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domenica, 17 febbraio 2008

Se l’Italia piange la Francia non ride

A nove mesi dall’elezione di Sarkozy alla presidenza della repubblica il suo bilancio risulta disastroso.
La campagna elettorale basata sulla promessa di arricchire i cittadini e sulla richiesta di fiducia da parte degli stessi gli si è rivoltata contro. Non solo il potere d’acquisto non è aumentato (e questo lo si sapeva da tempo visto anche che il suo programma prevedeva al punto a così come al b al c e al z, un’iniezione di fiducia, l’incoraggiamento a fare molte ore di straordinario e poi spendere, spendere e spendere, non so se ricordate quando noi italiani, durante il secondo governo Berlusconi, andavamo in giro come dei fessi, con le buste degli acquisti su cui era stampato ben in evidenza “ fai girare l’economia”), ma al contrario si assiste ad una sua caduta insieme con il fatto che la crescita del paese anch’essa corre come il gambero.
Resta un mistero come Sarkozy intendesse dare uno slancio all’economia dato che appena le categorie toccate dalle sue proposte hanno minacciato e attuato proteste, il presidente ha fatto dietro-front, incapace di sopportare l’impopolarità.
Dall’inizio del suo mandato Sarkozy ha inanellato una gaffe dietro l’altra con la scusa del cambiamento e la trasparenza. Ha toccato a più riprese dei valori come quello della laicità che sono uno dei fondamenti della repubblica, la quale considera la religione di stato fonte di dissidi e disuguaglianze dei cittadini di fedi diverse.
Da qualche mese Sarkozy ha semplicemente smesso di fare politica attiva e ha programmato le sue uscite come lo farebbe una qualsiasi starlette (Britney Spears e Paris Hilton, per citare le più famose).
Ha esautorato i suoi ministri bacchettandoli, ridicolizzandoli e punendoli come si farebbe con un bambino discolo appena si apprestavano ad agire, ha presenziato a tutte le situazioni che avessero una qualche importanza mediatica, è andato a “risolvere” crisi come quelle di pescatori e operai di fabbriche e fatto promesse in totale disaccordo con il suo programma (e cioè di sinistra) che poi non ha mantenuto.
A gennaio c’è stato l’annuncio ufficiale, insabbiato dalla sua relazione squallido-torrida con Carla Bruni: le casse sono vuote.
In pochi ci hanno fatto caso, dato l’entusiasmo per le uscite del presidente che monopolizzavano l’attenzione dei più sino a questo inizio di febbraio.
Il matrimonio, disapprovato dagli elettori anziani di destra, le sue denunce e minacce agli organi di stampa e media (è il primo presidente che attacca un giornale con una denuncia penale sapendosi lui stesso intoccabile sino alla fine del suo mandato, con l’aggravante di futili motivi, un sms mandato alla ex per farla tornare con lui) non ha fatto che peggiorare la situazione.
La sua ultima uscita che ha fatto inorridire il paese e che veniva in soccorso di un altrettanto bizzarra uscita della moglie a proposito del famoso sms (“simili delatori avrebbero denunciato gli ebrei ai tempi della shoah” qui) è stata la proposta che ogni bambino delle scuole elementari porti con sé la memoria di un bimbo morto nella shoah qui.
Nel frattempo il morale delle famiglie è in caduta libera e l’UMP, il partito di destra, allo sbando. Fra pochissimo si svolgeranno le elezioni municipali che danno buona parte dei candidati di destra perdenti.
Un caso per tutti. A Neuilly-sur-Seine, cittadina della banlieue parigina considerata come la zona più ricca del paese e comune di Sarkozy, il presidente ha cominciato con l’imporre il suo porta-voce David Martinon il quale è stato silurato, tradito, e abbandonato dal figlio di Sarkozy , il giovane Jean, il quale in un famoso video gli promette che lo sosterrà a morte e poi lo pugnala alle spalle (qui)
“Tale padre, tale figlio” si ripete un po’ dappertutto, dato che a suo tempo Il padre aveva tradito Chirac diverse volte.
L’indice di gradimento di Nicolas Sarkozy qualche giorno fa era del 39%, contro oltre il 60 dei primi mesi e cade ancora, in maniera inarrestabile.
Il solo appunto che posso muovere in favore dei francesi, colpevoli d’aver creduto a questo fanfarone arrogante è che dopo pochi mesi hanno capito con chi avevano a che fare mentre noi, un altro fanfarone, arrogante e delinquente ce lo ritroviamo favorito nella corsa al premierato.
Per finire (anche se ci sarebbe molto altro da dire) quasi, ma solo quasi, rimpiango la legge elettorale francese che permette a un presidente disastroso di essere scaricato prima della fine del mandato.



