C'ERA UNA VOLTA UN RE

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giovedì, 30 ottobre 2008

Stanze all'aria

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E' un nuovo blog che  Solimano ha appena lanciato e raccontato nel suo blog di film abbracci e popcorn.
Partecipano all'iniziativa una ventina di blogger che scrivono un diario in rete, ciascuno mettendo dentro la propria esperienza di vita e le proprie osservazioni.
Sono stanze in cui apriamo le finestre e facciamo circolare un po' d'aria nuova, stanze in cui noi tutti inquilini (eh si, anche io) andiamo a curiosare, stanze piene di libri, libricini, libroni.
Una sorta di appartamento spagnolo italianizzato insomma, dove lavoratori più o meno precari e affannati hanno preso il posto di studenti spensierati, e dove ci raccontiamo e vi raccontiamo il bello e il brutto di ciò che viviamo quotidianamente.
Venite, anche senza avvisare prima, prenderemo un tè, faremo una chiacchierata.
Entrate senza bussare, la porta sarà sempre aperta!
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 30, 2008 11:22 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni
mercoledì, 29 ottobre 2008

La principessa del sale

Princesse saxonne, Lucas Cranachn(premier tiers du XVIe siècle)Avevo un libro delizioso da bambina e la mia favola preferita stava lì dentro, si chiamava “la principessa del sale”. Il libro non so che fine abbia fatto, e andando a zonzo su internet ho letto delle favole che le rassomigliano ma credo che quella che la mia fantasia di bambina a metà lesse e a metà inventò fu più o meno questa:

C’era una volta un re che aveva tre figlie. Le adorava alla follia e non riusciva a decidere a quale cedere il suo regno. Ammalatosi gravemente i consiglieri gli misero fretta e gli suggerirono:
- chiedete a tutte e tre chi vi ama di più, maestà, e sarà colei che avrà meglio espresso il suo sentimento ad avere il regno.
Il re si dovette arrendere al consiglio dei saggi e chiamò la maggiore.
- Figlia mia adorata, le disse mentre la stringeva al petto,
quanto è grande l’amore che mi porti?
- E’ grande come tutte le terre che possiedi e mille altre ancora.
Il padre commosso la lasciò partire certo della grandezza di quell’amore.
Poi chiamò la secondogenita e le chiese:
- Quanto è prezioso l’amore che mi porti, figliuola?
- E’ prezioso come tutti i diamanti e i rubini e gli zaffiri fanno splendere i tuoi scrigni padre, e mille altri ancora.
Il vecchio re la congedò asciugandosi gli occhi prima di far entrare la minore, la sua prediletta.
La fanciulla gli si gettò fra le braccia piangendo, voi non potete morire, padre, ve lo proibisco.
Il re sorrise e le pose la stessa domanda.
La principessina tacque per un bel pezzo prima di rispondere soddisfatta:
- Vi amo più del sale, padre.
Il vecchio non voleva credere alle proprie orecchie e se lo fece ripetere due volte prima di infuriarsi e urlare:
- Tu eri la mia preferita, ti amavo con tutto il mio cuore ed è questo il tuo modo di ricambiare? Lascia immediatamente il mio regno e non farvi mai più ritorno, io non sono più tuo padre e tu non sei più mia figlia.
La principessa, smarrita e confusa lasciò il castello e si avventurò nel bosco, senza conoscere il cammino. Fu così che a tarda sera, mentre l’oscurità si impossessava di cielo e terra, si ritrovò dinanzi ad una casupola scavata sul tronco di un albero immenso.
Affamata e intirizzita per il freddo, bussò alla porta e dall’interno una voce stridula gridò:
- Avanti!
La fanciulla si ritrovò in una stanza povera ma ordinata e pulita, ad un lato della quale il fuoco scoppiettava in un grande camino. Accanto, stava una vecchia che rimestava un liquido chiaro dentro ad un pentolone.
- Hai fame bambina, siediti e mangia con me, le disse la vecchia.
E così fece. Si sedette e gustò un superbo brodo di funghi. Poi la vecchia le mostrò un giaciglio che pareva fatto apposta per lei e le tese una coperta.
La principessa si abbandonò ad un sonno calmo e continuo.
Il mattino dopo, sempre senza parlare che per l’indispensabile, le due donne cominciarono la loro vita comune. La vecchia le insegnò a riconoscere i funghi sani da quelli velenosi e a raccogliere le buone erbe per cucinare un delizioso brodo. Le mostrò anche dove stavano i frutti più deliziosi e il miele prelibato delle api dei boschi.
Una sera però la vecchia la scoperse a piangere a dirotto.
- Che hai bambina, sei forse infelice qui con me?
- No, vecchia, al contrario, è soltanto che mi sono resa conto che si può vivere senza il sale, e raccontò alla vecchia tutta la storia di come era stata cacciata dal padre, convinto che lei non lo amasse.
- Vedi, mio padre aveva ragione, lui sapeva che il sale non è essenziale e io l’ho offeso.
- Non credo proprio bambina, le disse la vecchia, ma ora vai a riposarti, abbiamo una lunga giornata davanti a noi.

