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mercoledì, 28 gennaio 2009

Scrittura (ancora e ancora)

Credo che parlare di scrittura interessi solo a chi scrive "in un certo modo". Non definisco il modo poiché è indefinibile. Nessun confine spiegabile, qualificabile, separa infatti chi scrive "in quel modo" e chi invece no, solo forse, un'intima certezza, fragile anch'essa, alle sferzate dell'esistere.
Per restare nel mondo dei blogger ci sono tantissimi che scrivono per altre ragioni che "quella", con un'altra visione e con una consapevolezza diversa della loro scrittura.

In questi giorni su diversi blog ritorna invece l'interrogarsi di coloro che scrivono "in quel modo".
"Scrivere non significa accostare parole,
raccontare una storia. Scrivere significa montare e smontare quello che si è scritto, avere il coraggio di tagliare l'inutile..."
È una scrittura fatta di sofferenza, quella di Deborah Gambetta, così come quella di Flannery O'Connor, che dice "L'unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un'esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano".
(continua qui).

Questo racconta oggi RemoBassini "La scrittura, un po’ come lo yoga, mi ha insegnato a vivere il presente.
Vedo qualcosa, lo trasformo in storia, lo scrivo mentalmente.
Oppure, non vedo una storia ma vedo solo una strada: e la descrivo, come se fosse la pagina di un libro..."(continua qui).

E ancora, qualche giorno fa, Gioacchino, parlando di maschere "Non so più se vivo per scrivere, o se scrivo per vivere, per quanto sia un breve passatempo..."(continua qui) .

A questa angoscia dello scrivere Italo Calvino dava una sua risposta che trovo nel frammento 1053, sul blog akatalepsia:

"Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro..."

Per me la scrittura è immergermi in un mondo di cui voglio raccontare il dolore poiché mi sembra che la mia ragione per lo scrivere sia la compassione, la condivisione, un modo contorto di scuotere la spalla di qualcuno che piange e dirgli "anche io ho provato ciò che provi" e soprattutto "non sei solo".
Quando incontro qualcuno che soffre, o che rispecchia la mia sofferenza, mi viene subito l'impulso di scriverci sopra un racconto e quando lo faccio, non è raro che pianga durante la stesura.
Qui e qui ci sono due racconti che scrivere mi emozionò particolarmente e ora mi emozionano per la ragione supplementare che fra quanti lo commentarono c'è qualcuno che qualche mese fa è morto.

Non per tutti scrivere ha lo stesso senso: certo è che per coloro che scrivono "in quel modo" l'atto della scrittura (o della "non scrittura") è essenziale così come respirare mangiare, bere, dormire.



postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 28, 2009 11:39 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, scrittura
sabato, 24 gennaio 2009

Andando per film (2008)

Mi piace l'idea di un promemoria sui film che mi hanno colpito durante l'anno passato, per riassaporarne, ricordandoli, le sensazioni. Mi riprometto poi di appuntarmi quelli che non avuto il tempo o l'occasione di vedere e infine, di segnalarvi quelli che avrei fatto meglio a non andare a vedere (ma questo, per fortuna o sfortuna, non lo sapevo prima, e poi ogni tanto bisogna anche rischiare per avere delle belle sorprese).

I film che ho amato nel 2008 sono stati parecchi, quasi tutti film di piccole produzioni indipendenti, li elencherò qui sotto senza alcuna preferenza a parte il primo, che ho trovato un vero capolavoro, uno di quei film che si vedono una volta ogni dieci anni, se si ha fortuna.

  • Un conte de Noël   di Arnaud Desplechin
  • Mascarades   di Lyes salem
  • The visitor   di Thomas McCarthy
  • La zona   di Rodrigo Pla
  • Juno   di Jason Reitman
  • Etz Limon   di Eran Riklis
  • In Bruges   di Martin McDonagh
  • 3:10 to Yuma   di James Mangold
  • There will be blood   di paul Thomas Andreson
  • Into the wild   di Sean Penn
  • Gomorra   di Matteo Garrone
  • Le silence de Lorna   dei fratelli Jean-Pierre e Luc dardenne
  • Entre les murs   di Laurent Cantet
  • Changeling   di Clint Eastwood
  • No country for old men   di Ethan e Joel Coen
  • Julia   di Erick Zonca
  • Stella   di Sylvie Verheyde
  • El baño del Papa   di Enrique fernandes e Cesar Charlone

