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mercoledì, 30 luglio 2008

Il mio vocabolario

di lingua francese si arricchisce molto lentamente, molto più lentamente di quanto non si impoverisca quello italiano (almeno momentaneamente).
 Le acquisizioni di nuovi vocaboli avvengono per accumulazione, nel senso che leggo e sento pronunciare una parola (e ne comprendo il senso) un centinaio di volte prima di usarla senza doverci pensar su o forzarmi.
Le cose si complicano con i falsi amici e le frasi idiomatiche:
"normalment", ad esempio, corrisponde all'italiano "in teoria",
"en effet" si traduce con "infatti" e mai con "in effetti".
"putain" e "merde" vanno a rimpiazzare il nostro cazzo e porc...e qualsiasi altra bestemmia o insulto,
"n'importe quoi"( letteralmente non importa cosa) sta per "cazzate",
"j'ai failli tomber, arriver  en retard, m'endormir "(letteralmente ho fallito cadere, essere in ritardo, addormentarmi) significano "per poco non cado, non arrivo in ritardo, non mi addormento"
"viens à cette fête, cela risque d'être sympa,intéressant, amusant" (letter. vieni a questa festa, la quale rischia di essere simpatica, interessante, divertente) sta a significare "è probabile" (in senso positivo),
"se faire agresser, tuer, tabasser" (letter. farsi aggredire, uccidere, picchiare) sta per "venir aggrediti, uccisi, picchiati.
E così via...

Mi capita quindi ogni tanto, di sorprendere un nuovo vocabolo o un'espressione che, quatti quatti, si aggrappano alle mie corde vocali e d'improvviso, boom, escono rapidissimamente, lasciando stupita perfino la sottoscritta.
L'ultima volta è capitato qualche giorno fa, e l'espressione che è entrata ad arricchire il mio poco notevole bagaglio espressivo, è assolutamente, invincibilmente, imprescindibilmente francese: houlala! (in italiano suona ullallà!).

semaforo rossoL'occasione è stata un semaforo che da rosso, per me, è diventato verde mentre ero proprio in prima fila.
Oramai mi sono abituata al colpo di clacson che preventivamente uno o più colleghi automobilisti si premurano di suonare, possibilmente qualche secondo prima della scomparsa del rosso, e quindi non ho fatto ruggire il motore per lanciarmi nella mischia dell'incrocio.
E meno male, perché, davanti a un verde brillante e davanti alle nostre facce allibite sono passate
una...

due...tre,


quattro...cinque


sei,

                         sette...
 
                                                             ...otto,

ben otto auto con il rosso!!!

semaforo verde
Solo dopo averle diligentemente contate e solo dopo l'ottava, più qualche secondo per attendere l'eventuale nona, ho provato d'affacciarmi (mia figlia era con me) all'incrocio e l'unica espressione che mi è uscita dalla bocca, l'unica che corrispondesse agli stati d'animo che si sono succeduti nel mio cervello di donna al volante è stata proprio: houlala!!!
Che significava, stupore, rabbia, indignazione e infine un rassegnato e ironico disgusto.

Tutto questo mentre alcuni clacson nelle retrovie mi incitavano a scendere nell'arena.
In fondo la vita non ha senso se non si prende qualche rischio, non pensate anche voi?



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 30, 2008 17:30 | link | commenti (12)
categorie: riflessioni
lunedì, 28 luglio 2008