Il giorno stesso nelle cucine del regno si festeggiava. Il vecchio re si era ripreso dal suo malore ma aveva deciso di cedere il trono alle sue due figlie maggiori.
Nelle cucine era tutto uno stovigliare, tintinnare, triturare, battere, spennare. L’allegria aveva contagiato i servi del re che cantavano, preparando il favoloso banchetto.
Ad un tratto però, un urlo si levò limpido sulle cucine.
- Il sale! Dov’è finito il sale? Il cuoco del re credeva di sognare.
- C’erano decine di sacchi di sale nelle riserve ieri, urlava, qualcuno l’ha rubato.
L’uomo si precipitò dal re che lo fece entrare divertito.
- Che cosa è mai tutto questo sbraitare e allarmarsi per dei pugni di sale, vecchio?
- Voi non capite maestà, senza sale non si conserva, non si insaporisce, non si mangia!
- E allora andate al villaggio e domandate ai miei sudditi che ve ne prestino del loro.
Ma il sale era sparito dal villaggio e persino da quelli intorno.
Fu così che il re ordinò al cuoco di preparare il cibo senza sale e senza lagnarsi ché il sale non era certo la cosa più importante.
Il cuoco andò via scuotendo la testa.
Il banchetto fu disastroso. Gli invitati lasciarono le tavole dopo aver dato un solo morso alle carni prelibate, una cucchiaiata ai magnifici intingoli e uno sguardo alle verdure variopinte.
Il re si ricordò delle parole di sua figlia e si rabbuiò.

Nel frattempo la principessina e la vecchia si erano risvegliate e si erano incamminate per un nuovo sentiero.
- Ho bisogno dei funghi che crescono dall’altra parte di questo bosco, bambina.
Avevano camminato per ore ed ore, sino a quando, stanche, si erano fermate a riposare sotto ad un grande albero. In quel momento alcuni cavalieri passavano di là e si fermarono. Uno splendido giovane scese di sella e offrì alle due donne del cibo insipido che aveva nella sua saccoccia, poi le invitò a ad andare nel suo castello, lì vicino, a passarvi la notte. Lungo il tragitto raccontò loro che improvvisamente il sale era sparito nell’intera regione. Nessuno riusciva a procurarsene e questo avrebbe causato dei danni enormi perché con il sale si conservavano la maggior parte dei cibi.
Le donne restarono un mese e un giorno ospiti del re, padre del giovane, e l’ultimo giorno di permanenza il principe, ammaliato dalla sua bellezza e la sua bontà, chiese alla principessa di divenire la sua sposa. Il padre ne fu felice e così anche la vecchia, ma la ragazzina era triste.
- Mi sposerò e mio padre non sarà qui accanto a me, disse al principe. Mi ha cacciata via perché l’ho offeso e non mi considera più sua figlia.
- Andremo da vostro padre e  gli domanderete perdono, poi gli annunceremo il matrimonio!
La principessa annuì felice.
Dopo qualche giorno di viaggio si presentarono al castello del padre. Dei servi accorsero ad accogliere la principessina, e dietro a loro il padre che piangeva come un agnello.
La fanciulla non fece a tempo a chiedere perdono che già il padre la supplicava di accogliere le sue umili scuse per aver sottovalutato la grandezza del suo amore.
- Tu mi ami più di qualsiasi cosa al mondo, figlia mia, l’ho capito solo adesso.
Il mattino delle nozze la vecchia si presentò al capezzale della fanciulla e le disse di esprimere un desiderio.
- Ne ho due, vecchia, e non mi so decidere. Il primo è che tu resti sempre qui accanto a me e il secondo è che il sale riappaia su tutte le tavole del regno.
- Io appartengo al bosco bambina, ma il mio cuore sarà sempre con te perché mi hai saputo amare con l’umiltà dei puri di cuore.
La vecchia partì e quando la sua sagoma fu inghiottita dal bosco il sale riapparve.
E vissero tutti felici e contenti.

postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 29, 2008 09:58 | link | commenti (3)
categorie: favole
martedì, 28 ottobre 2008

La stagione degli ombrelli

Z1669D~Rue-de-Paris-un-jour-de-pluie-AffichesI monsoni parigini sono di ritorno. E con essi una nuova fauna popola la città. Sono rossi, verdi, a quadri, a strisce, a pois, di plastica, di seta, pieghevoli, rigidi, enormi, minuscoli, più o meno disarticolati (colpevole il vento che li sbatacchia qua e là).
Si incontrano, si scontrano, si spruzzano allegramente. Vanno a braccetto o si separano. Si moltiplicano e si riproducono. Alcuni muoiono all'improvviso, e si accasciano sul bordo di un marciapiede, altri agonizzano sventolando le tese a mo' di richiesta d'aiuto. Ammiccano maliziosi dai banchi dei negozietti di cianfrusaglie. Alcuni debuttano già malandati e stanchi del troppo aspettare.
In casa ne abbiamo tre, feriti, ciascuno a modo suo, e ogni volta che li apriamo proviamo una stretta al cuore per le loro condizioni, ma i patti erano chiari fin dal principio, e ci si era detti "nella buona e nella cattiva sorte" e così vanno avanti, piegandosi di tanto in tanto e spendendo qualche lacrimuccia che ci finisce sulla testa e che perdoniamo prontamente.
Ne abbiamo in arrivo uno che sarà quasi certamente rosa. Chissà che non gli sia concessa una maggiore tenerezza da parte della sua piccola, minuscola proprietaria...
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 28, 2008 12:25 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni
venerdì, 24 ottobre 2008

Economa o avara?

posteravare1941Leggo su un noto settimanale un servizio che titola: economi, la nuova tendenza
e l'occhiello (mi sembra si dica cosi) invece: inflazione di avari

Io mi sono sempre messa nella prima categoria anche se altri magari mi hanno piazzato nella seconda e non hanno ancora avuto il coraggio di dirmelo.

Mia madre è una che spegne la luce un secondo prima di lasciare una stanza, non butta un solo avanzo di cibo, contratta ancora sul prezzo delle cose e prima di decidersi ad acquistare un paio di scarpe si assicura che stiano bene con tre quarti del suo guardaroba, accumulato durante decenni, e sempre secondo il criterio appena citato (mi domando quanto sia stata dura per lei scegliere il primissimo paio di scarpe, quando ancora non aveva nulla, ma proprio nulla da abbinarci!).

Da ragazzina detestavo questi atteggiamenti e lasciavo apposta le luci accese, il rubinetto a sgocciolare, un pezzetto di carne nel piatto.
Avevo dodici anni quando comprai un paio di orrende scarpe di vernice rosso vermiglio che non solo facevano a pugni con tutto quello che indossavo di solito (jeans e qualche scamiciato, tutti rigorosamente firmati da oscuri, miseri falsari) ma che al solo guardarle veniva voglia di chiedere a chi fosse saltato in mente di disegnarle.
Tornai a casa soddisfatta. Le indossai per l'intero pomeriggio sotto il suo sguardo avvilito e poi le misi definitivamente a  muffire nella loro scatola.

Il punto è che ora faccio come lei. Spengo le luci, chiudo i rubinetti, detesto gli avanzi di cibo che stanno in frigo per più di mezza giornata, i pezzetti di pane non mangiati. Aborro, detesto, odio l'abbigliamento di marca, i detersivi di marca: tutto ciò che è di marca.
Recentemente sono riuscita a comprare un paio di pantaloni per quattro euro, e sono quasi svenuta quando ne ho dovuto sborsare cinquanta per le prime scarpe di mia figlia.
La commessa deve avermi visto impallidire perché ha subito aggiunto - e questo non è nulla, vedrà quando camminerà per davvero, allora non saranno meno di settanta, e mica due volte l'anno, eh no, si prepari!
Il solo denaro che non vedo partire invano è quello che spendo per libri, ristoranti e viaggi.
Non so come spiegarlo ma mi sembra il necessario e doveroso tributo a quanto di più  sacro mi trovo a celebrare.

