:20 | link | commenti (2)
categorie: antonella anedda