 

 

postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 17, 2008 20:12 | link | commenti (12)
categorie: politica
giovedì, 14 febbraio 2008

Donne italiane, rialzatevi!

Da settimane, da quando cioè lessi che Giuliano Ferrara intendeva proporre, insieme con un giornalista americano una moratoria sull'aborto, avevo intenzione di scrivere un post.
La rabbia però era troppa, e per di più ero confusa.
Come si fa a levarsi contro qualcuno che si atteggia a difensore della vita e della sua dignità in quanto tale?
Come si fa, a quarant’anni dal famoso ’68, a gridare ancora, seppure con diverse nuances, “il corpo è mio e me lo gestisco io”?
Ciò che più mi irritava, inoltre, è che proprio Giuliano Ferrara si impegnasse in questa battaglia.
Ora soltanto ho capito dove voleva andare a parare, ora che Berlusconi ha scoperto le sue mosse per attirare i cattolici oltranzisti e ratzingheriani. E ammetto che come mossa politica non c’è male, almeno per come conosco certi “cattolici oltranzisti e ratzingheriani”.
Non è questo che mi indigna però, visto che in campagna elettorale la nostra classe politica si permette d’esser ancora più grottesca che d’abitudine.
Ciò che mi rende furiosa e che, ancora, ancora e ancora, si vuole diminuire l’autonomia  e calpestare la dignità delle donne.
L’uomo pare dissociare completamente la realtà quando parla di donne.
Quando infatti egli parla delle madri, ammette che sono loro a tenere in piedi la famiglia, sono loro ad occuparsi dell’educazione dei figli, del menage familiare ed ora, come se non bastasse, lavorano fuori casa, quando è data loro la possibilità, per arrotondare lo stipendio del coniuge.
E’ la donna che nella maggior parte dei casi si addossa la responsabilità della contraccezione perché all’uomo, testuali parole sentite una miriade di volte “non piace il preservativo”.
Ora, secondo Giuliano Ferrara, queste stesse donne, e qui ritorna una concezione vecchia e terrificante dell’universo femminile, le quali sarebbero delle teste vuote che vanno ad abortire come vanno al gabinetto.
Giuliano Ferrara si permette di far la morale spiegando quanto è bello vivere con un figlio down o handicappato e proprio lui, giudica immorale che si decida di non farlo nascere.
Ma chi è che si occupa dei figli down e handicappati e chi è invece che si dilegua davanti a un’ipotesi simile?
Giuliano Ferrara dovrebbe tacere, lavarsi la bocca ed il cervello con il sapone e chiedere umilmente scusa a tutte quelle donne che con grande sofferenza decidono di portare a termine una gravidanza prima del tempo.
E dovrebbe soprattutto chieder scusa, in quanto uomo, per l’arroganza che contraddistingue il suo sesso nel difendersi a colpi di dictat dal diritto sacrosanto  del sesso femminile a esistere  nelle stesse identiche condizioni e non tirare fuori la clava per ricordargli chi è il più forte.

 

 

postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 14, 2008 16:14 | link | commenti (15)
categorie: riflessioni, religione
lunedì, 11 febbraio 2008

La chioccia psicopatica o il bianco Obama?

Vivendo in un altro paese, dove le cose vanno meglio, nel senso che lo stato ha complessivamente mostrato e tuttora mostra maggiore rispetto e attenzione verso il cittadino, la situazione politica italiana mi appare ancora più grottesca di quanto non sembri a chi in quel paese ci vive, o meglio, chi tenta di sopravviverci, malgrado la sua pessima classe politica.
Per la terza volta gli italiani si trovano davanti al rischio (forse ben più di questo) che una chioccia psicopatica, convinta di poter metter tutti sotto la sua ala e nello stesso tempo persuasa (ho ancora l'ingenuità di credere a un pizzico di buona fede da parte sua) che il suo bene personale coincida con quello del paese, torni a governarci.
In questi ultimi mesi la classe politica si è affannata in maniera sfacciata (o alla maniera di sempre, fate vobis) per restare attaccata o attaccarsi al potere. Prima i balletti degli united colors of comunists che dicevano di no e poi di si, dei diniani che dicevano di si e poi di no, di Mastella che ha lasciato, giustamente indignato, il governo perché c'ha la moglie indagata (e come si sono permessi di indagare la moglie dopo tutta la fatica fatta per divenire intoccabile!!!), poi le varie cellule impazzite e i kamikaze solitari (per lo più cattolici integralisti) che votavano secondo i presunti dettami di Cristo e quelli non presunti di Ratzinger e compagnia, e dall'altra parte Berlusconi e afFini che si lasciavano lanciandosi li peggio insulti e giurando mai più e che dopo una settimana garantivano che erano solo i battibecchi di due innamorati gelosi e ritornavano a tubare, irrispettosi del pubblico pagante, Casini che fra i diktat di Ruini e lo sdegno degli ex alleati non sapeva (e meno che mai ora) più dove tira il vento ( e qual maggior disgrazia per un politico italiano???) e scusatemi per tutto ciò che dimentico.