Devo dire a mia difesa che ho incontrato tipi più economi di me.
Il mio ultimo co-inquilino dal quale sono scappata con capelli dritti e  gambe levate, aveva l'abitudine di conservare nel frigorifero un'insalatiera sporca. Credendo di fargli un favore gliela lavai un paio di volte, dopodiché mi spiegò che lo faceva apposta per conservare i resti d'olio per la successiva insalata.
Sempre lo stesso mi bloccava nel corridoio per attaccarmi lunghi bottoni  e dopo un minuto che eravamo lì a parlare spegneva le luci con il risultato che durante l'interminabile mezz'ora che seguiva avevo l'impressione di parlare a un fantasma.

Un ragazzo che frequentai diversi anni fa invece, non aveva ritenuto necessario comprarsi una radio o un impianto stereo e la prima sera che cenai a casa sua mi invitò a ballare infilandomi delle cuffie che mi urlavano a pieno volume nei timpani mentre lui ascoltava tutto assorto il brusio che usciva  all'esterno.
Il meglio di sé però lo diede una mia vecchia compagna di scuola.
Una sera in cui eravamo tutte al pub, lei ci raggiunse quando oramai stavamo per andar via ed era tempo di pagare.
Chiedemmo il conto e poi mettemmo i soldi in un piattino per contarli, ma erano troppi.
Ebbene, fu proprio lei, che sotto ai miei occhi spalancati d'orrore, allungò la mano per intascare le poche lire in eccedenza.

Mia madre racconta sempre che per il funerale di mio nonno andammo da Bonnanaro, dove vivevamo allora, a Cagliari per diversi giorni e al ritorno dopo la cerimonia, mentre eravamo tutti un po' malinconici, io che dovevo avere sette anni, me ne uscii con - almeno abbiamo risparmiato per due giorni su gas e luce!

Questo episodio ancora mi fa sorridere, e ancora di più la reazione sorpresa di mamma che ogni volta ripete - io non so davvero dove te la sia andata a cercare, questa idea!

Buon fine settimana

postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 24, 2008 22:29 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni
mercoledì, 22 ottobre 2008

Diario di una gravidanza

 

                                                                                    butterfly17 maggio 2007

























Ieri mattina ho fatto una pazzia.

L’ha detto persino tuo padre che di solito con l'incoscienza ci va  a braccetto; ha detto, non andare, l’autobus è tutto uno scuotere e un sobbalzare di freni, farai ballare tua figlia dentro al pancione! Io però ero irremovibile. Volevo fare un giro per la città, seduta sul retro dell’87, attraversare Bastille, passare davanti a Nôtre-Dame, tagliare per il cuore di Saint Germain, la Sorbonne, il Pantheon per finire aux Champs de Mars, a due passi dalla Tour Eiffel. Sognavo pure il tepore di fine maggio, e poca gente a bordo, nel lungo tragitto.

Invece pioveva, e l’autobus era pieno come un uovo.

Per fortuna mi hanno lasciato  sedere, almeno non hai dovuto sopportare la mia stanchezza, e poi, siccome era quasi impossibile scorgere qualcosa attraverso quei vetri rigati di pioggia, mi sono messa a guardare le persone.

Per prima cosa sono tutte diverse. E’ banale, lo so, ma la diversità fa si che ognuno abbia qualcosa di affascinante, misterioso. Non ti puoi certo annoiare nel guardare la gente. I tratti del viso, le espressioni, la camminata, i gesti ripetitivi, e poi il modo in cui sono vestiti, ciò che portano in mano o sulle spalle. Puoi seguire il loro sguardo, tentare di indovinare dove si posa per volare via e dove indugia, intrigato.

A volte si sofferma proprio sul tuo e allora resti per qualche secondo in imbarazzo e fuggi via oppure offri un sorriso d’intesa.

Alcuni parlano da soli, altri ascoltano i discorsi dei vicini, altri ancora partecipano perfino.

Ogni persona su questo autobus rassomiglia a qualche altra, la madre, il padre, un cugino lontano, e ogni persona ha qualcosa di unico che le appartiene per un diritto inalienabile.

