L'altra figlia
Mentre sono qui a ticchettare sulla tastiera lei è a pochi passi da me.
Solo un muro ci divide.
La sento gridare. Sono urla inarticolate, disperate.
Non è mia figlia, è figlia d'altri: Sandrine.
E' nata a pochi giorni di differenza da Juliette, quarant'anni prima di lei, ma è una bambina; curiosa, dispettosa, generosa, gelosa, una bambina insomma.
La mattina urla sempre al momento di alzarsi e ancora più forte quando deve fare la toilette.
I genitori spesso si scusano per il disturbo ma noi non ci sentiamo disturbati.
L. mi ripete, loro si sono certamente fatti una ragione e soffrono molto meno di quello che immagini, e io convengo pure sul fatto che hanno gioito e pianto di tutto cio' che Sandrine aveva loro, ha loro da offrire.
Ma quando li vedo tutti e tre nella hall del palazzo, quando si fermano a coccolare Juliette e la mamma di Sandrine cerca di farla interagire con la mia bambina, non riesco a non sentire una stretta al cuore.
So che questo non è il modo giusto di vedere le cose.
Quante volte ho ripetuto che la felicità, o almeno la serenità, non sta mai dove la vediamo, nei luoghi comuni della salute della ricchezza, dell'apparente spensieratezza!
Quante volte ho constatato la verità di cio' che andavo dicendo!
Eppure sentire quelle urla la mattina mi vela il sorriso. Vedo gli occhi della madre di Sandrine, il suo primo sospiro, il suo raddrizzare la schiena per affrontare il nuovo giorno.
Chissà che la tristezza non sia solo la mia...lo spero.
Un uomo nel mio letto
Ieri mattina me lo sono ritrovato, a sorpresa, fra le lenzuola, mentre scorrevo sullo schermo del pc il rendiconto mensile della mia carta di credito.
Potrebbe essere una donna, direte voi, io però lo escludo. Se fosse stata una donna avrebbe speso diversamente i miei soldi!
Primo: un acquisto da quasi 300 euro sul sito www.mypix.com leader europeo delle stampe foto digitali su internet!
Vado per curiosità sul sito per capire che diavolo può aver comprato per quella cifra
.
Si sarà fatto fare una gigantografia della mia carta di credito? Oppure avrà riempito la casa di gadgets con le foto della mia faccia quando ho scoperto la sua presenza?
Secondo: questo è banale, si è ricaricato il telefono per soli 70 euro. Un tizio che manca d'iniziativa, mi pare. Io avrei direttamente cambiato il cellulare visto che pagava mamma.
Tertio (come dicono qua): questo glielo riconosco, è un colpo di classe. 100 euro in una bottega chic ma che più chic si muore.
Mica un banale venditore di praline, un vero fleuriste du chocolat.
Volete mandare rose alla vostra morosa, beh, dimenticate il fioraio all'angolo.
Da Thierry Bonnet potrete scegliere una composizione del bouquet con i colori, gli odori e i sapori che soddisferanno gli occhi ancor prima che il palato.
Detto questo ho passato la mattina a tentare di bloccare la carta di credito per impedire a questo galantuomo di prosciugare il mio conto già magruccio e, en passant, ho visto il delizioso lezioni di cioccolato il quale mi ha confermato che anche noi sappiamo fare delle commedie all'americana (all'italiana) quando vogliamo.
Gomorra

