A Parigi
(Tutti i gatti sono grigi)
Un sogno, stanotte, o una visione. Non so.
Parigi, due anni fa, una fermata d’autobus, a mezzanotte. Io e la mia amica che rientriamo a Bastille dopo una cena fra amici.
Un negozio di fiori all’angolo, un quartiere inesplorato, e la sensazione che la città, terreno vergine, sia nelle nostre mani. Così come la vita, la nostra.
Quante volte dovrò cambiare città per ritrovare questa sensazione, prima che un luogo diventi uguale a un altro.
Il mio quartiere, il palazzo, il codice da ricordare, con i numeri che si confondono con altri, negli anni, il mio appartamento sempre troppo caldo o freddo, sempre troppo piccolo, il Franprix giù in basso, e quel cielo, sopra, sempre grigio.
La spedizione
Prima.
Siamo partiti sabato mattina con mezz’ora di ritardo.
L’auto sembra quella di un venditore ambulante.
Tre sacche TRE, più un bustone erano riempiti dalle “cosine” di Juliette. Tutto ciò che possiede più l’angoscia della madre erano stipati all’interno. Vestiti, asciugamani, bavaglini (48), copertine, lenzuolini, e poi biberon, un tiralatte elettrico, una bacinella, medicine, seggiolino auto, navicella, passeggino, e infine uno scimpanzè arancio che (io!) mi porto sempre appresso nel caso (lei?) ne avesse bisogno.
Il resto del bagaglio stava in una sola, modesta, valigetta.
Il piano era semplice: arrivare a Lamballe, in Bretagna, per l’una. A quell’ora infatti tutti gli autori del salone “noir sur la ville” pranzavano prima dell’apertura al pubblico.
Non avevamo considerato il fattore X (penso che così chiamerò mia figlia d’ora in poi) il quale, per dimostrarci tutta la sua imprevedibilità ha dato prova di invidiabile estro.
Nanna dalle nove alle dieci e dalle undici all’una.
Pianto disperato dalle dieci alle undici: tentativi di spegnerla, numerosi quanto inutili (cambio panno, proposizione biberon latte materno, proposizione alternativa latte artificiale, scelte musicali varie, dal klezmer al jazz, al rock, alla classica, passando per la pop, canzoni a manovella (girata dalla mia voce stonata), ninne nanne, O sole mio, filastrocche e poi succhiotti, due differenti, e baci e carezze.
Alle undici si è spenta volontariamente e indipendentemente da noi. Giusto per darci una vaga idea di ciò che ci attende.
Foto scattate durante il viaggio: innumerevoli.
Soggetti: Juliette.
Luoghi indicati sui pannelli stradali: Saint Malò, Mont Saint Michel, Dinard, Fougères.
Commenti di L.:qui passeremo dopo il salone, qui visiteremo la cattedrale, da qui a qui percorreremo un bel tratto di costa.
Il futuro dovrebbe sempre inquietare.
Durante
Il fattore X ha scelto l’invisibilità come strategia principale. Per tutta la durata del salone, due giorni, la madre si è aggirata fra gli stand dei vari scrittori guidando una carrozzina da cui non è mai uscito un suono (un tuncio, direbbe mia madre) ricevendo i complimenti di autori e pubblico per la calma dell’esserino. Alcuni hanno pensato che la piccolina non fosse granché reattiva ma non lo hanno detto. La madre ha pregato perché X non cedesse alle provocazioni.
La notte era tutt’altra storia: il fattore X ha debuttato nell’interpretazione dell’”antifurto d’auto il cui proprietario dorme a due isolati con i tappi di cera”.
L’assolo ha sfiorato il record di tre ore ininterrotte nella seconda notte di permanenza all’albergo. I genitori non si sono presentati alla prima colazione, per tema di rappresaglie.
Il fattore X ha deciso di potenziare il suo leggero raffreddore e le colate di rifiuti tossici, con evidente panico e imbarazzo della genitrice che si è sentita, anche lei, con la merda fino al collo.
Foto scattate durante la permanenza: innumerevoli.
Soggetti: Juliette.
Dopo
Ricordate i cartelli stradali e i progetti di visitare questo e quel luogo?
Li tengo a mente anche io, per la prossima volta, quando il fattore X sarà in grado di camminare, oppure mi darà la sensazione di percepire in me una certa autorità o ancora, sarà a casa con i nonni.
Ci siamo fermati per due notti a Saint Malò con l’idea di dedicarle una giornata così come al Mont Saint Michel.
Abbiamo però scelto, fra innumerevoli possibilità, una citta con mura di protezione (non mi chiedete quanti gradini da salire e scendere con la carrozzina, tanti quanti sono stati gli insulti e le imprecazioni per la pioggia battente e il vento che ci accompagnavano amorevoli), e un’abbazia arroccata su di un promontorio: non mi chiedete quanta strada in salita, su dei sanpietrini che a percorrerli con il passeggino, bisogna tirar fuori l’anno luce come misura di tempo.
Foto scattate: innumerevoli (almeno qualche foto per dimostrare che ci siamo passati davanti, e che diamine!)
Soggetti: Saint Malò (10), Saint Malò vista da Dinard (2), il Mont Saint Michel (4), Mont Saint Michel, interni (non pervenuto), Juliette (∞).