Mi sono così ritrovata a cercarti fra quelle facce, figlia mia.

Mi sono chiesta: sarai come quest’uomo dal viso butterato che dondola nervosamente le gambe di fronte alle mie e che ogni tanto mi guarda la pancia, poi scuote la testa quasi con disapprovazione e poi soffia, sbraita, posando gli occhi sul giornaletto della metro che subito si stanca di scorrere? Avrai la sua stessa faccia disillusa?

Oppure sarai piuttosto la ragazzina che si dondola davanti alla porta d’uscita, mimando una danza sul suo i-pod, e che si cava continuamente di tasca il telefonino sperando in una chiamata? Avrai la sua coda di cavallo, le sue gambe nervose e l’ansia del suo sguardo in attesa?

Ho paura, figlia mia, di dirti troppe bugie, o di dirtene troppo poche.

Che la vita è bella, che stare al mondo è una gran fortuna, che non siamo soli, che la felicità esiste e non è lontana.

Sono tutte bugie sai, tutte bugie che ti dirò insieme ad altre, ancora più grandi.

Ti spiegherò la bontà, la generosità, l’onestà, la coerenza, la tolleranza, l’amicizia, l’amore, la disponibilità, l’empatia e tu crederai che sono quelle che fanno girare il mondo, svegliandoti un giorno con in bocca il sapore amaro del disincanto.

Non capirai il perché di quei racconti, che non corrispondono ad alcuna realtà, meno che meno alla mia. Avrai ragione sai, quando dirai che nulla ha senso, che siamo zattere sballottate dalle onde di un oceano senza terra.

Ti dirò allora qualcosa che potrà forse dare un significato alla confusione.

Gli uomini sono quella confusione. Gli uomini dicono e fanno tutto e il contrario di tutto, persuasi che esista un ordine in questo caos. Ma è il caos la meraviglia, così come lo è la trasgressione ai valori che cerchiamo di imporre alle società in cui viviamo per non farci troppo male l’un l’altro.

Possiamo essere tutto ciò che vogliamo, figlia mia, cattivi, disonesti, avari, egoisti, senza per questo perdere la nostra umanità, e anzi, è in questi comportamenti che la vedremo nella sua luce più limpida.
Non prendere mai su di te la colpa della tua umanità, figlia mia, abbi compassione di te, abbi tenerezza verso ciò che sei, tu, unica al mondo.

L'amore e la felicità, quelle impalpabili farfalle, volteggeranno sempre su di noi, e se pure non riusciremo mai ad afferrarne una, il ricordo delle ali variopinte e della leggerezza, ci farà andare avanti a testa in su, dimentichi del suolo che calpestiamo con fatica.

Non ti prometto che sarai felice, figlia mia, sarebbe un inganno ignobile, ma ti prometto farfalle: di quelle si, ne avrai quante ne desideri.

postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 22, 2008 14:30 | link | commenti (9)
categorie: diario di una gravidanza
martedì, 21 ottobre 2008

L'erotico-political-blogging

Quando ero piccola, diciamo nove, dieci anni, le cose funzionavano semplicemente.
I casi erano due:
tu piacevi a uno che a te  non piaceva proprio per niente (oppure viceversa).
Vi piacevate vicendevolmente.
In ogni caso uno dei due formulava La domanda, nella zona di Sassari era - a ti vuoi ammagare? (ti vuoi mettere con me?) e l'altro rispondeva con un si o con un no (con diverse varianti, ad esempio, mi piaceresti se non fossi così brutto, mi piace tuo fratello, tu mi piaci ma siccome in classe pensano che sei un deficiente non posso mettermi con te, mi voglio mettere con te perché sei l'unico che me lo ha chiesto, mi metto con te se ti soffi il naso, vai vai, e pogghu sei feo!).

Ora, non me ne voglia la persona che mi ha scritto più recentemente, non sono in vena di accanimenti ad personam, ma mi domando: perché quando qualcuno legge un blog che trova interessante si sente obbligato a chiedere una sorta di voto di scambio?
Di richieste ne ho ricevuto a decine e più o meno tutte dello stesso tenore: se io ti bloggo, tu mi blogghi? Ti posso linkare mentre tu linki me? Dai, blog-linkiamoci insieme! Io ti metto l'indirizzo se tu mi clicchi! E così via.