I film che non ho visto ancora ma che ho voglia di vedere

  • It's a free world   di ken Loach
  • Be kind rewind   di Michael Gondry
  • the Darjeeling Limited   di Wes Anderson
  • Il divo   di Paolo sorrentino
  • Hunger   di Steve Mcqueen
  • Waltz with Bashir   di Ari Folman
  • Leonera   di Pablo Trapero

Dei film che ho amato di meno ne ricordo a mala pena due o tre, cercherò di rifletterci su, prometto!

  • Two lovers (un film bello ma inutile)  di James Gray
  • Burn after reading ( guardabile ma noiosetto)   di Etan e Joel Coen
  • JCVD   (bella idea ma bisogna conoscere bene Jean Claude Van Damme per divertirsi davvero)  di Mabrouk el Mechri

Nel complesso il 2008 è stato per me un anno cinematografico davvero soddisfacente.

 

postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 24, 2009 14:53 | link | commenti (6)
categorie: cinema
venerdì, 23 gennaio 2009

Voyage au bout de la guerre

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Mentre ci si accapiglia sul net e altrove, per stabilire chi, fra israeliani e palestinesi sia il più colpevole o il meno innocente, perpetuando così quei ragionamenti che conducono sulla direzione inversa alla pace, mi piace rileggere questo brano di Céline:

- Ah! dunque voi siete proprio un vigliacco, Ferdinand! Siete ripugnante come un topo di fogna...
- Si, completamente vigliacco, Lola, io rifiuto la guerra e tutto quello che c'è dentro...Non la deploro...Non mi sacrifico...Non ci piagnucolo su...Io la rifiuto e basta, insieme a tutti gli uomini che essa contiene, non voglio avere nulla a che fare con loro, con lei.
Fossero anche novecentonovantacinque milioni e io da solo, sono loro che hanno torto, Lola, e sono io ad avere ragione, io sono l'unico a sapere che cosa voglio: io non voglio più morire.
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 23, 2009 09:33 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, letteratura
giovedì, 22 gennaio 2009

Si va per blog...

Così come certe mattine mi sveglio dicendomi - che fine ha fatto Tizio, bisogna che chiami Sempronio per avere sue notizie, capita che a volte faccia una passeggiata fra i blog che un tempo frequentavo con più assiduità, o che scopersi un giorno, per caso, e nonostante colpita, dimenticai subito, avvinta da altri turbini.
C'è anche il fatto, lo ammetto, che trovo il net alienante e dopo un po' sento l'esigenza di una bella doccia virtuale e non tocco la tastiera per un qualche tempo; anche per questo mi piace quando posso incontrare le persone che stanno dietro agli schermi o anche solo vederli in un altro contesto, le loro scritture su carta, i loro lavori, la loro faccia in fotografia.
C'è il rischio di una disillusione, è vero, ma è questo che mi piace, trasformare degli avatar in esseri umani.
Ieri era una di quelle giornate semi-nostalgiche.
Me ne sono andata in giro a cliccare qui e là e ho scoperto numeroso decessi. Non saprei come altro chiamare quei blog in cui l'ultimo post risale a un anno fa, "blog defunti" forse. Mi sono sentita triste, anche se so che dietro alla chiusura di un blog può esserci, e spesso c'è, una porta che si apre, nuove prospettive.
Per dirla tutta, infatti, un po' mi intimoriscono quelli che invece, scrivono ogni giorno, senza mai mancare ad un appuntamento. Li immagino sempre là, davanti alla tastiera come figure di sale, non fosse per le dita che battono nervosamente i tasti.
Se quindi, posso rallegrarmi per la nuova vita che si può celare dietro alla chiusura di un blog, ritengo la sua sepoltura, con qualche parola a commemorazione, necessaria.
*
Un'iniziativa in piena fioritura è quella di Blog&nuvole che ha partorito il primo racconto illustrato che andrà in finale. Il testo, davvero "muito romantico" è di Aitan, i disegni sono di Eugenia Monti.
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 22, 2009 09:38 | link | commenti (3)
categorie: blog, iniziative in rete
mercoledì, 21 gennaio 2009

