Un vecchio errore
(da Danson Metropoli, 2007 piccola orchestra avion travel)
Mi è tornato alla mente ieri notte, mentre in métro tornavo a casa, dopo un magnifico concerto della piccola orchestra Avion Travel cui vi parlerò meglio.
Avevo un’amica con cui fummo inseparabili per tanto tempo. C'eravamo conosciute a quattordici anni ed era stato amore a prima vista. Un’amicizia un po’ morbosa, come lo sono a volte le amicizie fra adolescenti.
Gelosia, reticenze, timidezza, voglia d’essere sempre al primo posto nel cuore dell’altra.
Mancava la generosità a quell’amicizia, mancava la scoperta che dentro al cuore più si ama e più c’è posto per altro amore, e non il contrario.
Un giorno infilai in una busta di libri da restituirle un astuccio con degli orecchini turchesi, come i suoi occhi.
Lei aveva deciso di andare a Roma per proseguire gli studi universitari e io volevo dirle - ti voglio bene - .
Le consegnai la busta e mi allontanai velocemente, nel timore che scoprisse la “sorpresa” davanti a me e i sentimenti prendessero il sopravvento (si è così a volte, terrorizzati dall’affetto che corre fra noi e gli altri).
Da quel momento cominciai ad aspettare.
Non ebbi da lei un cenno né uno sguardo.
Persi la speranza.
Venne la delusione, venne il disincanto.
Un giorno, quando oramai i sentimenti amari erano stati inghiottiti le chiesi degli orecchini.
Non sapeva di che cosa stessi parlando. Non li aveva visti nel fondo della busta.
Corse in cucina nella speranza di ritrovare la busta fra quelle conservate sotto all’acquaio.
Mi disse – mi dispiace – e poi – ma perché non me lo hai detto?-
Già, perché non glielo avevo detto.
Qualche giorno fa ho regalato ad un caro amico il sergente nella neve.
Gli ho scritto nella seconda di copertina che lo ringrazio per questi anni a volte difficili in cui il suo affetto mi ha riscaldato il cuore, e che gli voglio bene.
Ieri ci siamo rivisti per il concerto e gli ho detto (anche lui è un tipo molto reticente in fatto di “parlar franco”, io per mia fortuna, sono un po’ cambiata) – hai letto la dedica?
Era solo per sincerarmi che non si fosse perduta, come l’altra nel fondo di una busta.
Muharem era un ometto magrolino che tutti i ragazzini zigani chiamavano “zio” perché quando era ubriaco distribuiva denaro a piene mani.
Aveva trascorso la sua umile vita nel mercato di Modriča, dove vendeva delle angurie e dei meloni che gli assicuravano un’estate pigra e senza pensieri, e delle mele e delle cipolle l’inverno, “giusto per sopravvivere” diceva lui “e per avere di che comprare del Raki e degli stuzzichini”.
Osservava tre regole sacrosante “ non imbroglierai il tuo vicino, non ruberai, non ucciderai”.
Non si sa bene che fine abbia fatto lo zio Muharem. L’armata serba lo fece prigioniero e nessuno dei suoi fratelli musulmani, durante uno scambio di prigionieri, ebbe l’idea di reclamarlo.
Ecco perché quell’anno l’estate arrivò in ritardo.
La foresta non esiste perché ogni albero unico.
E così quando la guerra, il fuoco, l’uomo, la distruggono, uccidono gli alberi, uno ad uno.
Questo il tema e il fine ultimo de “ I bosniaci” di Velibor Ĉoliĉ, raccontare i morti, ciascuno vissuto a modo suo in una guerra feroce e insensata, come ogni guerra.
Velibor Ĉoliĉ, nato in un villaggio della Bosnia nel 1964, prima della guerra ha pubblicato a Zagabria un "romanzo in versi" (Madrid, Granada o qualsiasi altra città) e un libro di racconti (La rinuncia di San Pietro).
Arruolato dall’esercito del suo paese, dopo la diserzione e l’internamento in un campo di concentramento è riuscito a fuggire e da allora soggiorna in diversi paesi europei; attualmente vive in Bretagna.
Ne “ I bosniaci”(1993) l’autore tratteggia brevi quanto indelebili ritratti dei morti della sua guerra. Bambini, donne, uomini, vecchi, giovani, fotografati negli atti semplici della vita quotidiana e uccisi con una ferocia a volte creativa, altre monotona, ma sempre raccapricciante.
Una “Guernica” tradotta in letteratura, uno scricchiolare di ossa rotte, uno stridere di membra mozzate, un piegarsi grottesco di corpi in posizioni innaturali; un gobbo raddrizzato grazie ad un palo, una famiglia composta da nonni, genitori, figli, cane e gatto, tutti in fila con le teste mozzate e ordinate per gerarchia, una bimba mirata e colpita alla testa da un cecchino e che per pochi istanti ancora dopo la morte, continua il suo gioco.
Dopo gli assalti falliti della fanteria, i serbi non raggruppavano i propri morti durante la ritirata.
Eravamo noi che dovevamo seppellire frettolosamente i serbi uccisi, e mancandoci il tempo, li mettevamo in una fossa comune.
Un giorno spinti da una curiosità strana e morbosa, più forte perfino del disgusto, i soldati incaricati di tale compito frugarono un cadavere che puzzava d’ alcol.
