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venerdì, 27 marzo 2009

Letteratura dell'Est Europa, xenofobia e al(tri) truismi

La settimana che è trascorsa è stata piena di eventi eccitanti per me.
Innanzitutto il bel tempo che mi risveglia dal letargo nel quale ogni inverno piombo, inesorabilmente.
Il Salone del libro a Parigi ha accaparrato due intere giornate più diversi libri da leggere e riflessioni da maturare. Mi sono aggirata tra gli stand per una quindicina d'ore in totale, leggendo pagine, gustando copertine, chiedendo dritte e consigli. Ho scovato una casa editrice che pubblica scrittori bulgari e romeni.
Le splendide copertine mi hanno subito invogliato a sfogliare qualche testo ma ce ne sono state due che mi hanno rapito:  
mèresadriana
       Mères e Adriana
La scrittrice Teodora Dimova è figlia di un illustre medico, intellettuale e romanziere bulgaro Dimitar Dimov (il suo romanzo più celebre fu Tabacco) che dopo gli studi di letteratura inglese all'università si dà al teatro e alla letteratura. Il suo primo libro, nel 2001 ottiene un grande successo mentre "mères" (madri) nel 2005 ottiene il premio Razvitié.
Madri è un romanzo bulgaro ma universale come sanno esserlo solo i grandi romanzi.
Il libro  si compone di sette ritratti di adolescenti e del loro mondo, la famiglia, gli amici, la scuola, gli amori.
Perché intitolarlo "madri" allora? Perché Teodora Dimova costruisce o meglio districa i fili di sofferenze, solitudini, incomprensioni, bisogni non ascoltati di figli e genitori, e genitori nel tempo in cui furono figli rivelando così come atti feroci e apparentemente insensati possano derivare da una totale assenza di punti di riferimento o ancora da un malinteso ruolo nell'ambito familiare.
Ogni storia, ogni racconto ci trasporta nel cuore stesso di quella famiglia, ci rende partecipi dei sentimenti che la animano e, se il dolore che mette a nudo è palpabile, l'affetto che genera in noi per i suoi personaggi è ancora più ostinato e ci lascia dentro, a lettura terminata, una nostalgia come di persone conosciute e non macchie di inchiostro su un foglio bianco.alouette
Il secondo libro che sto leggendo con gran sollazzo è "Allodola" ( sembrerebbe edito da Sellerio ma non ho trovato né informazioni né un'immagine della copertina, io lo sto leggendo in francese) dello scrittore ungherese Dezsö Kosztolàny. Allodola è una vecchia ragazza, quella che oggi si definirebbe zitella, una single brutta, insomma. Allodola è brutta senza appello, brutta al punto che nessuno, nemmeno i genitori riscono a guardarla in faccia e per quanto si sforzino di farlo e trovare qualcosa di accettabile nei suoi tratti, l'unico modo di sopravvivere a tale bruttezza è una sorta di nebbia che l'affetto ha frapposto per attutire lo shock che arriva puntuale ad ogni sguardo.
Allodola è brutta sì ma anche amata appassionatamente dai genitori, proprio per la sua bruttezza, e per questo entrambi rinunciano alla vita, come a punirsi per la pena della figlia.
Allodola però è invitata dallo zio a trascorrere una settimana in campagna e i vecchi genitori si ritrovano soli per la prima volta dopo la sua nascita.
In principio sarano terrorizzati dalla novità ma poi l'istinto alla vita, e alle sue gioie, prevarrà facendo trascorre una settimana di bivacchi ai due vecchi ragazzi. E chissà che poi Allodola non incontri qualcuno di buon cuore, alla campagna...
Questo romanzo, scritto fra il 1920 e il 1926 possiede una freschezza e brio che gli permettono di affrontare temi universali.
Dopo Magda Szabò, un altro felice incontro con un grande scrittore ungherese. L'Europa dell'est è una miniera inesauribile di splendide sorprese che vi consiglio di andare a cercare.
E chissà che dopo, non sentirò qualcuno di questi che tanto temono i barbari dell'est dire che forse i romeni sono come noi e forse sono anche un po' meglio, almeno in questo periodo di razzismo rampante del fiero popolo italico (italiani non lo siamo ancora, mi pare).
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 27, 2009 10:51 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, libri, letteratura
domenica, 15 marzo 2009