Questo primo viaggio a tre ci ha illuminato anche se fiocamente, su quello che ci attende.
Attendiamo il prossimo al varco.
La seconda parte sarà meramente letteraria, promesso!
Dell’opportunità di curare l’igiene personale e di rimediare all'ignoranza.
Domenica mattina. Io e Juliette siamo sole solette perché L. è via per un salone del libro. La piccolina sembra dormire e lasciarmi un po' di tempo per buttare giù due frasi e qualche considerazione.
Qualche giorno fa mia figlia di soli 18 giorni (userò sempre questo riferimento perché, uno, ho già perso il conto e L. non fa che correggermi ogni volta che qualcuno mi domanda l'età, e due, perché è una cifra comoda per giustificare il fatto che qualcuno non sappia ancora come gira il mondo da queste parti) mi ha chiesto di spiegarle questa storia del rom rumeno, del suo presunto spregevole crimine ai danni di una povera donna e di tutto ciò che è seguito. E’ chiaro che a 18 giorni dalla nascita, mia figlia può spiegarsi solo con delle smorfie e io posso cercare di interpretarle con tutti i limiti della mia inesperienza ma, date le sue reazioni (verbali e motorie, non che intestinali) ai vari telegiornali, mi sono fatta un’idea della sua inquietudine e della difficoltà a comprendere.
Per prima cosa Juliette voleva conoscere la differenza fra un rom e un rumeno. Dopo essermi informata, le ho spiegato che mi pareva d'aver capito che i rom sono uno fra i popoli nomadi che vengono dall’Est Europa e fra di loro ci sono anche dei rumeni oltre che iugoslavi e altri ancora. I rom rappresentano fra il 2 e il 3 per cento della popolazione rumena. I rom fanno infine parte di quell’insieme di popolazioni che noi chiamiamo semplicemente zingari perché non hanno l’aspirazione di mettere radici in un luogo preciso ma preferiscono viaggiare.
Le ho detto anche che da qualche tempo molti paesi d’Europa hanno stabilito dei luoghi adibiti a sosta per le loro case mobili e questi luoghi vengono chiamati campi-nomadi.
Juliette allora mi ha chiesto delucidazioni sul fatto che dopo il crimine di un rom il cui nome, Mailat,
(evocativo di una carenza nutrizionale che avrebbe provocato scompensi psicologici tali da innescare una tale spirale di violenza) è sulla bocca di tutti come fosse un ex amico di famiglia o il figlio criminale del lattaio, interi campi nomadi siano stati smantellati.
Le ho detto che a quanto pare gli italiani considerano queste popolazioni come criminali nel loro insieme e quindi sentivano l’esigenza di liberarsene in toto e rapidamente per ridare al nostro paese la dignità e l’onestà che la presenza di questi criminali avevano offuscato.
Pare che gli zingari rapiscano i bambini, rubino, e usino violenza sulle donne. Pare anche che si siano organizzati in associazioni a delinquere dedite a crimini efferati come l’accattonaggio, il lavaggio vetri ( di cui si abbondantemente discusso qualche settimana fa) e affini.
Pare infine che rifiutino il posto fisso e non ne vogliano sapere nell'investire in un mutuo e comprare casa.
Di sicuro c’è solo la percezione collettiva della loro carenza in fatto di igiene personale e proprio a questa carenza ritengo si debba imputare la più consistente quota d’odio che, in quanto italiani, proviamo per loro.
Perché, in quanto ad atti criminosi ed esportazione degli stessi, modestamente il nostro curriculum (prove alla mano) è ben più performante del loro.
Juliette mi ha allora ricordato il fattaccio di quei sei italiani uccisi in Germania in un regolamento di conti tutto interno alla ‘ndrangheta (che parrebbe trovare questo nome oramai demodé e autodefinirsi piuttosto “cosa nuova”).
In effetti, mi ha detto, dopo breve riflessione, chi vieterebbe ai tedeschi di considerare gli italiani come un popolo di assassini e sgomberare il territorio nel più breve tempo possibile da tale e tanta spazzatura?
(anche il termine spazzatura mi pare altamente evocativo di una situazione di cui orgogliosamente rivendico l'italianità)
Il loro senso di colpa, le ho risposto io, la prudenza che hanno appreso a caro prezzo nel criminalizzare interi popoli, e il fatto che le nostre organizzazioni criminali, e in particolare “cosa nuova”, sono fra piccole e medie imprese con il maggior fatturato in Europa ed hanno un servizio d’ordine che mette un po’ di soggezione!
Altro che furti, accattonaggio e qualche crimine violento qua e là...
***
Ieri pomeriggio L. si affacciava dalla cucina per dirmi - hai sentito chi è morto? Norrmàn Mailérr!-
Viste le differenze sostanziali fra il modo che hanno italiani e francesi nello storpiare a morte la lingua inglese ho chiesto gentilmente di sillabarmi il nome del tizio.
Buio, ancora buio. Il buio della mia ignoranza.
Non conosco Norman Mailer, non ho letto nulla di lui e ieri ne ho sentito parlare per la prima volta nella mia vita (l’ultima della sua).
Rimedierò, anzi, comincio subito.