Mia figlia

è bella.
Non c'è alcun dubbio.
La sua è una bellezza limpida, senza oppositori.
A nove mesi possiede le rotondità che a sedici anni porterebbero al suicidio più d'una adolescente ma ora, ora fanno cadere in deliquio tutti coloro che le capitano sotto tiro.
La pelle è di burro.
Gli occhi sono chiari, lunghi, larghi occhi chiari, con splendide ciglia folte e nere e un'arcata superbamente disegnata.
La bocca è una ciliegia matura che spunta proprio nel mezzo di due gote rosee e ben pasciute.
Come i bambini delle pubblicità, direte voi.
Come ce ne sono tanti. Belli, biondi, un po' scontati.
Di quelli che vi stanno persino un po' antipatici perché così, così è troppo facile, così non c'è gusto.
Perché voi magari li preferite brutti, gli anatroccoli di nove mesi, pelosetti, magrolini, nervosi, oppure lievemente obesi, ma uguali a quel papà con la faccia da gufo, (ma proprio da lui dovevano prendere, la madre in fondo non è malaccio...) e del resto il bimbo non ne ha colpa, poverino, mica si è fatto lui!
Si, decisamente quell'esserino lo preferisco, direte voi, soddisfatti.
Ed è lì che mia figlia vi mette tutti nel sacco.
Perché mia figlia, quando passerete per strada e distrattamente la reperirete con il suo cappellino color malva calcato sulla testa, con il suo vestitino verde con tutti gli animali della foresta e il succhiotto rosso in bocca, beh, a quel punto, mia figlia vi avrà già individuato e avrà deciso che sarete suoi.
Voi la guarderete una seconda volta, con più attenzione, perché è bella, e la bellezza riempie momentaneamente lo sguardo e lo stomaco, ma anche lei vi starà già puntando; con un'esitazione, un'incertezza che scomparirà nello spazio di qualche istante lasciando il posto ad un sorriso tenero, trionfante, e trionfale.
Voi vi domanderete allora, ma la bimba guarda proprio me?
Magari vi volterete rapidi per assicurarvi che quegli splendidi occhi, quelle labbra che si dischiudono mostrando il brillio di due piccole perle siano proprio rivolti verso di voi, ma non farete più in tempo a difendervi.
Già siete a pochi centimetri dalla creaturina e dalla madre (che se chiedesse un centesimo a tutti quelli che si avvicinano dichiarerebbe un reddito da nababbo) a ripetere con meraviglia - mammamia, ma quanto è bella questa bambina, ma che delizia, e poi, è così simpatica, e buona...
Non è che sia simpatica o buona. E' sorridente e tranquilla (mediamente), ma tant'è.

La sua bellezza, quella che vedono gli altri, la comprendo.
Ma la bellezza che vedo io, ne sono intimamente certa, sarebbe la stessa se lei non avesse questo aspetto da bambina della pubblicità.
E' una bellezza che viene da altri luoghi che non la sua apparenza.
E' fatta più di odori, sapori, di tatto.
E' una sorta di eruzione, di vampa, di maroso.
E non è una bellezza senza pericoli anzi, proprio il contrario.
E' una bellezza, terribile, senza scampo, senza pietà.
Una bellezza che può mettermi in ginocchio in qualsiasi momento.
Una bellezza che può uccidermi.

E quando passeggio per strada con mia figlia, anche io scruto i passanti attorno a me, per vedere se fra di loro ci sia qualcuno che intuisca, deduca, comprenda, che me ne vado a spasso con la mia assassina fra le braccia.

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 28, 2008 15:43 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni
domenica, 27 luglio 2008

E' finita

per il momento. Ho terminato anche l'ultima pagina del libro che mi sono messa in testa di tradurre.
Sono contenta. Perché il libro è bello. Perché lo potrò far leggere in italiano a persone alle quali spero piacerà. Ora devo rivedere il tutto. Non so bene come muovermi. Forse dovrei lasciarlo da parte per qualche tempo, forse al contrario, devo approfittare del fatto che ogni frase è come se la abitassi, camere cucina, servizi, vantaggi e inconvenienti, tutto.
postato da: sabrinamanca alle ore luglio 27, 2008 19:30 | link | commenti (3)
categorie: traduzione, romanzi
martedì, 22 luglio 2008

