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sabato, 31 ottobre 2009

Il silenzio e le parole

silenzioDavvero vale interrogarsi sul silenzio, soprattutto se non ne siamo assidui frequentatori.
Il mio silenzio. Il non cercare di esprimere a parole ciò che sto vivendo.
Il non lasciar correre parole che salgono alla bocca per forza d'abitudine, per un'insopprimibile, e forse falsa, indignazione, per il bisogno di esternare ciò che altrimenti sarebbe meno vero.
Ma mi chiedo, se il mondo fosse senza suoni, che me ne farei delle parole, di quelle frasi che spesso sono in prima linea, tagliano la corda al suono dello sparo e tentano di vincere i percorsi più diversi?
Quasi come se il silenzio e le parole fossero contrari. Il mio silenzio non è contenere parole, mi sembra che tutto sommato sia più vicino al non averne, anche se non è decisamente risparmiarle.
Un silenzio affacciato, curioso, un po' deluso e affaticato, un silenzio che tenta di esprimere per altre vie quello che le parole nonostante tutto non sanno dire.
Un silenzio su misura e che per ora mi cade a pennello.
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 31, 2009 16:18 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni
sabato, 17 ottobre 2009

Proposta per una discussione non sulla democrazia ma sullo stato italiano

Ho letto questo splendido articolo che Barbara Spinelli ha scritto sul Fatto  Quotidiano e  vorrei condividerlo con voi perché mi sembra che ci sia molto da riflettere su ciò che sta avvenendo in Italia, su ciò che ci ha condotto a questi avvenimenti e su quello che vogliamo il nostro paese diventi in un futuro che cominci oggi e non domani.

spinelli Barbara











CARO DIRETTORE, ho letto
lo straordinario commento di
Bruno Tinti, il 9 ottobre sul Fatto,
e vorrei tentare non un risposta
alla sua domanda – ci sono domande
che somigliano a una
chiamata profetica più che a un quesito –ma una
conversazione a distanza. Come siamo arrivati
fin qui? si chiede Tinti, per concludere: “La domanda
non è, non deve essere: “Questo Lodo
Alfano è giusto o no?”, ma piuttosto: “Come siamo
arrivati a tanto? Dove abbiamo sbagliato?”
Penso che siamo arrivati a questo punto – il rispetto
delle leggi che diventa secondario, l’in -
differenza a dettati costituzionali come l’ugua -
glianza di fronte alla legge, l’oblio dei sottili equilibri
fra pesi e contrappesi su cui si fonda lo Stato–
perché l’idea stessa di Stato è come se non
avesse più radici nelle nostre menti, come se
non fosse parte della nostra identità nazionale.
Più o meno tutti sentono il male e se ne lamentano,
ma sulla natura del male si soffermano di
rado, preferendo concentrarsi sui suoi effetti: la
litigiosità, la disputa. Anche qui, urge la domanda-
chiamata: come siamo arrivati a desiderare
tregue, pacificazioni, addirittura la fine del conflitto
politico, senza chiederci neppure un attimo
su cosa gli italiani si stanno dividendo, su
quale idea della repubblica, della democrazia,
dello Stato, dell’informazione indipendente?
Parole come tregua o fine dell’antagonismo occultano
quel che succede, e che rende l’Italia
un’invalida in Europa. Anche l’unità della nazione,
di cui ci si appresta a celebrare il cento cinquantesimo
anniversario, è pensata più all'insegna
di armistizi verbali e di retoriche nazionali
falsamente unanimi che di una seria disamina
delle malformazioni italiane. Se la nazione minaccia
di disgregarsi, è perché la costruzione
dello Stato italiano s’è a un certo punto interrotta,
degenerando. È un disfacimento in atto da
decenni, che permea la repubblica quasi fin dalla
nascita, e di questi tempi è più che mai palese.
Le vicende del presidente del Consiglio gettano
una luce specialmente cruda su di esso, e stanno
producendo una vera mostruosità dottrinale: al
postulato di Bruno Tinti (“Oggi, nel nostro Paese,
siamo arrivati a discutere seriamente della
non applicabilità della legge penale al presidente
del Consiglio, cioè a un cittadino cui è affidato
un pubblico servizio, probabilmente il più importante
che ci sia in un paese democratico. Siamo
arrivati a teorizzare che è giusto che questo
cittadino possa corrompere giudici, falsificare
bilanci, commettere frodi fiscali, e che però non
possa essere processato”) si risponde che la legittimità
del governante non viene dal rispetto
della legge e non è confutabile in caso di reato o
sospetto di reato, ma scaturisce esclusivamente
e definitivamente dal verdetto delle urne,
dall’unzione del popolo.
È una legittimazione non molto diversa dall’un -
zione divina, quando il monarca regnava per diritto
di Dio. Il popolo ha sostituito Dio, è lui soltanto
che acclama, consacra, e questo dà facoltà
al capo di ignorare altre fonti di legittimazione,
altri poteri che istituzionalmente son chiamati a
vegliare sugli abusi di potere dell’esecutivo e di
frenarli se necessario. È una sorta di patto del
sangue che viene accampato, fra il leader e la
maggioranza del popolo, preminente su ogni altro
patto e in particolare sui patti che preesistono
la nascita delle singole legislature. Al fondamentalismo
teo-cratico si affianca un fondamentalismo
non meno intollerante, demo-cratico al
massimo grado. Il dèmos, o meglio la maggioranza
del dèmos, si erge a Dio.