Davvero non capisco il ragionamento che sottostà a questa richiesta e mi piacerebbe sapere da uno "scambista" come funziona e quali sono i benefici di tale pratica.




postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 21, 2008 10:47 | link | commenti (13)
categorie: riflessioni
giovedì, 16 ottobre 2008

Emergenza fischi (fiaschi?)

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Ebbene si, qualche volta anche qui mi sembra di vivere in Italia e ciò che è accaduto in questa settimana nella terra della più grande rivoluzione ha un sapore familiare.
Ma andiamo per ordine. la giornata del 13 Ottobre si apriva, con dichiarazioni provenienti da ogni dove, in seno al governo francese, sul famoso piano di offensiva alla crisi delle borse-banche-imprese-industrie e via discorrendo (nessuna crisi per l'economia reale e la società, ringraziando il cielo!).
Un porta-parola qui, una riunione là e infine il discorso di Sarkozy sul magico piano di salvataggio delle borse. Da quel momento e per due giorni le borse hanno impazzato e sono impazzite per un paio di giorni. Che cosa sia accaduto vallo a capire, euforia, fiducia e poi tutto un vendere e comprare e nel farlo, un racimolare milioni, decine, centinaia di milioni mentre noi ci rallegravamo.
Il presidente della repubblica è stato osannato, divinizzato, proclamato eroe e nuovo messia del pianeta tutto.
Le proposte geniali a favore di un rafforzamento di tali misure fioccavano, una per tutte, permettere ai lavoratori di poter esercitare il loro diritto e non riposare nemmeno la domenica.

Scemata l'euforia, ridiscese le borse, la voce di alcuni economisti illustri cominciava a farsi sentire, una voce che gracidava insensatezze come quella che la crisi è ancora tutta davanti a noi e che toccherà, stravolgerà, la società civile, creerà povertà, aumenterà il divario fra ricchi e poveri.

Ed ecco che avant'ieri sera un fatto inaudito e gravissime ha sconvolto la vita della fiera repubblica francese, un fatto che ci ha tenuto per tutta la giornata di ieri incollati alla radio e la televisione, attendendo sviluppi: la sera del 14 ottobre allo Stade de France, durante l'amichevole Francia-Tunisia l'inno nazionale francese è stato copiosamente fischiato e non solo, alcuni giocatori francesi di origine tunisina sono stati accompagnati da fischi per l'intero incontro.

Scandalo, incredibile, inaudito scandalo!

La giornata di ieri è stata impiegata da tutti i membri del governo per risolvere questa emergenza.
Già di primo mattino Bernard Laporte ( ex allenatore, ancora emerito idiota) segretario di stato per sport e gioventù dichiarava: la Francia non giocherà più con i paesi magrebini!
Due ore più tardi correggeva il tiro: d'ora in poi i match della nazionale si giocheranno in stadi di provincia!

Nel primo pomeriggio riunione del governo al completo, alla fine della quale Roselyne Bachelot, ministro della sanità e dello sport ( idiota patentata e farmacista, sempre guardarsi dai farmacisti) dichiarava: d'ora in poi ogni match in cui la marsiglese sarà fischiata sarà interrotto o addirittura soppresso e la Francia non giocherà contro il paese avversario per un tempo imprecisato.

La giornata è andata avanti
su questo tono fra dibattiti televisivi e radiofonici in cui si suggerivano piani e contro-piani, anche se le proposte più deliranti sono arrivate sempre da personaggi politici.

In conclusione di giornata gli animi si erano apparentemente calmati e le voci di chi minimizzava il magnifico piano di Sarcozy si erano perse nel mare magnum di urla e fischi.