Y Gelli

hay 4







Era l'autunno del 2003 e io vivevo in Inghilterra o per meglio dire, a casa di mio cugino, perché da lì raramente mi schiodavo, da tre settimane.
Ero partita con una sensazione di trionfo che si era molto scolorita di fronte a quella lingua che non capivo, quella gente che correva come un cavallo condotto a suon di frusta, quella pioggia pedante che appiccicava un grigiore denso un po' ovunque. Mio cugino ripeteva, esci, reagisci, trovati un lavoro, fai qualcosa, e io facevo qualcosa, leggevo e dormivo.
Un venerdì sera mi fa, c'è un mio caro amico, Marc, che affitta una macchina e va con un paio d'amici nei dintorni di Londra, vorresti andare con loro? Io dico subito di si, magari Marc si rivelerà essere l'uomo della mia vita!
Marc si rivelò essere uno spilungone di quasi due metri, magro come un gancio d'appendiabiti, bianco come una tovaglia bianca dopo una giornata di ammollo nell'omino bianco, e timido che io in confronto parevo Moana Pozzi nei suoi spettacoli per militari.
Marc era, è, australiano, così come i suoi amici. Con un accento davvero australiano. Le poche speranze che avevo di capire qualcosa di ciò che mi dicevano si persero dunque in un battito d'ali.
Ci mettemmo in macchina di mattina presto e partimmo. Io ero comunque elettrizzata, finalmente avrei messo il naso fuori dalla città e visto qualcos'altro di questa Inghilterra!
Per delle ore paesaggi diversi si susseguirono sotto ai nostri occhi, sempre accompagnati da quella pioggerella puntigliosa che a un certo punto quasi si dimentica.
Ma ecco che all'improvviso mi ritrovai altrove. In luoghi che avevo, si, visto da qualche parte, ma non certo da quella distanza ravvicinata. La natura si era fatta vivida, rigogliosa. Nonostante la pioggia i colori degli alberi, delle rocce, del verde erano brillanti, netti. Tutti i toni del marron e del verde, del rosso perfino, nelle foglie. Un verde che pareva crescere e avvilupparti, annaffiato com'era da quell'acquolina che scendeva giù dal cielo. Ci fermammo vicino ad un ponticello e scendemmo a fare due passi. Seguendo un sentiero accedemmo ad un antro di fate. Una foresta in miniatura, dove la terra esplodeva del suo stesso profumo e un rumore d'acqua ci attirava tutti in una stessa direzione. In fondo al sentiero una cascata, piccola ma perenne. Non ci fu bisogno di parole.
Ci rimettemmo in auto ancora in silenzio, come se un briciolo di quelle favole di bambini alle quali prima ci avevano fatto credere e poi ci avevano sbattuto in faccia ridendo che erano appunto FA VO LE, si fossero prese la rivincita rassicurandoci sulla loro esistenza.
Fu con questo stato d'animo che attraversammo la frontiera con il Galles e il paesino di Y Gelli.
hay 7Ci fermammo per mangiare un panino e ci separammo per un po'. Ognuno prese una direzione diversa. Le prime vetrine che vidi mi diedero l'impressione che il tempo qui non avesse fatto una capatina da almeno cinquant'anni. Vecchie bambole, macchine da cucire, camicie di foggia neo-vittoriana. Poi passai davanti alla prima libreria. Libri, nuovi e d'occasione.
Poi davanti alla seconda. Poi la terza, la quarta. Poi mi domandai dove ero finita e se non stessi sognando. Il paese era disseminato di vecchie librerie, stipate di testi di ogni genere. Un odore di stantio avvolgeva come nubi le botteghe e l'intero villaggio. Mi sembrava di diventare folle di gioia. Mi dicevo, se non è la mia favola preferita!
hay 5Visitai, una ad una, ogni libreria, rovistai, ammirai, dimentica del tempo che oramai ero sicura si fosse davvero fermato per causa di forza maggiore. Acquistaidiversi volumetti, una raccolta di racconti di E M Forster, di Guy de Maupassant, una vecchia copia di "great expectations" di Charles Dickens. Lasciai, lo rimpiango ancora, un volumetto delizioso, una vecchissima edizione anch'essa dell'Inferno di Dante.
hay 1Seguendo la vista lontana di una sorta di castello che dominava il villaggio mi ritrovai nel suo cortile. Le mura di cinta erano stipate di scaffali con dei libri ammassati sopra. Pioveva sempre e i libri erano umidi e incollati l'un l'altro. Sempre incredula mi accinsi ad un'opera di riordino. Mi pareva un tale affronto lasciare questi testi incustoditi e per di più a rovinarsi così! hay 2
Andammo via tutti a malincuore ma con la certezza interiore d'aver assistito se non a un miracolo, almeno ad un racconto di fate dalle cui pagine non volevamo proprio uscire.