LA CULTURA
D E L L’A N T I - S TATO

Il punto è questo: non è Berlusconi soltanto ad
aver corrotto in tal modo la democrazia liberale,
dando forma alla democrazia estremista in cui
viviamo. Una democrazia nella quale il popolo
esercita una sovranità assoluta, non condivisa,
refrattaria a controlli da parte di poteri
indipendenti: giudici o Corte costituzionale,
presidente della Repubblica, organi di garanzia o
mezzi di comunicazione. Non è il fondatore di
Forza Italia ad aver creato questa cultura
dell’anti-Stato, che corrode l’Italia e la rovina. E
finché l’esame critico dell’Italia non investirà in
maniera approfondita e libera le radici non
berlusconiane del berlusconismo, la stessa
opposizione sarà disarmata e sterile.
La cultura dell’anti-Stato è antica, nella storia
dell’Italia postbellica. Nasce come frutto
avvelenato della lotta al fascismo e al modo in cui
quest’ultimo ha pensato e guidato lo Stato:
esaltandone il peso ipertrofico, e al tempo stesso
pervertendo la sua vocazione a essere stato di
diritto. Questa torbida combinazione è all’or igine
del fatto che l’antifascismo si sia in gran parte
nutrito di anti-Stato, di anti-patria, giungendo fino
a sospettare quasi istintivamente l’esistenza di
malvagità nascoste nel senso e nel servizio dello
Stato. È un fenomeno che i costituenti nella
Germania postbellica hanno accuratamente
scansato, ben conoscendo i disastri derivanti dal
potere eccessivo del popolo (rifiuto dei
referendum) e dall’estrema debolezza dei governi
e dell’equilibrio dei poteri nella Repubblica di
Weimar. Malgrado un’esemplare costituzione, le
classi politiche e imprenditoriali italiane hanno
tratto la lezione opposta: i governi andavano
indeboliti e tenuti al laccio in vari modi, con effetti
rovinosi sulle strutture statuali, sulla loro tenuta e
sul loro controllo del territorio.
Per molto tempo la forma Stato, nel partito
comunista, era vista come proprietà e terra di
conquista dei padroni borghesi. La borghesia
imprenditoriale e finanziaria, a sua volta, ha
prodotto lungo i decenni personaggi che verso lo
Stato nutrivano una sfiducia radicale,
desiderandone spesso la sovversione: Cefis,
Calvi, Gelli, Sindona. Senza essere un sovversivo,
Enrico Cuccia giocò spesso le sue partite a scacchi
“senza il senso dello Stato, lui banchiere sommo
dello Stato” (Corrado Stajano, Un eroe borghese,
Einaudi 1991, p. 210). Alcuni di questi (Cefis,
Cuccia) si erano formati nella Resistenza. Negli
anni ‘60-’70 l’anti-Stato diventa cultura ancor più
diffusa, pervasiva. In nome dell’anti-Stato si
formano numerosi gruppuscoli del ‘68, a
cominciare da Lotta Continua, e anche gruppi
della destra violenta e della mafia che patteggiano
azioni criminose con elementi sovversivi presenti
nel potere politico e nei servizi. Lo Stato è da
abbattere in quanto soggetto congenitamente
criminoso, prima negli articoli di Lotta Continua
poi nei comunicati brigatisti. È così fino al
rapimento Moro, nel 1978. Lo slogan più malefico
di quell’anno –Né con lo Stato né con le Br–
rappresentò il culmine del disfacimento e venne
purtroppo coniato da un uomo-simbolo della
lotta anti-mafia quale Leonardo Sciascia (in
seguito lo scrittore si corresse, disse che non
intendeva lo Stato in sé ma “quello Stato”. Tuttavia
il maleficio restò).

