Povero Cristo e poveri noi
Ed ecco la nuova polemica che terrà banco per qualche giorno o settimana e offuscherà ancora una volta accadimenti più importanti per il paese. Il crocifisso deve sparire dalle aule perché può essere offensivo per chi pratica altre religioni o è ateo, oppure per chi giudica che ciò che esso rappresenta è fonte di dolore o discriminazione.
Due interessanti interventi mi pare si completino a vicenda. Il primo dal titolo "ma è possibile che siamo rimasti a guelfi e ghibellini" sul web magazine di Farefuturo, porta la firma di Leonardo Varasano.
L’impero non esiste più, così come lo Stato pontificio. L’imperatore e il papa-re sono confinati nei libri di storia: non c’è più chi, come scriveva Dante (Paradiso, VI, vv. 100-102), oppone l’aquila ai “gigli gialli” (i gigli d’oro, simbolo della filo-papale casa di Francia). Eppure, a distanza di circa otto secoli, lo spirito che divideva Guelfi e Ghibellini continua a sopravvivere. Di più: prospera - in varie forme - e alimenta copiosamente la conflittualità patologica della politica italiana. La contrapposizione tra guelfismo e ghibellinismo è, a ben vedere, la madre di tutte le divisioni italiche, il vizio originario di una guerra civile permanente, la scaturigine di una politica degradata e degradante. Continua...
Il secondo è l'editoriale odierno di Marco Travaglio sul "fatto quotidiano" dal titolo "Ma io difendo quella croce" in cui Travaglio cita a sua volta Natalia Ginzburg atea e ebrea, schierarsi a difesa della croce di Gesù Cristo con queste parole:
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”.
Qui dove vivo non ci sono crocifissi nelle scuole pubbliche, gli allievi praticano diverse religioni, troppe per sentirsi in diritto di eleggerne una. I valori della Repubblica sono anche quelli del profeta Cristo: libertà, uguaglianza, fraternità.
aggiornamento: un altro intervento ddella politologa Sofia Ventura su farefuturo
Identificare la nazione con una cultura religiosa può essere pericoloso
Ma possiamo anche
"non dirci cristiani"
La sentenza con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione al ricorso di una cittadina italiana che aveva ritenuto la presenza del crocifisso nelle aule della scuola frequentata dai propri figli un’ingerenza non compatibile con la libertà di convinzione e religione, nonché con il diritto a fornire un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche e religiose, ha provocato in Italia una reazione negativa pressoché unanime. Dalla lettura del lungo testo della sentenza, emerge come la decisione poggi principalmente sul principio della neutralità dello Stato come garanzia della libertà dei cittadini. Essa appare ben argomentata e ragionevole, anche se è evidente che ha probabilmente sottovalutato le sensibilità che nel nostro paese avrebbe colpito e offeso. Forse ha ragione il senatore Stefano Ceccanti a considerare una “estremizzazione” la decisione assunta dalla Corte di Strasburgo e a indicare come una via alternativa possibile quella adottata dalla cattolicissima Baviera, dove il legislatore ha individuato una procedura di rimozione del crocifisso a livello di singoli istituti scolastici in caso di conflitti, pur mantenendo l’obbligo generale di esposizione. È evidente che in tale materia i principi, gli interessi e le sensibilità in gioco sono innumerevoli e non è facile contemperarli tutti in modo “equo”; inoltre, se da un lato può risultare molto fastidioso e arrogante il divieto imposto da Strasburgo di affiggere nelle aule del nostro paese il crocifisso, parimenti non è facile giustificare in modo convincente l’esistenza di un “obbligo” a tale affissione, obbligo che in Italia risale ad un decreto regio del 1926. Per questi motivi non è facile maturare un’opinione “definitiva” sulla questione, anche se è positivo che l’affermazione di tesi contrastanti faccia emergere tutta la problematicità del tema. Ciò detto, appare invece molto discutibile la tesi avanzata dal Governo italiano davanti alla Corte. Innanzitutto, essa non fornisce alcuna ragionevole giustificazione all’“obbligatorietà” del crocifisso nelle aule scolastiche e il riferimento alla necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana che rappresenterebbero una parte essenziale della popolazione e i suoi sentimenti religiosi lascia alquanto perplessi: è possibile giustificare la garanzia o la mancata garanzia di un eventuale diritto (nel caso specifico il diritto dei genitori a fornire ai figli una educazione conforme al proprio credo unito al diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione) con una motivazione di opportunità politica? Ma oltre a ciò, nella memoria del Governo viene ribadita la tesi, già avanzata in altre sedi, che il crocifisso oltre a costituire un simbolo religioso, avrebbe un significato «etico, comprensibile e apprezzabile indipendentemente dall’adesione alla tradizione storica