***

Due anni dopo. Era l'estate del 2005. Io avevo attraversato il paese da nord a sud per andare a trovare degli amici nel Galles. Al ritorno dissi al mio pilota che volevo passare da Hay on Wye perché c'era un famoso festival della letteratura, con ospiti come Ian McEwan, Janet Winterson, Kazuo Ishiguro.
hay 6Attraversammo questo delizioso fiume nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate e ancora una volta ebbi la sensazione di infilarmi fra le pagine d'un conte de fées.
All'entrata del paese erano sistemati i tendoni dove si svolgevano gli incontri e le conferenze, ma prima entrammo in paese. Subito fui assalita da un malessere, una sensazione come di vertigine. Mi ricorda qualcosa, ripetevo, ma non potevo ancora comprendere che quel delizioso villaggio traboccante di colori accesi e di azzurro e giallo d'estate fosse lo stesso che avevo visto avvolto dal grigio dell'autunno. Solo entrando nel cortile del castello dove era stato allestito un punto di ristoro mi arresi all'evidenza che il mio déjà vu aveva una ragion d'essere.
E fui doppiamente, anzi mille volte più felice e per esservi capitata, in quel luogo magico per un benevolo caso, e per averlo poi scelto, per quella che voglio credere sia stata una felice intuizione.











postato da: sabrinamanca alle ore luglio 22, 2008 09:05 | link | commenti (12)
categorie: libri, romanzi, galles, hay on wye
sabato, 19 luglio 2008

Al *McDonald's della narrativa: mille splendidi soli

Ma potevo semplicemente dire quello avrebbe detto mio padre: un romanzo scritto con i piedi.
Il fatto è che me lo ha regalato una cara amica alla quale era piaciuto e l'ho letto per gentilezza e per scongiurare i pregiudizi che già avevo su questo libro (ma soprattutto sul precedente "il cacciatore di aquiloni").
afghanistan_pol_2002

La storia è quella di due donne Mariam e Laila. La prima è la figlia illegittima, di tale Jalil, il quale possiede già svariate mogli e un esercito di figli. La madre, Nana, era una domestica a servizio dell'uomo e le due, dopo la nascita della bambina, sono state allontanate dalla città del padre e mandate a vivere in un luogo sperduto.
Mariam adora il padre e crede nella sua bontà mentre la madre non fa che metterla in guardia contro la sua ipocrisia. Un giorno Mariam scappa in città per andare a vivere con il padre che la rigetta, Nana morirà di dolore e la ragazza verrà data in sposa ad un bruto, tale Rashid, che la porterà con sé a Kabul.
Da quel momento porterà il burka, si farà violentare dal marito, e masticherà sassi se il riso che ha bollito è al troppo al dente.
Laila invece è la figlioletta di una vicina di casa di Mariam, Fariba. Babi, suo padre, è uno studioso.
I due sono disprezzati da Rashid per i loro costumi troppo liberi.
I destini delle due donne si incroceranno ma non sto a dirvi come a meno che davvero non lo vogliate sapere. In tal caso preparate il fazzoletto o, in alternativa, un catino per le nausee, non si sa mai.