LO STATO
COME INTRALCIO

Una disamina coscienziosa della situazione
odierna mostra che non c’è vera rottura di
continuità fra quel modo di pensare e agire e
l’estremismo democratico incarnato da una
singola persona che senza remore privatizza lo
Stato. Per gli uni come per gli altri lo Stato è
qualcosa che intralcia e che entra in conflitto con
gli imperativi del governare, a meno di non
trasformarlo in una proprietà di un uomo
(Berlusconi) o di una parte della società (la
classe). Nella dottrina marxista “il potere statuale
non è altro che un comitato d’affari che consente
alla classe borghese di amministrare i propri
comuni interessi”, affermazione che l’attuale
capo del governo ricuserebbe, ma senza
rinunciare alle virtù e ai vantaggi del comitato
d’affari. Qui è la più inquietante analogia con gli
anni ‘70, e non in quello che Giampaolo Pansa
chiama, sul Corriere della Sera del 13 ottobre, il
clima di odio che regna fra politici, tra giornali, tra
schieramenti opposti. L’autonomia operaia
rivendicata trent’anni fa non è diversa
dall’autonomia della sovranità popolare invocata
oggi dal Popolo della Libertà. Per l’estremismo di
allora lo Stato era “dei padroni”: andava
disarticolato. Per quello di oggi esso è dell’eletto,
a favore del quale va disarticolato.
Scrive Aldo Cazzullo nel suo libro su Lotta
Continua che il momento era a quei tempi
specialmente propizio, perché coincideva “con
una forte domanda di politica” che saliva da chi
politica non aveva mai fatto, e quindi ne
respingeva le mediazioni ed era “pronto a
irrompere sulla scena con la rabbia della propria
condizione e la virulenza –ma anche l’apertura, la
disponibilità, l’afflato sociale –propria dei tempi”
(I ragazzi che volevano fare la rivoluzione,
Mondadori, 1998, pp. 118,9). Per il giornale di
Lotta Continua, bisognava “fare da sé” in tutti i
settori della vita, dalla sanità all’a m m i n i s t ra z i o n e
della giustizia. I proletari dovevano “imparare a
farsi giustizia da sé: non sarà certo la magistratura,
in questa società, a rendere giustizia agli sfruttati.
Governare significa e significherà sempre lottare,
direttamente e in prima persona, senza affidare
nessuna delega ai professionisti della politica”
(Lotta Continua 14-2-70). Deluso, Giorgio
Pietrostefani confessa nel ‘76: “Io voglio fare la
rivoluzione, non la politica”. Questo lo spinse ad
approvare e favorire l’uccisione di Luigi Calabresi,
nel 1972. I servitori dello Stato, fossero
commissari o magistrati o dirigenti politici, erano
nemici da punire, pregiudizialmente sospetti.
Non erano solo i comunicati della Brigate Rosse a
volere la disarticolazione dello Stato.
Per il leader del Popolo della Libertà le cose non
stanno molto diversamente. Anche lui denuncia
uno Stato in mano a magistrati, a servitori della
cosa pubblica non assoggettabili, a poteri forti
che gli sfuggono. Anche lui risponde a una “for te
domanda di politica che sale da chi politica non ha
mai fatto, e quindi ne respinge le mediazioni”.
Anche lui vuol fare giustizia da sé, rivendica
l’Autonomia irresistibile di un particulare,
preferisce la rivoluzione e le scosse violente al
professionismo politico, diffida del sistema
istituzionale dei “controlli e contrappesi”( ch e ck s
and balances). Proteiforme, il pensiero degli anni
‘60-‘70 rivive oggi nelle menti di chi governa –e
nella maggior parte delle menti di chi è
gover nato– e qui è il vizio d’origine di cui l’Italia
fatica a liberarsi.

