L'occasione è stata un semaforo che da rosso, per me, è diventato verde mentre ero proprio in prima fila. 

Ci fermammo per mangiare un panino e ci separammo per un po'. Ognuno prese una direzione diversa. Le prime vetrine che vidi mi diedero l'impressione che il tempo qui non avesse fatto una capatina da almeno cinquant'anni. Vecchie bambole, macchine da cucire, camicie di foggia neo-vittoriana. Poi passai davanti alla prima libreria. Libri, nuovi e d'occasione.
Visitai, una ad una, ogni libreria, rovistai, ammirai, dimentica del tempo che oramai ero sicura si fosse davvero fermato per causa di forza maggiore. Acquistaidiversi volumetti, una raccolta di racconti di E M Forster, di Guy de Maupassant, una vecchia copia di "great expectations" di Charles Dickens. Lasciai, lo rimpiango ancora, un volumetto delizioso, una vecchissima edizione anch'essa dell'Inferno di Dante.
Seguendo la vista lontana di una sorta di castello che dominava il villaggio mi ritrovai nel suo cortile. Le mura di cinta erano stipate di scaffali con dei libri ammassati sopra. Pioveva sempre e i libri erano umidi e incollati l'un l'altro. Sempre incredula mi accinsi ad un'opera di riordino. Mi pareva un tale affronto lasciare questi testi incustoditi e per di più a rovinarsi così! 
Attraversammo questo delizioso fiume nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate e ancora una volta ebbi la sensazione di infilarmi fra le pagine d'un conte de fées.
Ne conoscevo la musica da bambina. Da ieri sera posso associare quella colonna sonora ad uno splendido film: rigoroso, asciutto, misurato, e per questo grandioso. Nemmeno per un attimo ho avuto la sensazione di un modo di fare cinema superato, semmai proprio il contrario. Qui, alla Caserma, accettiamo la fortuna e la sfortuna come vengono, perché sappiamo che non abbiamo scelta.
Ed ecco perché siamo numerosi sulla Strada, questo pomeriggio.
Il Tour de France, con le sue biciclette e i suoi campioni passa attraverso la Città, passa attraverso la Strada, passa davanti alla Caserma.
Per dimenticare, per riempirci lo spirito svuotato di immagini, di suoni, di sogni, vogliamo davvero vederlo passare, questo famoso Tour de France. E vogliamo incoraggiare Antonio, il padre di Juliette, il nostro campione.
Senza muoversi d’un passo, ben inteso.
E senza vedere.
Lui pedala. Ascolta la radio. Noi lo incoraggiamo. Siamo sempre più numerosi attorno a lui. Più lontano, davanti alla Fabbrica, ci sono gli scioperanti che urlano.
La carovana del Tour de France passa. Le ragazze dentro alle auto lanciano ai bambini dei giocattoli, dei cappellini, delle pubblicità.
Poi aspettiamo. Almeno un’ora. Il sole sale molto alto nel cielo.
Il povero Antonio, soffre, soffia. Per fortuna si tratta solo di una tappa in pianura.
Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d'un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo 'e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.
- Santone, coraggio, andiamo alla festa - gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza. Continua