Ciò che dicono le critiche ufficiali è: un libro bello, denso, semplice, un affresco
impareggiabile dell'Afghanistan dagli anni del comunismo ai Mujaheddin, un ritratto sublime di due donne e la condizione della donna in quel paese.
Con un aggettivo solo sono pienamente d'accordo: semplice.
I personaggi sono tagliati con il machete. Sono tutti buoni o tutti cattivi, salvo qualche sorpresa come quando uno si rivela davvero buono dopo averci fatto credere d'essere davvero cattivo.
Psicologia, spessore, sfaccettature, del personaggio sono espressioni che non devono mai essere giunte alle orecchie del nostro beneamato Khaled Hosseini.
Queste donne, a cui capita l'inimmaginabile ad un ritmo da "sfiga imperiale", vengono prese e lasciate da un capitolo all'altro, da un anno all'altro, sballottate, cosi come il povero lettore, che si ritrova con un po' di sensi di colpa ad aver abbandonato l'una mentre veniva brutalizzata o l'altra mentre le moriva anche il penultimo cugino di ennesimo grado sulla terra, e ritrovarle, che ne so, tre anni dopo, sei anni dopo.
Come, sei anni dopo? E perché?
Perché non dobbiamo dimenticare che questo è un "impareggiabile affresco della società afgana dagli anni '70" dobbiamo quindi sorbirci date ed eventi fondamentali per la storia del paese e qualche digressione talmente maldestra da non risultare quasi noiosa ma piuttosto mal appiccicata al testo e irresistibilmente fuori posto.
Scopriamo che i russi oppressori hanno migliorato la condizione della donna, permettendole di studiare, lavorare, vivere alla pari con l'uomo, ma null'altro sappiamo della modalità di questa oppressione.
I mujaheddin, eroi del paese diventano subito, subitissimo, ancora prima, dei macellai che si ammazzano fra di loro con le armi che i poveri americani avevano offerto loro in totale buona fede per liberare il paese dei sovietici.
Ecco, per l'affresco direi che ci siamo.
Ovviamente in questo quadro disastroso è la generosità americana a dare una speranza ai molti fuggitivi, "gli americani sono generosi" fa dire Hosseini a uno dei suoi più tormentati personaggi Tariq (che perde una gamba, poi l'altra, e poi... mi fermo qui per non irritare lo stomaco del lettore).
Si può sempre trovare un impiego da facchino o lavapiatti negli Stati Uniti d'America Vivaddio!
Ho dimenticato qualcosa?
Beh, in merito alla storia non ho dubbi sul fatto che vicende come queste e ancora più crudeli siano accadute e accadano e accadranno. Proprio per questo una tale semplificazione non giova al lettore perché gli fornisce una versione banale, che nulla dice sulla complessità, e le ragioni di tale complessità, dell'essere umano e di una società. Questo è uno di quei best sellers che non fa dire al lettore - ah, questo non lo sapevo, a quest'altro non avevo pensato, ma piuttosto - te l'avevo detto, lo sapevo, è anche peggio di quello che pensavo.
E in nulla aiuta a comprendere il paese Afghanistan né la sua gente.
E' uno di quei libri di propaganda da cui si farà un film ancora, se possibile, più banale e riduttivo.
Infine una reminiscenza. A sedici anni più o meno, nel periodo in cui cominciavo a scoprire il potere degli ormoni sessuali ho fatto una scorpacciata di libri simili: si chiamavo Harmony collezione storia.

Ma torniamo a me e la mia amica. A lei ho detto più o meno tutto questo e ne abbiamo chiacchierato per un po'. La conclusione è stata che ci siamo impegnate a leggere qualche altro scrittore afghano e qualche fonte un po' più seria e attendibile che ci racconti degli stessi soggetti.
Per ora vi segnalo ciò che ho trovato sul net : un'intervista ad Atiq Rahimi  sul suo libro "terra e cenere", una bella intervista a due con lo stesso Rahimi e un'esule afghana anch'ella rifugiata in Francia Spojmai Zariab  e ancora un'intervista a quest'ultima che ha pubblicato qualche racconto in Italia ma che è soprattutto pubblicata in Francia, e ancora un articolo su un paio di buoni film tratti da altrettanto buoni libri.