Solo due considerazioni minime: pochi hanno sollevato, e anzi, molti hanno deliberatamente ignorato che la relazione tesa fra la Francia e la Tunisia risale a ferite non rimarginate di un passato coloniale che ancora pesa, e che molti fra coloro che hanno fischiato sono francesi per nazionalità ma vivendo nelle cités si sentono solo degli emarginati e perciò ancora tunisini.
Fischiare un inno nazionale così come bruciare una bandiera è un atto simbolico la cui violenza è appunto simbolica, può dare fastidio, può far riflettere, può essere condannato, ma sempre simbolicamente; non esiste alcun onore dello stato, esiste l'onore che ciascuno di noi si guadagna vivendo. Questo, in un paese libero.
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 16, 2008 10:06 | link | commenti (13)
categorie: politica, riflessioni, francia, sarkozy calcio
mercoledì, 15 ottobre 2008

E' morto Saviano: viva Saviano!
saviano
14 Ottobre 2038: stamattina il corpo del giornalista Roberto Saviano è stato ritrovato in aperta campagna, nei pressi del quartiere Scampia di Napoli.
Il giornalista, residente in Francia da una trentina d'anni era a Napoli per salutare parenti a familiari. Ospite di un cugino, era uscito la sera prima per una cena con amici e mai più rientrato a casa. I carabinieri hanno cominciato le ricerche alle luci dell'alba e hanno subito ritrovato il suo corpo privo di vita grazie anche a una denuncia anonima.
Con il suo libro-denuncia "Gomorra" nel 2006 Roberto Saviano metteva nero su bianco la sua inchiesta personale sul mondo della camorra. Nel suo libro c'erano i nomi, i cognomi, i luoghi, gli atti.
Pago' questo coraggio ai limiti dell'incoscienza, prima con un enorme successo di pubblico e di critica, velato forse soltanto nel suo paese, dove ci si dibatté con veemenza sul dubbio se la sua fosse letteratura, giornalismo o un ibrido illecito, in seguito con la protezione della polizia e la conseguente perdita della libertà, infine con la vita.
Nel 2008 il suo libro divenne un film, realizzato da Matteo Garrone: vinse il Gran Premio della giuria a  Cannes e fu coronato dall'Oscar a Hollywood.
Nello stesso anno, stanco di nascondersi e dopo le ennesime minacce del clan Casalesi, scrisse lettera di sfogo sul quotidiano Repubblica e lascio' l'Italia.
Da allora continuo' a indagare, scrivere e mietere successi ma sempre con il rimpianto di non vedere un seguito alle sue inchieste sulla Camorra, se non, paradossalmente, nel 2028, nell'elezione di un presidente del consiglio direttamente imparentato con il solito clan dei casalesi.
Ci lascia un valoroso, a cui forse concederemo l'onore delle armi e la gloria solo ora che tace.

Roberto Saviano riposi in pace, e chi l'ha ucciso e chi, con parole opere od omissioni, ha favorito la sua morte, non si dia pace.
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 15, 2008 09:30 | link | commenti (19)
categorie: breaking news, gomorra, saviano
martedì, 14 ottobre 2008

Entre les murs
(la classe)
entre_les_murs_haut
Diversi anni fa fui invitata da un amico ad una cena. Non conoscevo nessuno fra i convitati, quasi tutti insegnanti, e ricordo ancora le impressioni sgradevoli che ricavai da quella singolare serata.
Gli insegnanti, per lo più colleghi, parlavano del loro lavoro come un inferno e degli alunni come dei mostri. Forse esagero e forse non tengo conto di quello che non dissero e che era implicito per tutti loro, come per un genitore quando racconta agli amici, genitori anche loro, di quanto sia pesante la vita con un figlio e tace invece dell'amore che ha per lui e delle gioie che l'altro gli procura perché sa che gli altri conoscono anch'essi il lato più splendente della medaglia.
I miei ricordi della scuola, del liceo soprattutto, sono fatti inoltre di severità, silenzi, disciplina, rispetto per gli insegnanti (che lo meritassero  o meno).
Pensai quindi che i mostri fossero loro. Che non sapessero fare il loro mestiere e non sapessero farsi rispettare. Ebbi poi diverse occasioni di confrontare altre esperienze, quelle di amici e conoscenti e il cui risultato si avvicinava molto a quella funesta cena.
La classe ha confermato il cambiamento di rotta.
In una scuola media del 20° arrondissement (il più multi-etnico della città) facciamo la conoscenza di alcuni adolescenti e dei loro professori nello svolgersi ordinario di un anno scolastico.
Diverse sfaccettature sono presenti in questa rappresentazione che si vuole realistica (e che lo è, a giudicare dal parere esperto dai miei amici che insegnano nelle banlieues).
Le difficoltà degli insegnanti a gestire umanamente e scolasticamente dei ragazzi che non conoscono alcun rispetto né per il mondo degli adulti, né per la funzione svolta dai loro professori, né tantomeno per il luogo dove sarebbero chiamati ad acquisire il sapere e il saper fare.
La difficoltà dei ragazzi a comprendere l'apparente nonsenso della scuola, in un mondo caotico, in cui altri valori hanno la priorità, in un luogo dove farsi rispettare, o meglio, non farsi calpestare, esistere, è il primo dictat, e a gestire il subbuglio ormonale dell'adolescenza che già di per sé dovrebbe essere considerato un lavoro a tempo pieno.
In questa classe durante lo svolgersi delle lezioni altri avvenimenti, all'apparenza estranei, sconvolgono il ritmo abituale. Uno degli alunni diviene sempre più violento e insofferente. Delle tensioni razziali si aggiungono a quelle già esistenti fra i vari gruppi in cui la classe si suddivide.
Il professore tenta, per la maggior parte del tempo con successo, di portare avanti un programma e una linea che tengano conto degli alunni, della loro unicità ma attraversa anch'egli dei momenti di sconforto e in uno di questi compie un gesto di debolezza che in qualche modo precipita la situazione e lo costringe a prendere una decisione dalle conseguenze pesanti per il ragazzo in questione.
L'anno termina, recando con sé la leggerezza delle vacanze promesse e di ciò che nonostante tutto si è appreso gli uni dagli altri ma anche il peso delle difficoltà a ffrontate e a volte mai superate.