Il 13 e il 14 Aprile si torna a ballare e io sono furiosa per l'assenza di rispetto che la nostra classe politica ci dimostra, per le chiare intenzioni di prendere il potere per se stessi e non per il bene del paese, per la loro totale mancanza di senso del dovere, per non dire della disonestà e delinquenza diffusa e malcelata (quando non portata a spasso con orgoglio).
Se non vado a votare, cosa che pur sarei tentata di fare, consegno forse il paese nelle mani del Berlusca, uomo che mi disgusta profondamente, allora mi dico che devo farlo.

Andrò a votare Veltroni, con tristezza, rabbia e un briciolo di speranza, chè se muore quella tanto vale suicidarsi.

postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 11, 2008 16:58 | link | commenti (9)
categorie: riflessioni
lunedì, 04 febbraio 2008

On Chesil beach
 

Delusa, questo è il primo aggettivo che mi viene alla mente quando penso alle aspettative che questo testo e l’intervista allo stesso McEwan aveva creato in me.

Ian McEwan l’ho conosciuto, letterariamente parlando, in Sardegna una decina d’anni fa con cani neri, il giardino di cemento e bambini nel tempo. L’ho poi perso di vista e incontrato di nuovo, questa a volta a casa sua (in lingua inglese) con amsterdam e atonnement (espiazione) e la mia ammirazione e reverenza hanno allora raggiunto l’apice.

Si sa che chi ama è prima o poi deluso, per carità, non senza una personale responsabilità in questa delusione, dato che l’idolo che si decide d’amare non corrisponde mai (vivaddio) alla persona che lo incarna.
In questo caso ho preso per pigrizia il testo in italiano, pronta a divorarlo e nel medesimo tempo a centellinarne le emozioni per tanto e tanto tempo dopo la lettura.

La storia, che credo molti conoscano, è quella di due ragazzi alla prima notte di nozze.
Si amano, si ammirano, hanno solidi progetti e credono che il loro amore non possa che crescere con loro.
Siamo nel 1962, a pochi giorni, oserei dire, dalla rivoluzione sessuale, ed è proprio il sesso che metterà fine a questa relazione.
Credo che la tesi di McEwan sia che questa storia si spezza a causa del vuoto culturale attorno alla sessualità prima della disinvoltura arrivata negli anni ’60 ma mi sembra che abbia concluso questa avventura davvero frettolosamente senza prendersi la pena di delineare correttamente il contesto in cui la sessualità di molte ragazze e ragazzi di buona famiglia si sviluppava e in che modo questa ne era danneggiata e senza porsi la stessa domanda rispetto alla sessualità ai nostri giorni.
Se l’avesse fatto si sarebbe trovato davanti ad una situazione davvero complessa e non riducibile in termini di “cultura” o “educazione”.
In tempi come questi, in cui l’amore saffico è un’esperienza che tutte le ragazze moderne sentono di dover compiere, così come i rapporti a tre, le orgie (le cosiddette partouses, che qui sono alla moda quasi quanto le ballerine), il fist fucking, lo scambismo e il voyerismo al contrario (mettere su internet il video delle proprie performances sessuali), in tempi come questi, dicevo, si trovano ancora altrettante ragazze “frigide” e ragazzi “troppo rapidi” così come i protagonisti di Chesil beach.
Perché la sessualità prescinde dall’ambiente culturale, anche se chiaramente ne è in qualche modo influenzata, ed è intimamente connessa col nostro mondo psichico e le sue origini e tappe essenziali si situano nei primi mesi e anni di vita.

Mi dispiace dover dire della banalità e superficialità di questo libro che sarebbe stato un racconto stimolante se si fosse fermato alla notte di nozze e non si fosse dilungato poi in una sorta di riassunto del “dopo” concluso altrettanto banalmente e superficialmente.

 

Tant pis, del resto,come dicevo all’inizio, chi ama, prima o poi è deluso...

 
 
postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 04, 2008 10:08 | link | commenti (3)
categorie: libri
venerdì, 01 febbraio 2008

postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 01, 2008 17:46 | link | commenti
categorie: riflessioni

Il “ciucciacazzi”


Dieci anni. Che cosa siamo a quell’età?

Come riusciamo a governare sentimenti e stimoli fortissimi che paiono giungerci da lontano eppure sono vivamente dentro di noi?