Obama e il regime
Barack Obama 2(discorso alla Nazione registrato il 21 gennaio 2009)

La giornata odierna resterà impressa nella memoria di tutti per due eventi maggiori: l'insediamento di Barack Hussein Obama, un quarantenne afro-americano, alla Casa Bianca, e per l'inizio del mio regime alimentare ipocalorico (volgarmente definito dieta).
Benché lo si potrebbe ragionevolmente sospettare, non vi è stato alcun previo accordo sulla data di oggi che è, vi assicuro, il frutto di una pura coincidenza.
Io ero a conoscenza, lo ammetto, della data di oggi come quella stabilita dal cerimoniale d'insediamento, ma anche lui, credetemi, non ignorava il mio desiderio di prendere nelle mani il mio destino e i fianchi.
Entrambi abbiamo inseguito un sogno, lui quello di nutrire, irrobustire, solidificare una nazione, io quello di alleggerire, snellire, liberare la mia da un'inutile zavorra, ma oggi, oggi il sogno deve lasciare il posto all'azione.
Al pranzo d'insediamento ben 20 consiglieri erano assenti giustificati, preparavano già i decreti che saranno annunciati domani (forse la chiusura di Guantanamo?).

Al pranzo d'insediamento non c'ero nemmeno io.

dieta01gHo mangiato: a colazione, il mio solito caffellatte con qualche briciola di pane,
a pranzo, un preparato dietetico al gusto di frittata al formaggio, a cena, un preparato dietetico al gusto di torta di cacao (e di nascosto, due bastoncini Mikado).
Non conosco la filosofia politica di Obama ma la mia è: mangiare il più spesso possibile il meno possibile.
Io ho dalla mia il vantaggio dell'esperienza, sono infatti al mio settimo mandato e devo dire che il bilancio globale è estremamente lusinghiero anche se ultimamente gli ormoni materni mi hanno dato del filo da torcere, non  escludo però che il suo entusiasmo e il suo idealismo potranno portarlo più lontano di quanto sia ragionevole (e realistico) supporre.
Il nostro destino si compirà nei primi 100 giorni: riuscirà Barack Hussein Obama a ridare fiducia al suo Paese? Riuscirà a dare un nuovo slancio all'intera economia mondiale? Porterà la pace nel Medio Oriente? Riavvicinerà popoli che nutrono un odio profondo verso la sua patria?

L'augurio che gli faccio è di muoversi in questa direzione anche se non sottovaluto gli infiniti tranelli e compromessi che la politica, e più ancora i detentori dei maggiori poteri economici imporranno, e non mi attendo miracoli ma uno slancio, un'apertura, quello sì.
Io, per parte mia, mi accontento di perdere un chilo al mese, così sarò di nuovo bella per l'estate e potrò realizzare il vero sogno della mia vita: partecipare a "Veline".

Viva Obama

Viva la Nazione
(non ricordo mai come si chiama)
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 21, 2009 09:25 | link | commenti (2)
categorie: politica, obama
domenica, 18 gennaio 2009

Verso casa

Ieri sera tornavo a casa dal lavoro, sul solito autobus. Ascoltavo distrattamente due ragazzi raccontarsi i progetti per la serata, osservavo una ragazzina ticchettare compulsivamente con le sue unghie laccate sul telefonino quando, improvvisamente, mi sono sentita trasportare indietro al mio arrivo in città con un tale impeto da farmi serrare le dita sul sedile davanti.
Ero sullo stesso autobus, la stessa direzione ma da Saint Michel a Bastille. Un ottobre tiepido, la mia giacca verde che ancora rispolvero, di tanto in tanto (lo shopping mi provoca attacchi di panico), e tutti i miei sogni sulla punta delle dita e della lingua.
Quell'uomo da cui tanto attendevo ora mi chiama senza ricevere che rare risposte, il romanzo che dovrà essere pubblicato non l'ho scritto ancora, la città non è ai miei piedi, però, però mi accorgo da qualche tempo che quel sentimento forte di spaesamento che mi aveva fatto vagare per anni è scomparso.
Sono dove sono, ecco che cosa c'è di nuovo. Il tempo scivola via ancora troppo in fretta ma il luogo, almeno quello, è uno.
E così, seduta sull'autobus, che certo, andava lento, tornavo davvero verso casa.
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 18, 2009 20:29 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni
venerdì, 16 gennaio 2009