GLI ERRORI
DELLA STAMPA

Il vizio non è la conflittualità intensa che domina
la vita politica e che ultimamente è divenuta
disputa, aspra, fra giornalisti e testate. Quel che fa
scandalo è la tendenza di gran parte della stampa
e della televisione a ignorare le questioni poste da
chi – in un certo numero di giornali, in numerosi
appelli di giuristi come Gustavo Zagrebelsky o
Valerio Onida– difende lo stato di diritto, la
separazione il più possibile armoniosa di poteri
che esso comporta, il pensiero critico che esso
deve favorire e custodire, la molteplicità di scelte
di vita privata che il potere pubblico è chiamato a
rappresentare, vietando a se stesso il ruolo di Stato
etico uniformatore. Se l’antagonismo è oggi così
intenso, e si è esteso alla stampa, è perché queste
domande fondamentali sono eluse, e perché le
accuse del capo del governo, spesso
accompagnate da minacce e appelli al
boicottaggio, non sono prontamente arginate da
uno schieramento compatto di chi, nei giornali,
dovrebbe esser cosciente e fiero del potere di
controllo che la stampa indipendente
impersona.
La singolare mancanza di solidarietà nel mondo
dell’informazione (la minaccia al singolo
giornalista non è considerata una minaccia che
incombe su tutti) è un’altra patologia italiana che
non ha eguali nelle democrazie ed è legata a due
fattori: la completa assenza di editori puri nella
proprietà delle maggiori testate, che diano a
queste vera autorevolezza, e la tendenza di molti
giornali indipendenti a interiorizzare gli attacchi e
il linguaggio del potere, in nome di un presunto
disinteresse dei lettori per le vicende riguardanti
diritto, giustizia, etica dell’uomo pubblico.
Accade così che le voci critiche vengano
accusate, da giornalisti concorrenti e in anomala
sintonia con il governo, di far parte di partiti
semi-militari, di eserciti ostili che assoldano i
lettori invece di servirli, di forze che sviliscono
l’immagine italiana all’estero, di contiguità
–appunto–con il terrorismo e il clima d’odio degli
anni Settanta. Chi lancia invettive così pesanti
finge di ignorare che le voci cosiddette
anti-italiane difendono in realtà le istituzioni, la
costituzione, e uno Stato non trasformato in
comitato d’affari di una persona o una classe ma
organizzato come reticolato di autorità che si
bilanciano l’una con l’altra, e che consentono alla
democrazia di vivere e farsi governare senza che
nessun potere diventi esagerato, compreso il
potere del dèmos.