A dieci anni ero innamorata di un ragazzino che si chiamava Michele.
Era l’ultimo di dieci figli. Il padre e il fratello maggiore avevano visitato svariate volte le patrie galere.
Per dichiararmi il suo amore mi prese a calci per un intero pomeriggio e dopo avermi sussurrato mi piaci scappò via con gli occhi bassi di vergogna.
Io me ne tornai a casa bel bella, con il cuore in subbuglio e un sorriso ebete stampato sulla faccia (quello non cambia mai, a nessuna età) con un’ora di ritardo sulle consegne ricevute da mia madre e al suo sguardo furioso e spaventato, quando suonai alla porta, risposi candida - un ragazzo ha tentato di violentarmi -.

 

A dieci anni il pomeriggio dopo la scuola la nostra banda bazzicava non lontano dall’edificio scolastico.
Alcuni di noi, ispezionando i parcheggi sotterranei vi avevano trovato delle riviste e chiamarono là dentro noi bambine per mostrarcele.
All’interno uomini e donne, tutti “strani” che facevano delle cose strane.
C’era un fotoromanzo con un’ ”aquila” come protagonista, ma è più probabile che fosse un uccello, e una donna seduta sul gabinetto che si infilava da qualche parte “sotto” un biberon color blu elettrico con tanto di tettarella in caucciù. Da quel giorno, quel curioso strumento ha per me avuto il nome di “ciucciacazzi”, anche se probabilmente questa parola stava scritta da qualche parte nella stessa rivista con tutt’altro intento e senso.
Il ricordo di quei giorni, ancora vivido, è ingannevole perché mostra gravi incoerenze.
La sensazione legata agli incubi che feci nelle notti successive è invece precisa e corrispondente.
Una sensazione complessa che contiene i germi dell’adolescenza, ossia la voglia di sfidare, scoprire, essere “contro” e nello stesso tempo la vaga certezza di aver oltrepassato il limite ultimo, da dove non esiste ritorno. Un senso di sporcizia che mille lavaggi non intaccano. Una macchia indelebile, visibile al primo sguardo.
L’innocenza è smarrita, anche se non se ne ha coscienza, e per ritrovarla ci vorranno anni ed anni, e la coscienza, questa volta, di non aver “colpe” da rimproverarsi per esser venuti a sapere delle cose sul sesso a quell’età e in quel modo.

A dieci anni si vive questo e molto altro.

Ne dei bambini non si sa nulla di Simona Vinci, un gruppo di ragazzini, una banda come poteva esserlo la mia, faceva le stesse cose che facevamo noi, come ad esempio andare a rubacchiare nei grandi magazzini, ma faceva anche altro.
Cinque di loro, tre ragazzi e due ragazze fra i dieci e i quattordici anni si riunivano in un vecchio deposito per guardare riviste porno e poi imitare ciò che vi era rappresentato.
Con la curiosità, l’incoscienza propria di un’età ancora non matura per sentire il desiderio fisico, e soprattutto la voglia di essere parte di qualcosa di comune.
I giochi però si spingeranno sempre più in là, insieme con il tenore delle riviste e infine gli adulti interverranno in modo subdolo a cambiare le regole del gioco e tutto precipiterà.
Simona Vinci cita nel titolo del suo libro un passo di la pioggia d’estate di Marguerite Duras.
La frase intera recita- tutte le vite erano uguali, diceva la madre, salvo i bambini. Dei bambini non si sapeva niente -.
In questa pièce ritorna l’argomento che ossessiona Duras, la relazione incestuosa tra fratello e sorella che si ritrova nello splendido una diga contro il pacifico.

Qui Ernesto e Jeanne hanno “un’età indeterminata fra dodici e diciotto anni” nel senso che neanche i genitori la saprebbero dire, e sono i primi due figli di sette. Sono loro ad occuparsi dei “brothers e sisters” e tenerli lontani dall’incostanza della madre e l’apatia del padre.

...”Ciò che temevano più di ogni altra cosa era questo, lasciarli (i fratelli e le sorelle) alla madre e che lei li affidasse all’ Assistenza Pubblica e che firmasse la famosa carta della Vendita di Bambini...” “Ernesto e Jeanne sapevano che la madre aveva dei desideri come quello d’abbandonare. Di abbandonare i bambini che aveva fatto. Di abbandonare gli uomini che aveva amato....”

Anche qui come ne una diga contro il pacifico due fratelli maggiori fanno diga con il loro amore contro l’invadenza e il fascino crudele di una madre “distratta”.
Anche qui due bambini cercano di sopravvivere come possono, e di dare un senso alla loro vita pur proteggendo e adorando questa madre non madre.

Che cosa non si sa sui bambini?
O piuttosto, che cosa si è dimenticato?
 
 
 
 
 
 
postato da: sabrinamanca alle ore febbraio 01, 2008 09:27 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, libri