Epidurale
In questi giorni, in giro per i blog, nei giornali, un po’ ovunque, mi sono imbattuta in riflessioni sulla letteratura, l’arte, il cinema, che si potrebbero sintetizzare in un
ABBASSO L’OMBELICO
Tutto ciò che ho letto e visto ha suscitato in me delle considerazioni che so già mancare di prospettiva e abbondare invece in banalità e tuttavia non resisto al desiderio di parlarvene così come farebbe un vecchio amico che alla prima occasione ripropone il suo cavallo di battaglia, il suo discorso preferito che tutti conoscono a memoria e che solo per cortesia ed affetto fingono di ascoltare.
Che cosa manca alla letteratura, sempre più china a contemplare il proprio ombelico, a volte perfino tesa fino allo spasimo nello sforzo dell’ auto-fellazio di dannunziana memoria? Che cosa manca a certo cinema europeo, incapace perfino di raccontare il pericolo rappresentato dalla mediocrità nella quale siamo immersi?
E’ vero che per giudicare con equilibrio il presente bisogna sempre mettere una distanza emotiva, attendere, per così dire, che esso entri nel tempo del passato, ma anche l’attualità che dovrebbe essere il teatro dell’indignazione, del rifiuto, della protesta anche violenta, diviene invece una sorta di amaca sulla quale ci dondoliamo annoiati, timorosi perfino di sperare in una sferzata di vento che ribalti la nostra sicurezza.
Se avessimo il coraggio di guardarci intorno, scopriremmo che il disagio che ha sfamato la letteratura, il cinema, le arti, la politica del passato (del presente di paesi anche vicini al nostro, del presente di certe zone del nostro paese, delle periferie della nostra città) è ancora là, immutato, e grida, come allora, allo scandalo.
Mi azzardo a dire che ciò che è cambiato rispetto al passato è, da un lato, l’affermazione del diritto di tutti ad una vita degna di questo nome, che apparentemente ha dato vita a un improduttivo senso di colpa che aleggia nelle nostre vite satolle, e d’altra parte la convinzione che siamo gente per bene ed è per questo che abbiamo diritto a tutto ciò che abbiamo.
Tanto ci basta per non degnare d’uno sguardo più che fuggevole il vicino di casa.
Mi piace invece pensare che sotto sotto lo sappiamo tutti, ma proprio tutti, che le cose non stanno così, e che questa attitudine insipida, questa cecità ottusa, nasconda invece il terrore di trovarsi faccia a faccia con la realtà.
Una realtà fatta di povertà, profonda ingiustizia, sofferenza, disumanità, ipocrisia, egoismo, superficialità.
Chi scrive, chi legge ma anche chi vuole davvero vivere, dovrebbe forse porsi più domande sul luogo che viviamo, la gente che ci circonda, le realtà “altre” rispetto alle nostre.
Per quale motivo? Per se stesso innanzitutto, per prendere coscienza di chi è, di quali sono le sue responsabilità e le conseguenze delle sue azioni per il solo fatto di esistere, di calpestare la terra che dodici miliardi di altri piedi calpestano.
E poi, per dare un senso alla propria vita che se affrontata con coraggio, tutto è fuorché noia.
Sollevare lo sguardo dal proprio ombelico è duro, lo capisco, è come lasciare il ventre caldo della madre senza che nessuno lo esiga, ma è necessario e salvifico.
- Partorirai con dolore - disse il nostro Dio alla donna, (ossia, darai la vita insieme con il dolore); beh, a me piace pensare che esso appartiene necessariamente alla vita così come le appartiene il respiro, e che non se ne può prescindere a meno di un’anestesia che annientandolo, annienta la vita stessa.
Un walzer con Paweł Huelle
e briosa.
Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.
Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.
A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.
In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica.
E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.
UN ALTRO PARERE
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Il costo del lavoro e il costo della vita
Mi viene in mente un documentario visto su ARTE a proposito degli hard-discount. Si parlava di alcuni colossi tedeschi e poi di Lidl e Carrefour.
Lidl e Carrefour sono dei discount europei diffusi un po' in tutti i paesi della comunità.