Sono trascorse due settimane.Volevo lasciar passare del tempo per capire che cosa sarebbe rimasto, che cosa avrebbe sedimentato, che cosa sarebbe sparito senza lasciare traccia di questo film.
Sono entrata in sala senza un'idea precisa. Da un lato avevo il libro di Roberto Saviano (che non ho letto ma di cui ho sentito tanto parlare) e dall'altra i documentari di Michael Moore.
Mi aspettavo una cronaca "verista" girata con la camera a mano e tanto di interviste, documenti e cifre, oppure, al contrario, una di quelle pellicole patinate ( parlo qui della pellicola reale) che rassicurano lo spettatore sul fatto che se davvero qualcosa è accaduto, non è certo qui né ora.
La prima sequenza è fulminante. Martin Scorsese nei suoi momenti migliori, si è detto. Alcuni uomini sono dentro a un centro di bellezza a farsi lampade e manicure quando un gruppo di un clan rivale irrompe e fa una strage. Le luci, la musica, tutto contribuisce a farci comprendere chi sono questi personaggi e i loro nemici.
Il paziente lavoro fattoda Matteo Garrone e gli sceneggiatori sul libro di Roberto Saviano è stato quello di ricamare alcune storie emblematiche su che cosa è e come vive la camorra.
In palazzo-città di periferia vive un ragazzino, figlio di un camorrista che sconta in prigione la sua pena. Il figlio sogna invece di lavorare per il clan rivale di suo padre.
Un sarto che lavora in nero riproducendo per una piccola azienda pezzi unici di prêt-à-porter cede alle lusinghe di una ditta di confezioni cinese e va a dare lezioni di taglio e cucito ricamando così la sua condanna a morte.
Un giovane laureato in economia diventa l'assistente di un commendatore che si occupa di scaricare rifiuti provenienti da tutta europa nell'area campana.
Due ragazzi, cani sciolti, sognano sulle orme di scarface di entrare nel giro e diventare i boss dei boss.
Il contabile del quartiere va in giro a pagare i camorristi in prigione. Resterà immune da ogni supplica e minaccia fino a che un giorno dovrà scegliere con quale clan stare a rischio della vita.
L'intreccio delle storie si forma e si dipana con perizia e pazienza nelle due ore abbondanti di proiezione senza mai stancare. Se pur vi è qualche passaggio a vuoto o talvolta un indugiare non necessario lo si avverte solo vagamente perché la tensione che lo percorre è trascinante
Vi sono numerosi riferimenti a pellicole nel genere, e anche al neorealismo.

Basti citare la splendida sequenza dei bambini che trasportano i camion giù per la discarica.
Vi è spazio per De Sica e Chaplin nella poetica storia del sarto.
Parliamo di cinema con la C maiuscola, insomma.
Altri sentimenti oltre al senso d'orgoglio per il nostro cinema sono stati quelli che hanno accompagnato questa storia. Una tristezza, un'amarezza, profonde. Un senso di ingiustizia e impotenza che mi salivano alla gola con una voglia di urlare.
Mi sono ricordata di un'amica che mi parlava della sua fuga, via dall'Argentina:
sapere che quegli eventi, quegli atti che fino ad allora avevo attribuito ad altri paesi che non il mio, a luoghi primitivi, arretrati, lontani, sapere che tutto questo ora accadeva al mio paese, ed era alla mia gente che accadeva, ed era la mia gente che lo compiva e lo permetteva, questo mi ha quasi ucciso.
E' da due settimane che quell'amaro mi rumina in bocca, e non se ne vuole andare.
Sabato (e domenica)
Mi piace lavorare di sabato. C'é nell'aria come una festa, e un silenzio quasi perfetto. I pochi passanti per strada bisbigliano e si guardano intorno come se d'improvviso scoprissero la città in cui i loro passi rallentano dopo tanto affrettarsi.
Guarda, Notre-Dame! indicano meravigliati, cosí come il turista che con i suoi bagagli annaspa a pochi passi.
Mi piace, sto scoprendo, lavorare in una stazione. Tutte le storie che si raccontano sono più dense, a causa della fretta ma anche del continuo andirivieni, del avvicinarsi e poi allontanarsi, e poi di nuovo, in un equilibrio ballerino che costringe alla sintesi.
Mi piace l'atmosfera delle botteghe, concentrate in pochi metri quadrati. Giornalaio, panettiere, e perfino un calzolaio.
Ho quasi la sensazione che una mano invisibile mi indichi la gente attorno a me e mi sussurri: osserva, impara.
E questa domenica mattina, questi attimi furtivi, in cui tutti dormono e io scrivo, mi sembra quasi il paradiso.
L'orecchio all'erta, pronto a captare qualsiasi rumore, nella testa il richiamo della biancheria da lavare.
Mi sento una ladra che a ogni lettera battuta su questa tastiera accumula un pezzo del suo bottino. Fiuto il rischio della mia intemperanza.
Dico, ripeto spesso "quasi". E lo sono anche io "quasi".
...Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
I pensieri intimi e lo square
Stamattina sono passata davanti a quello che fu l'atelier di Alberto Giacometti.

Dicono che l'entrata fosse piuttosto dalla rue Hyppolite Maindron, al 46, ma da quella parte non c'è nemmeno più un portone, solo un cancello scuro.

