
Avevo un libro delizioso da bambina e la mia favola preferita stava lì dentro, si chiamava “la principessa del sale”. Il libro non so che fine abbia fatto, e andando a zonzo su internet ho letto delle favole che le rassomigliano ma credo che quella che la mia fantasia di bambina a metà lesse e a metà inventò fu più o meno questa:
I monsoni parigini sono di ritorno. E con essi una nuova fauna popola la città. Sono rossi, verdi, a quadri, a strisce, a pois, di plastica, di seta, pieghevoli, rigidi, enormi, minuscoli, più o meno disarticolati (colpevole il vento che li sbatacchia qua e là).
Leggo su un noto settimanale un servizio che titola: economi, la nuova tendenzaDiario di una gravidanza
17 maggio 2007
Ieri mattina ho fatto una pazzia.
L’ha detto persino tuo padre che di solito con l'incoscienza ci va a braccetto; ha detto, non andare, l’autobus è tutto uno scuotere e un sobbalzare di freni, farai ballare tua figlia dentro al pancione! Io però ero irremovibile. Volevo fare un giro per la città, seduta sul retro dell’87, attraversare Bastille, passare davanti a Nôtre-Dame, tagliare per il cuore di Saint Germain, la Sorbonne, il Pantheon per finire aux Champs de Mars, a due passi dalla Tour Eiffel. Sognavo pure il tepore di fine maggio, e poca gente a bordo, nel lungo tragitto.
Invece pioveva, e l’autobus era pieno come un uovo.
Per fortuna mi hanno lasciato sedere, almeno non hai dovuto sopportare la mia stanchezza, e poi, siccome era quasi impossibile scorgere qualcosa attraverso quei vetri rigati di pioggia, mi sono messa a guardare le persone.
Per prima cosa sono tutte diverse. E’ banale, lo so, ma la diversità fa si che ognuno abbia qualcosa di affascinante, misterioso. Non ti puoi certo annoiare nel guardare la gente. I tratti del viso, le espressioni, la camminata, i gesti ripetitivi, e poi il modo in cui sono vestiti, ciò che portano in mano o sulle spalle. Puoi seguire il loro sguardo, tentare di indovinare dove si posa per volare via e dove indugia, intrigato.
A volte si sofferma proprio sul tuo e allora resti per qualche secondo in imbarazzo e fuggi via oppure offri un sorriso d’intesa.
Alcuni parlano da soli, altri ascoltano i discorsi dei vicini, altri ancora partecipano perfino.
Ogni persona su questo autobus rassomiglia a qualche altra, la madre, il padre, un cugino lontano, e ogni persona ha qualcosa di unico che le appartiene per un diritto inalienabile.
Mi sono così ritrovata a cercarti fra quelle facce, figlia mia.
Mi sono chiesta: sarai come quest’uomo dal viso butterato che dondola nervosamente le gambe di fronte alle mie e che ogni tanto mi guarda la pancia, poi scuote la testa quasi con disapprovazione e poi soffia, sbraita, posando gli occhi sul giornaletto della metro che subito si stanca di scorrere? Avrai la sua stessa faccia disillusa?
Oppure sarai piuttosto la ragazzina che si dondola davanti alla porta d’uscita, mimando una danza sul suo i-pod, e che si cava continuamente di tasca il telefonino sperando in una chiamata? Avrai la sua coda di cavallo, le sue gambe nervose e l’ansia del suo sguardo in attesa?
Ho paura, figlia mia, di dirti troppe bugie, o di dirtene troppo poche.
Che la vita è bella, che stare al mondo è una gran fortuna, che non siamo soli, che la felicità esiste e non è lontana.
Sono tutte bugie sai, tutte bugie che ti dirò insieme ad altre, ancora più grandi.
Ti spiegherò la bontà, la generosità, l’onestà, la coerenza, la tolleranza, l’amicizia, l’amore, la disponibilità, l’empatia e tu crederai che sono quelle che fanno girare il mondo, svegliandoti un giorno con in bocca il sapore amaro del disincanto.
Non capirai il perché di quei racconti, che non corrispondono ad alcuna realtà, meno che meno alla mia. Avrai ragione sai, quando dirai che nulla ha senso, che siamo zattere sballottate dalle onde di un oceano senza terra.
Ti dirò allora qualcosa che potrà forse dare un significato alla confusione.
Gli uomini sono quella confusione. Gli uomini dicono e fanno tutto e il contrario di tutto, persuasi che esista un ordine in questo caos. Ma è il caos la meraviglia, così come lo è la trasgressione ai valori che cerchiamo di imporre alle società in cui viviamo per non farci troppo male l’un l’altro.
L'amore e la felicità, quelle impalpabili farfalle, volteggeranno sempre su di noi, e se pure non riusciremo mai ad afferrarne una, il ricordo delle ali variopinte e della leggerezza, ci farà andare avanti a testa in su, dimentichi del suolo che calpestiamo con fatica.
Non ti prometto che sarai felice, figlia mia, sarebbe un inganno ignobile, ma ti prometto farfalle: di quelle si, ne avrai quante ne desideri.