Sono uscita dalla sala con il cuore gonfio di angoscia e tenerezza. Ho pensato che non manderò mia figlia a scuola, ho pensato che la vita è davvero confusa e dura per gli adolescenti, ho pensato che avrei un terrore furioso di fare l'insegnante.
Il dono della speranza è arrivato dalla persona che ha visto il film con me,ex insegnante, la quale all'inizio non voleva saperne e poi si è divertita, ha sorriso, ha riannodato, sul filo dei ricordi, l'affetto per i suoi alunni, ed è uscita dalla sala con il cuore triste e allegro, come me.






postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 14, 2008 12:07 | link | commenti (7)
categorie: recensioni, riflessioni, cinema, francia
domenica, 12 ottobre 2008

Crisi benefica?

Da qualche tempo cio' che ci tiene incollati alla tv non sono i film o i reality-show ma piuttosto il prezzo del dollaro al barile e in questi ultimi giorni la crisi delle borse di tutto il mondo.
La mediatizzazione data all'evento sembra allontanarne la verità, (quale verità non lo sappiamo ancora visto che nessuno pare capirci nulla) e trasformarlo in un nuovo intrattenimento.
E cosi' rimbalziamo da Tokio a Parigi, da New York a Londra fra cifre negative che battono nuovi record.
Non sappiamo davvero da dove le bombe di questa nuova guerra potranno arrivare perché le vediamo sganciare ma non sentiamo il rumore né vediamo il fumo alzarsi all'angolo della strada.
Attendiamo, silenziosi, eccitati dall'avvenimento, quasi orgogliosi di esserci, di partecipare per la prima volta ad un evento catastrofico che per ora non pare ferirci.

Mi sembra che questa crisi, come ogni crisi, sia maturata in un sistema che non poteva reggersi in eterno, che aveva sfruttato ogni risorsa ed era giunto al limite delle sue possibilità.
Mi sembra anche che dovremmo rallegrarci di ogni nuova crisi. forse rallegrarci non é il termine più appropriato ma rende quell'entusiasmo che dovremmo possedere quando ci troviamo faccia a faccia, corpo a corpo, con una novità sostanziale.
Una crisi, se da un lato mette in discussione il nostro passato, ci permette pero' di riflettere sulle cause che l'hanno prodotta, sugli errori commessi e infine sulla direzione da prendere per il futuro.
Mi fa sorridere il fatto che crediamo di vivere in un mondo complesso, quasi ingovernabile, ma poi ritornano le parole di sempre, fiducia, speranza, disperazione, sfruttamento, insensibilità, solidarietà.
L'uomo, insomma.

Nei limiti del rispetto di coloro subiranno forti contraccolpi economici da questa crisi e che, come spesso accade, saranno i soliti a subirne le conseguenze maggiori, auguro buona crisi a tutti.
postato da: sabrinamanca alle ore ottobre 12, 2008 09:52 | link | commenti (3)
categorie: politica, riflessioni