Al 51 della rue du Moulin Vert c'è una porta

e su in altro due enormi finestre

e niente altro.
Si sa, si racconta di interminabili serate fra artisti, si parla di questo atelier come di un luogo leggendario.
Sono racconti, sussurri impalpabili.
Ogni tanto, mentre tentavo maldestramente di scattare qualche fotografia, dal tetto un piccione svolazzava giù verso lo square di fronte.
Io cercavo Giacometti e non sapevo dove trovarlo.
Su internet e sui libri, certo, ma come sapere a che pensava mentre guardava attraverso le finestre? Come essere con lui mentre di spalle alla luce e agli schiamazzi dei ragazzini lavorava di scalpello su uno di quei corpi longilinei, quasi ombre di controluce?

Ogni tanto doveva pur voltarsi a dare uno sguardo in basso, verso lo square,

soffermarsi a seguire il persorso di una palla o di una madre che teneva per mano il suo bambino

o ascoltare le voci che provenivano dal piccolo mercato di quartiere.
Mi è presa la malinconia stamattina, nel vedere che nulla, se non il passaparola, indica che qualcosa è accaduto in quell'angolo di strada, qualcosa che molti percepiscono come vera e importante, come solo la bellezza sa essere.
Mi è presa la malinconia nel pensare a tutti quei pensieri che attraversano i luoghi, li riempiono, e poi basta un alito di tempo per cancellarne ogni traccia.
Le lacrime di malinconia stamattina, le ha sferzate giù per le guance questo autunno incalzante.
Mattoni
Pensavo a mia figlia. Fra qualche tempo potrò riconoscere in lei alcuni dei miei tratti. O l'opposto di essi. Credere di essersi costruiti da soli, cosa che ho sempre pensato di me, è in parte lecito. Ma solo in parte.
I mattoni che hanno tirato su l'impalcatura, sia essa solida o vacillante li abbiamo forse messi da soli, con le nostre mani, ma erano pur sempre mattoni che sottraevamo a chi ci stava intorno. Man mano che il tempo passava i nostri genitori perdevano qualcosa che noi acquistavamo da loro.
Ora, anziani, non hanno più il ricordo che a noi brucia dentro, di ciò che ci ha ferito, e versato sale nelle ferite.
Chiedo ancora a mia madre il perché di certi atteggiamenti e lei mi guarda come se parlassi della luna. Non finge, non ignora. Non capisce. Ecco tutto. Eppure me lo devo, lo dobbiamo a noi stessi, costruire un'impalcatura ha bisogno di leggi fisiche, e noi abbiamo necessità di qualche nozione di architettura o almeno di geometria.
***
Diversi anni fa avevo cucinato della carne alla piastra per il mio ragazzo del momento. Era forse troppo cotta o cruda, non ricordo bene. Cominciò a mangiarla, poi mi disse, non la voglio così, e smise di mangiare. Gli offersi dell'altro ma lui insistette, davvero, non ho fame.
La mia reazione sfiorò la follia. Lo aggredii convinta che mi stesse umiliando e punendo.
Impiegai qualche anno a ricordare che da ragazzina mettevo su la pasta per i miei e spesso mi sbagliavo con il sale o la cottura. In tal caso mia madre lasciava il piatto pieno e rinunciava a mangiare.
Dio sa perché faceva così ma io ne soffrivo da morire.
Ieri mi è tornato in mente tutto questo e mi son chiesta quanti, fra gesti di mia figlia, nell'età adulta, saranno diretti a me, anche se di fronte a lei ci sarà qualcun altro.
Di fretta
Nuovo lavoro, nuovo tragitto, nuove abitudini da prendere per qualche mese.
In questi giorni corro e soffro. Mia figlia ha il suo primo raffreddore e io il mio primo cuore spezzato dal suo naso chiuso.
Non lavoro tanto lontano da casa e il quartiere è davvero gradevole, grazioso.
Prendo un autobus ma poi proseguo per dieci minuti a piedi.
Attraverso il ponte Charles De Gaulle, il ponte sulla Senna costruito più di recente a Parigi. Dietro di me il grande orologio della Gare de Lyon. Alla mia destra la passerella per la métro, linea Nation- Etoile.

In lontananza Notre-Dame de Paris

Ecco che arrivo a destinazione, separate da un ponte, la Gare de Lyon e quella di Austerlitz seminano un viavai di valige e viaggiatori che zigzagano e si perdono fra la folla dei lavoratori mattutini.

Eccomi al semaforo, attraverso la strada e sono proprio di fronte al

Ancora qualche istante e poi dovrò cominciare a "faticare". Entro in stazione.