La lista degli oggetti che gli trovarono addosso non era lunga: un coltello, delle munizioni e una bottiglia di grappa, mezza vuota con su scritto, con una penna a biglia: “PER DARMI CORAGGIO”.
Questi eventi trasformano il soldato in disertore e lo scrittore in reporter.
Velibor Ĉoliĉ trascrive in un taccuino ogni morte alla quale assiste o che gli viene raccontata così come la vita che la ha preceduta perché la guerra non sia banalizzata ancora una volta dal numero dei suoi defunti.
E’ un racconto che colpisce non solo, evidentemente, per la tragicità dell’argomento, ma anche e soprattutto per il lirismo e l’efficacia fulminante di questi ritratti di poche righe destinati ad abitare lungamente il nostro ricordo.
Il suo ultimo libro s’intitola “Perdido”. “Questa sedicente biografia è stata scritta in virtù di un puro capriccio del fato, in modo del tutto arbitrario” ci previene l’autore: tra la biografia romanzata e la raccolta di schegge letterarie, Perdido é una sorta di lunga improvvisazione sulla vita del sassofonista Ben Webster (1909-1973), un romanzo roulette dove la biglia corre da una casella all’altra come in un coro insolito. Donne, droghe, amici musicisti ( Duke Ellington, Billie Holiday, Oscar Peterson) Ĉoliĉ fa sfilare, con un lirismo folgorante tutta la vita di questo musicista geniale di cui Julio Cortazar diceva “Ogni volta che sento pronunciare il suo nome, mi levo il cappello”
Qui un’intensa e illuminante intervista (in francese)
Dell’ignoranza e di come conviverci con allegria e profitto
Sino ad una certa età, di cui non accennerò per un briciolo di orgoglio che ancora permane, vissi nella più completa e felice ignoranza.
Con sogni sostanziali, come sposarmi con il “fidanzato” di allora, lavorare a metà tempo e sfornare due pargoli, e sogni accessori, come quello di portare dei “tailleur” di taglio maschile, sgambettare su un paio di tacchi alti e possedere una seconda casa, al mare.
A quel tempo non sapevo nemmeno quali colori mi piacessero più di altri, figurarsi se avevo un’opinione sulla geografia politica!
Poi un bel giorno un movimento interno scombussolò le mie priorità, chiuse delle porte, mi aprì gli occhi.
Un vento impetuoso, l’urgenza di informarmi, conoscere, capire, mi fece girare come una trottola in tutte le direzioni.
Mi scoprii infinite energie ma come si potrà ben immaginare, non sufficienti all’utopico progetto di coprire tutti i campi dello scibile.
Mi resi conto con orrore che la mia battaglia per sconfiggere l’ignoranza era non solo persa in partenza ma addirittura delirante nella sua pretesa.
La constatazione della mia impotenza giunse, per fortuna, talmente fulminea da attutire l’impatto della delusione, e l’entusiasmo l’ebbe vinta.
Avevo bisogno di un piano, una strategia, una ricetta che mi permettesse di godere appieno delle mie nuove acquisizioni nel dominio dell’intelletto, evitando nel contempo alla quota astronomica di ignoranza residua di schiacciarmi come un indegno verme.
Il piano, che tutt’ora funziona egregiamente, comprendeva due qualità imprescindibili: la curiosità e l’umiltà.
La sua realizzazione mi imponeva altresì degli alleati.
Fu così che, da allora, sfrutto, senza pudore alcuno, tutti coloro che sanno più di me.
Mi attacco a costoro come l’edera e come Dracula succhio gole profonde di conoscenza sino all’ultima goccia.
Sono capace di seguire una mostra su un pittore che ha provocato la mia curiosità ma di cui ignoravo non solo l’importanza ma anche la pura esistenza e, davanti ad un amico “esperto” che mi indica connessioni con una cinquantina di pittori evidentemente capitali ma da me totalmente sconosciuti, posso ripetere con immutato candore – mai sentito nominare-.
Nel frattempo incasso, incamero, ingurgito e poi corro a "sfruculiare" il net e i testi, per saperne di più.
Sono capace di stare seduta a fianco di uno scrittore durante un’interminabile cena, rispondendo alle sue domande senza alcuna cognizione di causa ed anzi, offrendogli la mia ignoranza come trampolino per le sue perorazioni.
Perché faccio tutto questo? Perché non riduco la mia opinione sull’arte moderna (come tanti ignoranti pari a me) a -quelle due assi sconnesse inchiodate al muro le potevo inventare pure io- oppure -la merda in scatola, che presa per il culo!-, perché mi intestardisco davanti a un quadro che trovo semplicemente bello per capire quale è il suo valore nel contesto artistico, il suo significato sociale e politico al di là dell’estetica, perché mi ostino davanti a un romanzo che potrei concludere simile a tanti altri ma che invece viene considerato dalla critica una nuova frontiera?
Non per snobismo o per volere appartenere a un’élite di detentori della cultura ma più semplicemente per capire quel mistero che è l’uomo, per capire me stessa.
*ignorante e ignoranza non hanno nel testo alcun valore peggiorativo ma la semplice constatazione della “non conoscenza”.