Il sistema rodato è il seguente: vengono impiegate per l' 80% delle giovani donne che lavorano dalle 40 alle 60 ore alla settimana. Le fanciulle devono garantire disponibilità e reperibilità totale, la stessa, per intenderci, di un medico di guardia, e lavorano indifferentemente il giorno e la notte. Non possono riunirsi per discutere di lavoro né iscriversi ad alcun sindacato.
La formazione del personale consiste nel fare solo quello che il capo settore dice: nessuna iniziativa personale è ammessa.
Chiunque non segua le direttive viene licenziato. Superfluo dire che i contratti sono quasi a tutti tempo determinato.
Le aggressioni sul luogo di lavoro sono all’ordine del giorno ma nessun sistema di controllo e protezione viene messo in atto.
Non soddisfatta sono scesa sotto casa dove c'è un Franprix che per intenderci è il nome francese di Leader Price, altro colosso del discount.
Le commesse, perché c'è solo un ragazzotto che lavora beato fra le donne, sono gentilissime e mi hanno spiegato, a bassa voce che loro sono fortunate perché il capo-zona ancora non passa spesso a trovarli e quindi, essendo in armonia fra loro, riescono a gestire il tempo e le incombenze senza troppi attriti. Il ragazzotto è quello che si fa carico e si prende il rischio, per fortuna, di caricare e scaricare le merci, di metterle su scaffali altissimi e pericolanti e di vigilare sulle aggressioni.
- Ma vai a chiedere nel supermercato di rue des Wattignies e vedrai come la situazione cambia - mi consigliano.
Ci vado. Il supermercato è enorme. Ci sono solo due donne a presidiare le casse (che sono sette) e nessun altro. Chiedo - ma vi sentite sicure?
Alzano gli occhi al cielo, una ride e mi dice - che vuoi fare, dobbiamo mangiare!
Questo accade in Francia.
Ecco ciò che accade un po' dappertutto:
Ci sono sul net centinaia di articoli su questo tema.
Ho conosciuto tre persone che in paesi diversi lavoravano per Ryan Air, la più importante e performante compagnia aerea low cost in Europa.
Ryan Air è irlandese e l'Irlanda è il paese che da alcuni anni a questa parte ha avuto la più alta percentuale di sviluppo e occupazione in Europa.
La canzone però è la stessa: formazione rigida (nei mesi di formazione un solo ritardo è punito con il licenziamento). Nessuna pensione, nessuna assicurazione sanitaria, nessun diritto a congedi pagati.
Il tempo medio di permanenza degli impiegati di RyanAir era, a due anni fa, sei mesi.
Qui c'è la conferma di tutto ciò che a me hanno raccontato.
Certo, ciò che accade nella nostra bella e progredita Europa non è nulla rispetto a ciò che avviene a Juarez dove le donne fanno turni di dodici ore uno dopo l’altro e quando escono dalle “maquiladoras” (fabbriche di hi-fi e pc a basso costo da esportare negli USA, grazie ad un accordo con il Messico) vengono violentate e uccise a migliaia, ma è comunque un ottimo esempio di come le grandi imprese si organizzino per garantire un profitto decente ed evitare così, per il bene degli impiegati stessi, di delocalizzare laddove “il costo del lavoro” è più basso.
Mi spiegano che in fondo delocalizzare non è peccato. Si evita di chiudere i battenti e si impiegano persone che altrimenti non avrebbero di che vivere. Gli stipendi infatti, anche se molto più bassi dei nostri, sono proporzionati al costo della vita dei paesi in cui si impiantano le fabbriche, permettendo un miglioramento più che significativo della qualità della vita.
Uno studio recente commissionato da Oxfam ci parla di Ikea che ha fatto della delocalizzazione il suo asso nella manica per abbassare i prezzi.
Ikea che ha aderito a tutte le norme internazionali intese a proteggere i lavoratori ed anzi ha creato una sorta di manifesto a questo proposito in realtà si può soltanto definire meno peggio di altre.
Qui i risultati dello studio su quattro fornitori indiani.