Cous-cous (La graine et le mulet) e Pranzo di Ferragosto
(incroci, sbandate)

Se non li avessi visti nella stessa settimana avrei fatto le stesse considerazioni? Non lo so ma il fatto è che il destino (la mia curiosità) me li ha presentati insieme e così faccio io con voi.
In Cous-cous il signor Beiji è un sessantenne che lavora sulle navi e che viene licenziato perché non capisce il concetto di "flessibilità" dei turni. Non capisce molte altre cose, il signor Beiji, e non si stanca di ripeterlo con petulante naiveté. Diviso fra una famiglia numerosa e un'altra vita che da anni fa con la sua nuova compagna, proprietaria di un alberghetto e la figlia della donna, il signor Beiji si ritrova senza lavoro, senza un progetto e con il desiderio di ritrovare un filo conduttore al suo persorso. Riunire le due famiglie, che già si conoscono, creare qualcosa di suo mentre il tempo gli sfugge di mano e le spalle cominciano a sopportare male il peso degli anni, ecco quello che gli ci vuole, e Rym, la figlia della sua amante lo ha capito profondamente.
Insieme progettano l'apertura di un ristorante su di un vecchio barcone dove le due famiglie lavoreranno e dove sarà servito come piatto forte il cous cous della sua ex-moglie.
Riusciranno i nostri eroi nel loro difficile progetto? Troveranno i finanziamenti necessari? Accetteranno le due famiglie di lavorare fianco a fianco?
In due ore e mezzo Abtellatif Kechiche realizza un film difficilmente dimenticabile. Per prima cosa non si fa prendere dalla fretta, i tempi delle sequenze sono quelli della realtà e non quelli del film. Un pianto, una discussione, durano il tempo che durano, non il tempo necessario allo spettatore per capire quello che accade e le eventuali implicazioni. Il risultato? Scene indimenticabili come quella del pianto di Rym quando la madre rifiuta di andare con lei all'inaugurazione del ristorante, il pranzo della famiglia del signor Beiji e la preparazione del cous cous, la danza del ventre di Rym (erotica, perché gioiosa e tragica nel medesimo tempo).
Il film é inoltre realizzato con le tecniche documentaristiche e l'interpretazione magistrale degli attori (quasi tutti non protagonisti) spinge a domandarsi in continuazione in quale contesto ci troviamo: é tutto vero oppure é solo un film?
Ad Abdellatif Kechiche é riuscito magistralmente di coniugare neo-realismo e la nouvelle vague di falso-documentario; il suo cous cous, così come quello della prima moglie del signor Beiji, é un capolavoro.



Pranzo di ferragosto viaggia molto meno carico nonostante gli elementi presenti potrebbero scendere più in profondità e farne aumentare lo spessore. Gianni di Gregorio, regista e protagonista, é un figlio di mammà, un uomo sulla cinquantina che fa di lavoro il badante della madre. Trasteverino, romano sfaticato, si é arrangiato a condividere sino alla fine dei suoi giorni una vita con l'unica vera donna della sua vita, una madre decrepita ma a volte capricciosa come una bimba. Alla veglia di ferragosto, l'amministratore del palazzo si presenta in casa a reclamargli, come al solito, tutti i debiti che Gianni e sua madre hanno con il resto dei proprietari del palazzo, ma c'é una novità, l'uomo é disposto ad abbuonargliene una gran parte se ospiterà la madre sino al giorno dopo. Gianni tentenna, poi accetta. L'uomo gli porterà insieme con la madre, anche una zia e poi si dileguerà con la giovane amante.
Ma i problemi di Gianni non sono certo finiti perché anche l'amico medico che da anni segue la sua pressione ballerina e la sua ipocondria, gli chiederà di badare a sua madre mentre lui fa il turno di notte in ospedale.
Quattro vecchie per Gianni sono davvero una sfida. La vincerà?
Pranzo di ferragosto ha diverse caratteristiche in comune con Cous cous, innanzitutto la tecnica documentaristica, poi l'uso conseguente di attori non professionisti, e la tematica della famiglia, della vecchiaia, dello sguardo verso ciò che é stato il passato e quanto di questo ci é rimasto fra le mani e quanto ci é invece sfuggito.
Mi sembra che fra i due ci sia una differenza qualitativa su tutti i piani. Per prima cosa il lavoro fatto sugli attori (dovrei dire attrici) non é riuscito perfettamente a Di Gregorio, i tempi sono dilatati così come in Cous cous ma nonostante il film duri la metà del tempo si ha l'impressione che ne duri il doppio.
Il soggetto, infine, poteva essere approfondito, esplorato meglio: quattro donne anziane, quattro vite vissute il cui materiale immaginativo é stato solo sfiorato, benché con delicatezza, simpatia e tenerezza, ma davvero solo sfiorato, non centrato.