I DUE CORPI
DEL RE

Il senso delle istituzioni, delle leggi, degli
equilibri interni allo Stato sono il nutrimento e il
farmaco di cui la democrazia ha bisogno per
correggere le proprie tendenze prepotenti e non
distruggersi. Sono secoli che il pensiero liberale
sostiene che la sovranità del popolo può divenire
un dispotismo: Montesquieu, Tocqueville a John
Stuart Mill lo dicono a chiare lettere. La sovranità
del popolo e l’unto delle urne hanno tutti i difetti
che Montesquieu attribuisce al potere
(“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne;
egli arriva sin dove non trova limiti”) ed è il motivo
per cui l’organizzazione di una disciplina
s’impone: “Perché non si possa abusare del
potere, bisogna che il potere freni il potere; una
Costituzione deve essere tale che nessuno sia
costretto a compiere le azioni alle quali la legge
non lo costringe, e a non compiere quelle che la
legge gli permette”.
Questa è la democrazia non suicida: un regime
che diffida a tal punto di se stesso, delle proprie
naturali tendenze totalitarie, da costituire accanto
alla sovranità del popolo un sistema di regole che
precede il voto, che non muta con il cambiare
delle maggioranze, che perdura nel tempo,
indipendentemente dal colore e dal carisma
popolare dei capi. Tale è l’obiettivo che si
prefiggono le costituzioni: sono come la corona
del re, che dura più del suo corpo fisico. Per
questo i canonisti e teologi del Medio Evo
parlavano di due corpi del re: uno durevole,
personificazione mistica della politica, che vive
nel corpo del sovrano sotto forma di corona o di
deus absconditus; uno transeunte, che dura la vita
o il mandato del governante. Anche la democrazia
ha due corpi: il corpo dell’esecutivo che raffigura
la maggioranza elettorale, e il corpo più durevole
racchiuso nello spirito della legge e nelle regole
della costituzione. Leggi e costituzioni sono la
corona della democrazia.
Propongo a Bruno Tinti e agli amici del Fatto di
iniziare una conversazione sulla crisi non della
democrazia bensì dello Stato italiano, di chiedersi
se non siamo arrivati a questo punto perché
abbiamo coltivato il solo corpo fisico del re,
uccidendo la corona. Se non valga la pena pensare
i pericoli della democrazia fondamentalista. Se
abbiamo dimenticato che regole, magistrati,
giustizia, legge, vengono prima della nascita della
democrazia e anche prima delle nazioni. È inutile
parlare di radici ebraico-cristiane, se un
ingrediente essenziale di tali radici –il senso della
legge –viene svuotato o mutilato.

BARBARA
SPINELLI
Barbara Spinelli scrive da Parigi
per il quotidiano “La Stampa”.
Tra le sue pubblicazioni:
- “Una parola ha detto dio, due
parole ne ho udite”. Lo splendore
della verità Laterza, 2009. Un testo
che affronta il concetto dell’Uno:
una è la radice culturale e politica
dell'Europa, una la via per
governare e sanare l'economia, uno
la via per costruire e governare
l'Unione europea. Da tempo si è
smesso di contare oltre l'Uno.
L’autrice cerca di definire il pensiero
dell'Uno, indagando sul modo in cui
esso torreggia.
- Ricordati che eri straniero
Qiqajon, 2005
- Il sonno della memoria. L'Europa
dei totalitarismi
Mondadori, 2001


postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 17, 2009 08:53 | link | commenti (6)
categorie: politica, riflessioni
giovedì, 08 ottobre 2009

Cose 'e pazzi!

La domanda sorge spontanea: con questo germogliare di musi rossi dappertutto com'è che il nostro primo ministro ha dalla sua il 70% degli italiani e, soprattutto, com' è possibile che sia lui e non i maledetti comunisti a governare?

E ancora: musi rossi, pidduisti, sinistrorsi, dove siete? Venite fuori se avete le palle invece di nascondervi dietro gli occhialetti di Franceschini e lasciare l'arduo compito dell'attacco frontale al povero Di Pietro!

postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 08, 2009 00:21 | link | commenti (8)
categorie: politica
mercoledì, 07 ottobre 2009

Mercedes Sosa
(y la negra se muriò)


Mercedes_SosaL'ho scoperta una decina d'anni fa e da allora la tengo sempre nel cuore. Da allora ci sono momenti in cui ho bisogno di ascoltare la sua voce incredibile, così ricca, matura, ma a volte leggera come un soffio, cantare la vita e la morte, accompagnare poesie in musica, fare politica nel modo più emozionante che ci sia.
Come ha detto ieri qualcuno in lacrime, "no se muriò solo se fué de gira..."














 
Questa canzone mi fa singhiozzare anche dopo centinaia di ascolti:
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 07, 2009 10:24 | link | commenti (5)
categorie: poesie, politica, canzoni