* McDonald's e il suo successo hanno sempre rappresentato un mistero per me. Il cibo ha un sapore talmente schifoso che a mio parere, richiede un impegno particolare nella preparazione. Ogni volta che ci ritorno, perché una o due volte l'anno ci ritorno, mi ripeto che no, non mi sono sbagliata, è proprio schifoso, eppure vado fino in fondo. Mi sembra che l'incredulità e una buona dose di spezie "stupefacienti" concorrano al suo successo.

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 19, 2008 11:57 | link | commenti (8)
categorie: politica, riflessioni, libri, romanzi, khaled hosseini
giovedì, 17 luglio 2008

Sacco e Vanzetti 

sacco e vanzettiNe conoscevo la musica da bambina. Da ieri sera posso associare quella colonna sonora ad uno splendido film: rigoroso, asciutto, misurato, e per questo grandioso. Nemmeno per un attimo ho avuto la sensazione di un modo di fare cinema superato, semmai proprio il contrario.
Ma non mi intendo di cinema, vado a tentoni, a sensazione.
Il soggetto, quello, non è certamente superato, non lo sarà mai, temo.
L'attualità diviene storia nel tempo e la storia nel tempo non cessa d'essere purtroppo d'attualità.
Ho riportato quiqui alcune recensioni, e altre letture interessanti sul contesto storico economico, il processo a Sacco e Vanzetti, e infine un articolo sugli emigrati anarchici.






postato da: sabrinamanca alle ore luglio 17, 2008 10:13 | link | commenti (4)
categorie: politica, cinema
martedì, 15 luglio 2008

Il Tour de France

Qui, alla Caserma, accettiamo la fortuna e la sfortuna come vengono, perché sappiamo che non abbiamo scelta.
Ed ecco perché siamo numerosi sulla Strada, questo pomeriggio.
Il Tour de France, con le sue biciclette e i suoi campioni passa attraverso la Città, passa attraverso la Strada, passa davanti alla Caserma.
Per dimenticare, per riempirci lo spirito svuotato di immagini, di suoni, di sogni, vogliamo davvero vederlo passare, questo famoso Tour de France. E vogliamo incoraggiare Antonio, il padre di Juliette, il nostro campione.


Aiuto Juliette a piazzare la bici di Antonio sul bordo della Strada.
Ha messo la sua più bella tenuta sportiva. Lo sistemiamo nel suo congegno senza ruote. Lui si lancia nella corsa all’ora precisa della partenza.
 

Senza muoversi d’un passo, ben inteso.
E senza vedere.
Lui pedala. Ascolta la radio. Noi lo incoraggiamo. Siamo sempre più numerosi attorno a lui. Più lontano, davanti alla Fabbrica, ci sono gli scioperanti che urlano.
La carovana del Tour de France passa. Le ragazze dentro alle auto lanciano ai bambini dei giocattoli, dei cappellini, delle pubblicità.
Poi aspettiamo. Almeno un’ora. Il sole sale molto alto nel cielo.
Il povero Antonio, soffre, soffia. Per fortuna si tratta solo di una tappa in pianura.

Proprio allora un ragazzino grida.
- Eccoli! Eccoli!
Scende il silenzio.
Vediamo spuntare una massa compatta all’estremità della Strada che è tutta diritta.
E, lentamente, cominciamo a gridare.
- Antonio! Antonio! Antonio!
Le nostre voci risuonano.
- Antonio! Antonio!
E ci passano davanti come un tornado nelle pianure d’America.
- Antonio! Antonio!
E Antonio che spinge sui pedali.
E loro che spariscono all’altra estremità della Strada, i campioni.
E io che guardo Antonio piangere con quei suoi occhi di cieco.


"des rives lointaines" Laurent Martin ed. Passage

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 15, 2008 11:09 | link | commenti
categorie: libri, letteratura
lunedì, 14 luglio 2008

Scrittori, falliti, missioni e lingua

E' uscito il 32° numero di Sagarana
All'interno il brano "la missione dello scrittore"
tratto dal saggio di Elias Canetti "la coscienza delle parole", il racconto "scrittore fallito" di Roberto Arlt, il minuscolo delizioso "badante" di Marcelino Freire e la poesia "la tua lingua" di Darìo Jaramillo, e altro ancora.


postato da: sabrinamanca alle ore luglio 14, 2008 23:26 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
sabato, 12 luglio 2008

Tg folle
(Ne guardo uno alla settimana, quando mi prende una nostalgia feroce dei vecchi episodi di "ai confini della realtà")

Per una volta sono orgogliosa del mio paese. Mi sembra che nella vicenda dell'omicidio della povera Federica Squarise abbia contribuito alla cattura dell'assassino in maniera innegabile. I media in particolare, mantenendo focalizzata l'attenzione sulla vicenda e incalzando gli investigatori sulla procedura, e poi suggerendo, indirizzando, focalizzando l'attenzione su questo o quel particolare, hanno svolto un ruolo di primo piano nella cattura dell'assassino della giovane.
Si perché, quasi quasi, noi cittadini chiedevamo di confidarci l'inchiesta, tanto eravamo sicuri di acchiappare l'omicida. Ci hanno tolto gli europei, eh si che eravamo ottimi allenatori, (il perché Donadoni sia stato silurato rimane tutt'ora un mistero) e ora ci levano un'inchiesta praticamente risolta.
Proprio all'Italia, che per giunta, è il paese in cui ogni singolo caso di omicidio va ad aggiungersi ai misteri della fede ma in compenso dopo qualche mese ci fanno uno sceneggiato e a nessuno frega nulla di chi è l'assassino tanto poco siamo abituati a vederne uno in carne ed ossa. Finiremo per credere che gli italiani non ammazzano mai nessuno e che tutti gli omicidi del paese sono opera di qualche Rom non schedato da Maroni.
Intanto però i catalani hanno catturato l'omicida e si sono scusati con il nostro governo per quella cellula impazzita che è andata a raccontare fantascienza su di noi e sui nostri media, sul nostro governo  e sul suo desiderio di oscurare tramite questa vicenda altre vicende politiche ritenute scomode.
Ma noi non abbiamo nulla da nascondere: la vicenda di Alitalia si è brillantemente conclusa, i rifiuti sulle strade di Napoli e l'intera Campania sono un ricordo oramai sbiadito, così come ovviamente la Camorra di cui non si è nemmeno più tanto sicuri dell'esatta grafia, i bambini Rom offrono pollici e quant'altro all'ispezione degli inquirenti, e soprattutto con quest'ultimo decreto che permetterà a Berlusconi di governare, "gli italiani otterranno quello che stava loro più a cuore" (queste ultime parole le hanno sentite le mie orecchie sante dalla bocca di un bravo di Berlusconi, forse anche un ministro, sul tg 3 delle 19.00)
Della povertà che incombe? Chissenefrega! Follie, follie..

postato da: sabrinamanca alle ore luglio 12, 2008 23:28 | link | commenti (9)
categorie: politica

Racconti a quattro mani

Qualche giorno fa, sul suo blog, Remo Bassini ha proposto una singolar tenzone letteraria (o pseudo, questo lo vedremo poi) in cui coppie ben o mal assortite (anche questo ai posteri dirlo) si cimenteranno nella scrittura di un racconto breve. Da lettrice attendo di vedere gli sviluppi e  sono curiosissima di leggere i racconti. Da partecipante comincio a pensare a un soggetto e nel frattempo mi faccio del male.
Come?
Per esempio leggendo racconti come questo di Grazia Deledda, tratto da "il fanciullo nascosto"

Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d'un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo 'e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.
- Santone, coraggio, andiamo alla festa - gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza. Continua



postato da: sabrinamanca alle ore luglio 12, 2008 10:10 | link | commenti (16)
categorie: racconti, eventi, grazia deledda