
Non è il momento delle parole.
Per questo ogni frase mi costa uno sforzo indicibile.
Sono di nuovo nella dimora parigina, lontana dal calore di tutto ciò che ho lasciato e che, con ancora più fervore, chiamo casa.
Ma dire dove sono davvero, è impresa ardua.
Sono per aria, sotto terra, dentro al mio ventre.
Ripercorro le trame della mia esistenza, a tentoni, senza una meta precisa.
Mi rivedo bambina, mi immagino vecchia.
Ho delle visioni. Del mondo che cambierà.
Mi inganno leggendo polizieschi.
Mi rimprovero di non scrivere, testimoniare della rivoluzione che si sta compiendo dietro al mio ombelico.
Sono avvolta da un singolare magma che alterna stati di intollerabile calore a punti solidi, ghiacciati.
Vago, vago.
Non sono mai sola.
Mi basta poggiare le mani sul ventre per sollecitare compagnia.
Ma credere a due piedi, due mani, una testa e un corpo in miniatura, ancora no.
Non ne ho la forza.
L’avrò quando non sarà più dentro al mio corpo.
Allora sarà, come sempre, troppo tardi.