A stanotte!
Le marine
Diffido delle Marine. Di solito il mare è una pozzanghera oppure non c'è proprio.
Questo pomeriggio tuttavia siamo andati a fare una passeggiata vicino a casa, alla:
come si può ben vedere non c'è un briciolo di mare, ma solo acqua verdastra nonostante il cielo azzurro, e le caratteristiche imbarcazioni della Senna, bateaux-mouches

e peniches. Queste ultime sono delle imbarcazioni caratteristiche delle rive della Senna. In esse si trovano, bar, disco-bar, ristoranti, night-club

ma anche una selva di fiori, come in questo grazioso battello color malva.

Il batofar, il barcone rosso, è abbastanza conosciuto come night-boat

Avrete intuito che non ho certo fatto il bagno in quell'acqua fangosa, in compenso il sole picchiava con i suoi 25 gradi e la mia cervicale si è rifatta viva.
Buono e cattivo tempo
Ieri mattina uno sfondo azzurro cielo rallegrava la distesa di palazzi e canne fumarie che come funghi spuntano ogni dove nel mio quartiere.
Si vedeva la chiesa-moschea (tutti quelli che si affacciano dal mio balcone la prendono per una moschea),
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e ancora la Tour Montparnasse e la Bibliothèque François Mitterand.

Ho preso queste foto come una prova irrefutabile che ogni tanto, anche qui...

Oggi quel manto di azzurro se n'è già volato via a rischiarare altri cieli.
Per compassione, verso me stessa soprattutto, non ho preso altre foto.
Libertà
Non avrò mai abbastanza tempo né intelligenza sufficiente per comprendere il significato di questa parola.
Intendo perfettamente però la parola prigione.
Sono stata all'Asinara in occasione del festival pensieri e parole.
Un concerto di "canzoni dal carcere" ha aperto la serata nella quale, ospiti Neri Marcoré, Lella Costa, e sopratutto Domenico Procacci, Antonello Grimaldi, e Sandro Veronesi, autore del romanzo, in diretta telefonica (o meglio, al cellulare in viva voce), si proiettava sotto le stelle "caos calmo". Il film l'ho trovato davvero brutto.
Credo che ogni volta che si legge un libro e poi (o prima) si guarda la pellicola da cui è stato tratto non ci si possa esimere da fare dei paragoni.
Cerco sempre di tenere a mente che sono due opere completamente diverse. E, se mai, mi interessa come il testo è stato lavorato, e che cosa ha prodotto a livello cinematografico.
In questo caso avevo a fianco a me qualcuno che non aveva letto il libro e non ho avuto bisogno di annotare tutte le pecche perché la suddetta persona con i suoi commenti ha espresso in parole ciò che pensavo. Un film davvero brutto, ripeto. Uno svolgimento della trama che tradisce gli intenti dell'autore rendendo la "morale" della storia molto più banale di quanto non lo sia nel romanzo, un Nanni Moretti sempre uguale a se stesso, diverse scene incomprensibili, tra cui quella famosa dell'"amore al rovescio".
Ma del resto Antonello Grimaldi dirige fiction in tv e altro non gli si dovrebbe domandare, altrimenti si corre il rischio di fargli nutrire delle ambizioni cinematografiche.
Ciò che mi ha enormemente impressionato prima che avesse inizio la serata è stata la visita al carcere.
Prima di entrare mi dicevo che se proprio mi avessero messo in prigione, è proprio lì che avrei voluto accadesse. Un cielo, un mare, un panorama da sogno. Tutti elementi che aiutano a fare spazio dentro di sé per accogliere altro rispetto alla realtà del giorno prima. I colori del supercarcere, così "marini" creano l'impressione di una villeggiatura, una colonia estiva con sorveglianti dotati di fischietto e nanna alle nove. Una volta dentro però, tutto cambia.
Le celle sono piccole e buie. Dalle feritoie è difficile distinguere i colori là fuori, così come respirare l'aria frizzantina del primo mattino. Il cortile è bianco di calce e il muro troppo alto per vedere oltre.
Mentre una ex agente carceraria ci raccontava la storia della prigione e si inoltrava per le ali dell'edificio, io continuavo a tenere d'occhio le via di fuga, temendo di restare intrappolata lì dentro.
Qualunque sia il crimine, la prigione basta e avanza, ne sono ancora più convinta.