postato da: sabrinamanca alle ore marzo 15, 2009 08:43 | link | commenti (5)
categorie: cinema
mercoledì, 11 marzo 2009

Grantorino
(ovvero le belle donne di Clint Eastwood)

grantorinoL'evoluzione o l'involuzione della concezione della donna nell'ambito sociale sono legate (anche) alla visione culturale che di essa si vuol dare.
Il cinema è pieno di donne, molte delle quali sono più bambole che esseri in carne ed ossa, ma le donne di Clint Eastwood sono spesso degli esseri indimenticabili, per la loro forza, per il loro coraggio, per la loro modernità.
Per citare i più recenti, nel "the exchange" Angelina Jolie  incarna donna che in barba alla società brutalmente maschilista della Los Angeles degli anni '20 vive serenamente il suo ruolo di madre senza marito.angelina jolie  the exchange
Non è una femminista ante-litteram ma una volta che suo figlio scompare deve lottare contro una banda di polizioti corrotti prima di scoprire la verità su ciò che può essere accaduto a suo figlio e, pur nella sua docilità, affronterà prove terribili per quell'amore di madre e per il senso di giustizia.

Ne "Million dollar baby" Hilary Swank scuote l'apatia di Frankie Dunn, un allenatore di pugilato disilluso e lo trascina per un cammino duro ma intessuto di speranze che non bisogna far cadere, che bisogna rispettare sino alla fine.
hilary swank
In questo "Grantorino" ci sono due donne: la moglie del protagonista, Walt Kowalski, che non vedremo mai poiché la pellicola si apre con il suo funerale, e Sue, la vicina di casa adolescente che appartiene a una famiglia di immigrati Hmong.
Entrambe saranno determinanti nel cambiare il destino e la visione del vecchio eroe della guerra di Corea Walt, divenuto scorbutico, freddo, razzista, insopportabile, insomma, per chiunque lo incontri.
La moglie di Walt, che per la prima metà del film ci chiediamo come diavolo abbia fatto a vivere e amare un simile bruto, conosceva bene il tormento che l'uomo si portava dentro dalla fine della guerra di Corea e sapeva che il cambiamento del suo carattere era dovuto a un segreto portato con fatica per tanti anni. Alla sua morte chiede al giovane prete della parrocchia di confessare il marito.
La giovane Sue insiste invece perché le relazioni tese di vicinato si trasformino in un'amicizia e il suo carattere forte, le sue idee chiare, il suo comportamento maturo fanno nascere in Walt un rispetto tutto nuovo per gli adolescenti, che nel suo quartiere sono per la maggior parte delinquentelli, e anche per i "musi gialli".
ahney_her
Grazie a questa relazione Walt farà cadere quella barriera di disprezzo che lo ha sempre tenuto lontano da tutti, ad eccezione di sua moglie e del cane Daisy, e gli farà vivere con la famiglia di Sue e di Thao, dodicenne a cui Walt si affezionerà al punto da..., una bella amicizia.
Questa splendida pellicola ha molto più di questo da raccontarci, sul rapporto fra generazioni diverse, su quanto il male possa corroderci, su come l'amicizia può nascere ovunque e su come rechi sempre con sé un raggio di sole,  e se la storia che racconta é un po' quella che tutti conosciamo, i sentimenti che con grande equilibrio mette a nudo, sono quelli che da sempre ci appartengono, e fanno andare avanti il mondo.
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 11, 2009 11:31 | link | commenti (1)
categorie: cinema
venerdì, 06 marzo 2009

Il dubbio

Il dubbio è il mio unico Dio, l'unico nel quale nutra una, seppur altalenante, fede.
Credo che l'uomo non esisterebbe senza il dubbio esattamente così come non esisterebbe senza la speranza.
postato da: sabrinamanca alle ore marzo 06, 2009 10:05 | link | commenti (10)
categorie: riflessioni