Ma come mai, allora, mi domando, queste persone lavorano in condizioni che nelle nostre fabbriche non sono più legali (diciamo per dovere di precisione che sono molto più illegali delle nostre) e per stipendi che non sono minimamente adeguati nemmeno al loro costo della vita?
E che dire della “sicurezza sul luogo di lavoro” che in parole semplici rappresenta l'opzione di ritornare a casa, possibilmente integri, dopo un turno ?
E’ anche questo un prezzo che dobbiamo pagare al Mercato?
Morire sotto una pressa o cadendo da un'impalcatura, è davvero utile al bene dell’umanità?
Tempi di paura. Il mondo vive in stato di terrore e il terrore si camuffa: dice di essere opera di Saddam Hussein, attore già stanco di tanti ruoli da nemico, o di Osama bin Laden, un vero professionista come uomo nero. Però il vero autore del panico su scala planetaria si chiama Mercato. Questo signore non ha niente a che vedere con l’amena piazzetta del quartiere dove ci si reca alla ricerca di frutta e verdure.
È un onnipotente terrorista senza volto che ha, come Dio, il dono dell’ubiquità e che crede di essere, come Dio, eterno. I suoi numerosi esegeti annunciano: "il Mercato è nervoso", e avvertono: "attenti a non irritare il mercato". La sua frondosa fedina penale lo rende temibile. Ha passato la vita a rubare il cibo degli altri, ad assassinare posti di lavoro, a sequestrare paesi ed a fabbricare guerre.
Per vendere le sue guerre il Mercato sparge la paura. E la paura crea il clima adeguato. La televisione fa sì che le torri di New York tornino a crollare tutti i giorni. Che ne è rimasto del panico all’antrace? Non solo un’indagine ufficiale che ha accertato poco o nulla di quelle lettere mortali, bensì anche uno spettacolare aumento degli investimenti militari degli Stati Uniti. E le caterve di milioni destinate da questo paese all’industria della morte non sono di poco conto. Solo un mese e mezzo di queste spese basterebbe ad estirpare la fame dal mondo, se le cifre delle Nazioni Unite non mentono.
Ogni volta che il mercato impartisce l’ordine, la luce rossa dell’allarme lampeggia nel rischiometro, la macchina che trasforma tutti i sospetti in prove. Le guerre preventive uccidono in caso di dubbio, non di prove. Adesso tocca all’Iraq. Questo paese sventurato è stato condannato di nuovo. Ma i morti sapranno essere comprensivi: l’Iraq detiene la seconda più grande riserva di petrolio del mondo, proprio quello che il Mercato va cercando per assicurare abbastanza combustibile allo sperpero della società dei consumi.
Specchio, specchio delle mie brame chi è il più temuto del reame? Le potenze imperiali monopolizzano, per diritto naturale, le armi di distruzione di massa. Ai tempi della conquista dell’America, mentre nasceva quello che adesso chiamano Mercato globale, il vaiolo e le febbri uccisero molti più indigeni che la spada e l’archibugio. Il successo dell’invasione europea deve molto ai batteri ed ai virus. Qualche secolo dopo questi provvidenziali alleati si sono trasformati in armi da guerra nelle mani delle grandi potenze. Un pugno di paesi monopolizza gli arsenali biologici. Un paio di decadi fa Gli Stati Uniti permisero che Saddam Hussein lanciasse bombe batteriologiche sui curdi, quando Saddam era coccolato dall’occidente ed i curdi non erano particolarmente popolari. Però queste armi erano state ricavate da ceppi comprati presso una compagnia di Rockville, in Maryland. In materia militare, come in tutto il resto, il Mercato predica la libertà però la concorrenza non gli piace nemmeno un po’. L’offerta si concentra nelle mani di pochi, in nome della sicurezza universale. Saddam Hussein mette molta paura. Trema il mondo. Tremenda minaccia: l’Iraq potrebbe tornare ad usare armi batteriologiche e, cosa molto più grave ancora, un giorno potrebbe riuscire a possedere armi nucleari. L’umanità non può tollerare questo pericolo, proclama il pericoloso presidente dell’unico paese cha abbia mai usato armi nucleari per assassinare la popolazione civile. O forse è stato l’Iraq a sterminare i vecchi, le donne ed i bambini di Hiroshima e Nagasaki?