Saggezza di Françoise Sagan

sagan_francoise01Leggo stamattina sul blog di Fréderic Ferney questa intervista alla scrittrice francese di "Bonjour Tristesse", ne ho scelto qualche brano:

Nel 1957 dopo un grave incidente d'auto, risponde alle domande di Madeleine Chapsal: ha appena pubblicato il suo terzo romanzo "tra un mese, tra un anno". È una ragazzina, ha 23 anni.

La giornalista le chiede che cosa questo incidente ha cambiato nella sua vita. Sagan risponde:
 -" Le prove (della vita) non apportano niente poiché esse sono raramente sufficienti a esaurire le due tendenze profonde che sono: un certo appetito per la gioia e un certo abbandono alla tristezza. Questo equilibrio, oppure questo disequilibrio, varia di poco, in una persona".

Crede che non si cambi mai?

Si, ma non facilmente. In ogni caso i cambiamenti in una vita sono più spesso superficiali, tattici, e soltanto gli "altri", l'incontro con gli altri, può provocarli; Sthendal del resto dice "la solitudine apporta tutto, salvo il carattere"

Che cosa ama in uno scrittore?

-" La voce. Certi scrittori hanno una voce che si percepisce dalla prima riga come la voce di qualcuno. È ciò che conta per me. La voce, o se preferisce, il tono.

Come definirebbe la solitudine?

-" La solitudine è quella coscienza di un sé immutabile, abbastanza smarrito e nello stesso tempo incomunicabile. Quasi biologico, insomma".

Le sue ambizioni?

-"Scrivere degli ottimi libri. Si, è una vera ambizione".

Questa intervista è pubblicata nella raccolta "des très bons livres" (l'Herne).

*

En 1957, après un grave accident de voiture, elle répond à une interview de Madeleine Chapsal; elle vient de publier son troisième roman "Dans un mois, dans un an". C'est une jeune fille, elle a 23 ans. 

La journaliste lui demande ce que cet accident a changé dans sa vie. Sagan répond:

- "... les épreuves n'apportent rien parce qu'elles sont rarement suffisantes pour tarir ces deux tendances profondes que sont: un certain appétit du bonheur et un certain abandon au malheur. Cet équilibre, ou ce déséquilibre, chez une personne, varie peu".

Croit-elle qu'on ne change jamais?

- "Si, mais pas comme ça. De toute façons, les changements, dans une vie, sont le plus souvent de surface, de tactique, et seuls les "autres", la rencontre avec les autres, peuvent les provoquer; Stendhal le dit d'ailleurs: << la solitude apporte tout, sauf le caractère>>".

Qu'aime-t-elle, chez un écrivain?

-"... C'est la voix. Certains écrivains ont une voix, qu'on entend dès la première ligne, comme la voix de quelqu'un. C'est ce qui compte pour moi. La voix, ou le ton, si vous préférez.

Qu'appelle-t-elle: solitude?

-"La solitude, c'est cette conscience d'un soi immuable, assez perdu et incommunicable à la fois. Presque biologique, en somme".

Ses ambitions?

-"J'aimerais écrire de très bons livres. Oui, c'est une vraie ambition".

Cet interview est publiée dans un petit recueil intitulé "De très bons livres" (L'Herne).
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 16, 2009 10:15 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, francia
martedì, 13 gennaio 2009