o religiosa in quanto evoca principi condivisibili anche al di fuori della fede cristiana (non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, preminenza dell’individuo sul gruppo e importanza della sua libertà di scelta, separazione della politica dalla religione, amore del prossimo che giunge sino al perdono del nemico)». Più specificamente (cito da quanto riportato nella sentenza, traducendo dal francese), se è vero che «i valori che fondano oggi le società democratiche hanno la loro origine diretta anche nel pensiero di autori non credenti, talvolta anche ostili al cristianesimo», «il pensiero di quegli autori sarebbe nutrito della filosofia cristiana, se non altro in ragione della loro educazione e dell’ambito culturale nel quale si sono formati e hanno vissuto. In conclusione, i valori democratici di oggi sarebbero radicati in un passato più lontano, quello del messaggio evangelico. Il messaggio della croce sarebbe dunque un messaggio umanista, che può essere letto in maniera indipendente dalla sua dimensione religiosa, costituito da un insieme di principi e di valori che formano la base delle nostre democrazie». Tre sono le riflessioni che questo approccio al problema ci induce a fare. Innanzitutto, ammesso e non concesso che davvero il crocifisso costituisca un simbolo della nostra identità e che possa essere considerato anche nella sua valenza non religiosa, a rigor di logica ciò non costituisce in nessun modo giustificazione della sua obbligatorietà, semmai può legittimare la sua presenza, ma – perché no? – insieme ad altri simboli che invece non trovano spazio. Ma ben più importanti sono le altre due considerazioni, che vanno al di là della sentenza e delle specifiche questioni ad essa attinenti. La prima concerne lo scarso rispetto che quella impostazione mostra per il dato religioso, che viene sminuito a elemento “culturale” e di “politica culturale” e a questo proposito è lecito domandarsi come si pongano di fronte ad una tale annacquamento del significato dei propri simboli (e stiamo parlando del simbolo che esprime l’essenza del messaggio cristiano!) coloro che vivono con convinzione e serietà la propria fede. La frettolosa sintesi storico-filosofica contenuta nella memoria del Governo, e veniamo qui alla seconda considerazione, appare inoltre molto discutibile: fare di una interpretazione parziale e a dir poco semplificata - e per questo legittimamente contestabile - del pensiero occidentale e dei suoi rapporti con il cristianesimo un dato di fatto incontrovertibile e suscettibile di divenire riferimento obbligato di una legislazione e di comportamenti pubblici, costituisce un modo di procedere che lascia interdetti. In questo modo si dà spazio a qualcosa che, pur nelle differenze, richiama l’idea della religione come “philosophia minor” di gentiliana memoria. In entrambi i casi la religione diventa strumento: nella prospettiva di Gentile era l’insegnamento religioso nella scuola primaria che doveva costituire, come scrisse Dina Bertoni Jovine, «un momento di quella dialettica che doveva condurre l’educando di conquista in conquista fino alla capacità di sintesi filosofica nella totale celebrazione dello spirito»; nella meno filosoficamente alta prospettiva di una parte del centrodestra (che in questo trova però una sponda anche in settori del centrosinistra), il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo sono trasformati in elementi fondativi, “consustanziali” con l’identità italiana allo scopo, a noi sembra, di dare forza e “sostanza” a una cultura politica che si ritiene fragile e bisognosa di divenire tanto “integrale” quanto altre culture e religioni viste come minacciose (come l’Islam). In questo modo, però, si delinea una “identità” che nei fatti esclude, perché costringe chi è ateo, agnostico o appartenente a un’altra confessione o religione, a riconoscere un valore universale a una religione, ancorché trasformata in credo “mondano”, al quale non sente di appartenere. Più prosaicamente, siamo sicuri che, ad esempio, un ebreo, credente o meno, possa così facilmente cogliere valori propri di un umanesimo universale in quel Cristo in croce in nome del quale i suoi antenati – per secoli considerati deicidi – sono stati discriminati e perseguitati? Identificare l’identità nazionale con una cultura religiosa è molto pericoloso (come mostra la storia dell’antisemitismo), crea inutili conflitti e oggi pone nuovi ostacoli all’integrazione dei nuovi arrivati, ai quali è lecito chiedere il rispetto delle nostre regole di convivenza civile, non l’adesione alla simbologia della religione da noi maggioritaria perché arbitrariamente ritenuta universale. Forse è possibile trovare una soluzione pragmatica alla questione del crocifisso nelle scuole, ma sarebbe meglio finalmente riconoscere che in una società laica e liberale si può anche, legittimamente, “non dirsi cristiani”. 5 novembre 2009