Paesaggio del nuovo millennio: gente che non sa se domani troverà da mangiare, o se si ritroverà senza un tetto, o come farà a sopravvivere se si ammala o resta vittima di un infortunio: gente che non sa se domani perderà il posto di lavoro, o se sarà obbligata a lavorare il doppio in cambio della metà, o se la sua pensione di vecchiaia verrà divorata dai lupi della borsa o dai topi dell’inflazione; cittadini che non sanno se domani verranno assaliti voltando l’angolo, o se svaligeranno loro la casa, o se qualche disperato gli conficcherà un coltello nel ventre;
contadini che non sanno se domani avranno terra da lavorare e pescatori che non sanno se riusciranno a trovare fiumi o mari non ancora avvelenati; persone e nazioni che non sanno come faranno domani a pagare i loro debiti moltiplicati dall’usura. Ma chissà che anche questi terrori quotidiani non siano opera di Al Qaeda...
L’economia commette attentati che non trovano spazio sui giornali: ogni minuto fa morire di fame 12 bambini. In quest’organizzazione terrorista che è il mondo, protetta dal potere militare, esistono un miliardo di affamati cronici e seicento milioni di obesi.
Moneta forte, vita fragile: Ecuador e El Salvador hanno adottato il dollaro come moneta nazionale, ma la popolazione fugge all’estero. Mai nella loro storia questi paesi avevano prodotto tanta povertà ed emigrazione. La vendita di carne umana all’estero genera sradicamento, tristezza e valuta estera. Nel 2001 gli ecuadoriani costretti a cercare lavoro altrove hanno inviato al loro paese una quantità di denaro superiore alle esportazioni di banane, gamberi, tonno, caffè e cacao messe insieme.
Anche Uruguay e Argentina costringono all’esilio i loro figli più giovani. Gli emigranti, figli di emigranti, lasciano alle loro spalle famiglie allo sbando e dolorose memorie. "Dottore, mi hanno spezzato l’anima": in che ospedale si cura questo male? In Argentina un gioco a premi televisivo offre giornalmente il trofeo cui tutti anelano: un posto di lavoro. Le code sono lunghissime. Il programma sceglie i concorrenti ed il pubblico vota. Vince chi riesce a versare e strappare più lacrime. La Sony Pictures sta vendendo questa nuova popolare formula in tutto il mondo. Che lavoro? Uno qualunque. E il salario? Prendo quello che mi danno. La disperazione di quanti sono in cerca di lavoro e di quanti temono di perderlo costringono ad accettare l’inaccettabile. In tutto il mondo si impone il "modello WalMart". L’azienda numero uno degli Stati Uniti vieta i sindacati e dilata gli orari di lavoro senza pagare straordinari. Il Mercato esporta il suo redditizio esempio. Quanto più sventurato un paese, tanto più facile fare carta straccia dei diritti dei lavoratori.
E risulta più facile anche immolare altri diritti. I papà del caos vendono l’ordine. Povertà e disoccupazione moltiplicano la criminalità che diffonde il panico ed in questo humus germoglia l’erba peggiore. I militari argentini, che di crimini se ne intendono, vengono esortati a combattere il crimine: "venite a salvarci dalla delinquenza!" Reclama a gran voce Carlos Menem, un funzionario del Mercato che, in quanto a delinquenza, la sa lunga perché l’ha esercitata come nessun altro quando era presidente.
Costi bassissimi, utili a mille, controlli zero: una petroliera si spezza a metà e la mefitica marea nera contamina le coste della Galizia ed oltre. L’affare più redditizio del mondo genera fortune e disastri "naturali". I gas venefici liberati nell’aria dal petrolio sono la causa principale del buco dell’ozono, che ha già le stesse dimensioni degli Stati Uniti, e della follia del clima. In Etiopia e altri paesi africani la siccità sta condannando milioni di persone alla peggiore carestia degli ultimi venti anni mentre la Germania e altri paesi europei sono stati colpiti da inondazioni che hanno rappresentato la catastrofe peggiore degli ultimi cinquant’anni. Per di più il petrolio partorisce le guerre. Povero Iraq.