Autofinzione

Quando si scrive (e quando la scrittura non è come nell'esempio di un diario segreto, un raccontare ad un amico immaginario le nostre delusioni perchè ci compatisca o ripetergli, come si ripete un mantra, l'evento gioioso del quale siamo protagonosti) si scrive molto spesso di sé e per gli altri.
In un romanzo, una poesia, un saggio, una biografia, si racconta, attraverso eventi, emozioni, stati d'animo, il nostro immaginario; la nostra visione della vita, che sia essa politica o romantica, si espone per affinità o contrasto il nostro punto di vista e ci si riesce naturalmente, senza forzature ,poiché frequentiamo il nostro mondo da sempre, da sempre guardiamo attraverso le sue finestre, da sempre misuriamo a passi lenti o frettolosi le sue stanze.
Quando dico che si scrive di sé non intendo dire che si racconta di sé o della propria vita, vissuta o immaginata, intendo invece che in quanto creatori, registi, ogni storia, che abbiamo, per un motivo imprescindibile da noi stessi, deciso di raccontare, rappresenta un frammento o la totalità di una delle storie possibili partorite o assemblate dal nostro immaginario.
Ho scritto all'inizio che si scrive di sé e per gli altri. Il "sé" e "gli altri" sono imprescindibili l'uno dall'altro.
Potrei dire che si scrive immaginando gli altri, cercando di essere gli altri ed è questo l'elemento che rende la scrittura preziosa, che ne decreta il valore.
Dov'è infatti che una semplice testimonianza, un racconto di vita vissuta, diviene letteratura?
Pensiamo a Primo Levi, per esempio. La suo opera è intrisa del suo "sé" eppure universale, universalmente riconosciuta. Questo avviene a causa del suo anelito ad andare oltre se stesso, verso gli altri, dentro gli altri, al posto degli altri. E "gli altri" si riconoscono nelle tracce scritte di questa intrusione.
Che siano i personaggi di un romanzo o i versi asciutti di un poema, il procedimento è sempre uguale, e più è animato da compassione e curiosità, più riesce ad essere universale e atemporale.
Non si scrive dunque per egocentrismo ma piuttosto nell'intento di essere altro, gli altri.

Si scrive di sé anche perchè sarebbe molto più difficile non farlo. Non scrivere di sé richiede un atto di suprema premeditazione, di fine analisi, di oggettività a tutta prova.
Scrivere da un altro punto d'osservazione che dal sé, implica essere l'altro. Ma, essere l'altro, è per ciascuno di noi solo un anelito, un desiderio mai appagato, in quanto, anche desiderandolo con tutte le nostre forze, non potremo mai essere altro da noi stessi.

Ed ecco che in questa riflessione torno al suo titolo "autofinzione". Me lo sono infatti trovato davanti dopo aver terminato di tradurre "Philippe" di Camille_Laurens.
Mi sono dapprima domandata che cosa significasse, se non somigliasse all'accusa che spesso si gettano in faccia gli scrittori francesi, reciprocamente, di scrivere guardando solo al proprio ombelico.
Il dubbio è stato subito dissolto. L'autofinzione, almeno quella che Camille Laurens incarna, mi pare ancora più coraggiosa dello scrivere di sé per gli altri; si tratta infatti di offrire se stessa, frugando anche nel più buio meandro per cercare i propri meccanismi, i propri punti deboli( che sono poi quelli di molti fra "gli altri"),  agli altri. Più di "una lettera al mondo", piuttosto "questo è il mio sangue, questa è la mia carne, offerti in sacrificio per voi".

postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 13, 2009 09:10 | link | commenti (12)
categorie: riflessioni, letteratura
venerdì, 09 gennaio 2009

Di ritorno

Passato Natale, passata la befana, si ricomincia a frequentare la vita vera, non prima d'aver preso il meritato riposo da tredici logoranti ore di viaggio fra rischi di neve, chiusura aeroporti e crisi isteriche della creatura che mal sopporta le limitazioni di libertà alla sua persona e al suo spazio ricreativo.
Dieci giorni pieni di emozioni contrastanti. Mia madre e le sue contraddizioni, i nostri duri scontri, le oasi di pace, mia sorella e le sue ambizioni, i suoi sogni, i miei cari, carissimi amici e il loro vivido, instancabile affetto.
La città della mia adolescenza e giovinezza immersa nella pioggia che ne mostra senza pudore tutti i difetti. La casa familiare, immersa in una campagna silenziosa, quasi assorta.
E mia figlia che scorrazza impertinente, colmando quel silenzio ed altri più imbarazzanti che fanno da corollario a questa riunione familiare.

Il 2009 è entrato pian pianino e si è messo comodo nella poltrona dell'ingresso: ora vado a riceverlo come si deve.
postato da: sabrinamanca alle ore gennaio 09, 2009 08:38 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni