IL CORO
Si solleva con un gesto lento. I genitali al vento. Le mani ancora tremanti. Contempla il corpo senza vita davanti a lui. Come un’offesa ai suoi occhi. Il suo sbuffare animale comincia a placarsi. Si meraviglia. Come corre la morte. Come una voce che da ordini. Dopo arrivano i dubbi. Ci si interroga. Ci si smonta. La vita è una malattia venerea. La si prende per caso. Con chiunque. Si resta al suo fianco. La si trasmette. La si subisce. E un giorno ne muori. Ecco! Di vita, si muore. Potrebbe giurarlo. Tutti potrebbero creparci, di vita. Per lui è diverso. Lui non è malato. Lo sa bene. Bling-Bling* ha fatto crash!
Le municipali francesi al secondo turno hanno confermato una larga vittoria della sinistra che oramai governa localmente, tranne rare eccezioni come Marsiglia, l’intero paese.
La strategia di difesa del partito di Sarkozy è duplice. Da un lato si sottolinea l’aspetto “locale” di queste elezioni e dall’altro si interpreta questa débacle come un’ incitazione dei cittadini ad accelerare le riforme di cui il paese ha bisogno.
In questa particolare elezione sottolineare l’aspetto locale giunge al paradosso di dichiarare che ogni sindaco di sinistra presentatosi è risultato “migliore” di uno di destra (sette su dieci e quattordici su venti fra le più grandi città del paese).
Preciso per dare un’ulteriore chiave di lettura che diversamente da noi, un sindaco può esercitare un numero di mandati illimitato, ci sono stati quindi comuni che erano a destra da decine d’anni (addirittura ce n’era uno che non cambiava colore politico dal 1848).
Distribuiti fra le varie reti nazionali, i ministri ci hanno spiegato che i francesi volevano solo esortare il governo ad accelerare le riforme, spaventati forse dal fatto che la famosa crescita che Sarkozy aveva promesso di andare a cercare di persona, ancora risulti dispersa, e che l’inflazione reale del paese sia palpabile, ma che le suddette riforme hanno bisogno di tempo per esser messe in atto e mostrare la loro efficacia.
I messaggeri del presidente non avevano, ad esser onesti, un largo margine di manovra.
E la verità è passata sfiorando l’aere sotto forma di un sondaggio che domandava ai cittadini se si auguravano una maggiore uguale o minore visibilità de presidente della repubblica.
La lettura di queste elezioni è più chiaramente data dalla stampa straniera:
La bicicletta in Italia fa parte del patrimonio artistico nazionale così come la Gioconda di Leonardo e la cupola di San Pietro o la divina commedia.
Ci meravigliamo che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello.
Se vi capita di dire, in Italia, che la bicicletta non è stata inventata da un italiano, vedrete tutti gli sguardi velarsi intorno a voi e una maschera di tristezza incupire ogni viso.
Ah, se dite questo, in Italia, se lo dite a voce alta, in un caffè, per strada, che la bicicletta, così come il cavallo, il cane, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole, non è stata inventata da un italiano (dato che sono gli italiani che hanno inventato il cavallo, l’aquila, i fiori, gli alberi, le nuvole), un lungo brivido percorrerà la schiena della penisola, dalle Alpi fino all’Etna.
È in Inghilterra che appresi, qualche anno prima della guerra, che la bicicletta non è figlia del genio italiano, non è la sorella delle vergini di Botticelli, delle madonne di Raffaello, delle stanze dell’Ariosto.
È in una cittadina inglese, chiamata Leeds, se non mi sbaglio, che ho fatto l’incontro più doloroso della mia vita: quello con un signore in soprabito, impettito su un piedistallo di granito che stringe in mano il volante di una bicicletta di bronzo.
Questo signore era un inglese, e, quel che è peggio, fu l’inventore della bicicletta!
Non pronuncerò il suo nome. È un nome che un italiano non potrebbe pronunciare senza impallidire di rabbia.
La bicicletta, figlia di un inglese – ho pianto per l’umiliazione e la tristezza - . Che cosa! Gridavo chiuso a doppia mandata nella mia camera d’albergo, è mai possibile che quest’opera d’arte, questo gioiello dello spirito, sia figlia di un inglese e non di un italiano? Se almeno fosse opera di un francese! Un francese almeno è un latino!
Jean Cocteau, che adora le biciclette (e le maglie rosa, i volanti incurvati come dei baffi alla “gauloise”, le gomme attorno al petto come i due serpenti che disegnano il numero otto nel caduceo di Esculapio e Mercurio) Jean Cocteau mi diceva ultimamente, alla fine di una cenetta in un delizioso bistrot di Montmartre – i francesi sono degli italiani di malumore: gli italiani dei francesi di buon umore – .
Se almeno la bicicletta fosse stata inventata da un italiano di buon umore, un francese!
Un francese almeno è un latino! Perché se c’è qualcosa che merita d’esser stata inventata da un latino, questa è la bicicletta.
Ma guardatela, guardate la sua forma snella, elegante, sobria, la sua linea perfetta, rigorosa come un teorema de Euclide, semplice e allo stesso tempo capricciosa come la fessura incisa dal fulmine nello specchio blu di un cielo sereno.
Guardate la forma del volante, incurvato come le antenne di un insetto, le due ruote simili al famoso cerchio disegnato con un solo tratto, su una pietra, con un pezzo di carbone, da un pastorello chiamato Giotto. (Era nato vicino a Firenze, Giotto, era dunque un compatriota di Bartali.)
Che significato avrebbe, la bicicletta, se fosse un geroglifico inciso su un obelisco egiziano? Avrebbe il senso di un movimento o il riposo? La fuga del tempo o l’eternità?
Non mi stupirebbe se significasse l’amore.
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Curzio Malaparte dopo la seconda guerra mondiale soggiornò frequentemente in Francia dove continuò a pubblicare i suoi scritti prima ancora che in Italia. La sua passione per la Francia, e la sua volontà d'assimilazione lo portarono alla fine degli anni '40, a scrivere alcuni dei suoi testi come delle pièces teatrali e degli articoli in francese.