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mercoledì, 30 maggio 2007

Epidurale

 

In questi giorni, in giro per i blog, nei giornali, un po’ ovunque, mi sono imbattuta in riflessioni sulla letteratura, l’arte, il cinema, che si potrebbero sintetizzare in un

 

ABBASSO L’OMBELICO

 

Tutto ciò che ho letto e visto ha suscitato in me delle considerazioni che so già mancare di prospettiva e abbondare invece in banalità e tuttavia non resisto al desiderio di parlarvene così come farebbe un vecchio amico che alla prima occasione ripropone il suo cavallo di battaglia, il suo discorso preferito che tutti conoscono a memoria e che solo per cortesia ed affetto  fingono di ascoltare.

Che cosa manca alla letteratura, sempre più china a contemplare il proprio ombelico, a volte perfino tesa  fino allo spasimo nello sforzo dell’ auto-fellazio di dannunziana memoria? Che cosa manca a certo cinema europeo, incapace perfino di raccontare il pericolo rappresentato dalla  mediocrità nella quale siamo immersi?

E’ vero che per giudicare con equilibrio il presente bisogna sempre mettere una distanza emotiva,  attendere, per così dire, che esso entri nel tempo del passato, ma anche l’attualità che dovrebbe essere il teatro dell’indignazione, del rifiuto, della protesta anche violenta, diviene invece una sorta di amaca sulla quale ci dondoliamo annoiati, timorosi perfino di sperare in una sferzata di vento che ribalti la nostra sicurezza.

Se avessimo il coraggio di guardarci intorno, scopriremmo che il disagio che ha sfamato la letteratura, il cinema, le arti, la politica del passato (del presente di paesi anche vicini al nostro, del presente di certe zone del nostro paese, delle periferie della nostra città) è ancora là, immutato,  e grida, come allora,  allo scandalo.

 

Mi azzardo a dire che ciò che è cambiato rispetto al passato è, da un lato, l’affermazione del diritto di tutti ad una vita degna di questo nome, che apparentemente ha dato vita a un improduttivo senso di colpa che aleggia nelle nostre vite satolle, e d’altra parte la convinzione che siamo gente per bene ed è per questo che abbiamo diritto a tutto ciò che abbiamo.

Tanto ci basta per non degnare d’uno sguardo più che fuggevole il vicino di casa.

 

Mi piace invece pensare che sotto sotto lo sappiamo tutti, ma proprio tutti, che le cose non stanno così, e che questa attitudine insipida, questa cecità ottusa, nasconda invece il terrore di trovarsi faccia a faccia con la realtà.

Una realtà fatta di povertà, profonda ingiustizia, sofferenza, disumanità, ipocrisia, egoismo, superficialità.

 

 

Chi scrive, chi legge ma anche chi vuole davvero vivere, dovrebbe forse porsi più domande sul luogo che viviamo, la gente che ci circonda, le realtà “altre” rispetto alle nostre.

Per quale motivo? Per se stesso innanzitutto, per prendere coscienza di chi è, di quali sono le sue responsabilità e le conseguenze delle sue azioni per il solo fatto di esistere, di calpestare la terra che dodici miliardi di altri piedi calpestano.

E poi, per dare un senso alla propria vita che se affrontata con coraggio, tutto è fuorché  noia.

Sollevare lo sguardo dal proprio ombelico è duro, lo capisco, è come lasciare il ventre caldo della madre senza che nessuno lo esiga, ma è necessario e salvifico.

- Partorirai con dolore - disse il nostro Dio alla donna, (ossia, darai la vita insieme con il dolore); beh, a me piace pensare che esso appartiene necessariamente alla vita così come le appartiene il respiro, e che non se ne può prescindere a meno di un’anestesia che annientandolo, annienta la vita stessa.

 

 

postato da: sabrinamanca alle ore maggio 30, 2007 06:08 | link | commenti (20)
categorie: riflessioni
venerdì, 25 maggio 2007

Un walzer con Paweł Huelle


 Non c’è pari all’emozione d’esser condotti da un cavaliere agile ed esperto in una danza così vivace
huelle pavele briosa.

Ci si abbandona alla sua mano forte sulla schiena, alla brezza sul viso ed al lieve stordimento che i giri di walzer provocano. Si è presi da un’euforia bambina che ci farebbe continuare a volteggiare ben oltre il termine della musica, incuranti delle regole della buona creanza.

Questo è stato il mio primo approccio con lo scrittore polacco Paweł Huelle e il suo libro Mercedes Benz.

A dire il vero, dietro ai vortici allegri, la voce calda del mio cavaliere ha con leggerezza introdotto note basse, malinconiche e infine drammatiche che il suo brio birichino ha stemperato e paradossalmente fissato nella mia memoria con maggiore potenza a causa proprio di quel contrasto agro-dolce.

In questo piccolo capolavoro Paweł Huelle finge di scrivere una lunga lettera a Bohumil Hrabal in cui racconta al grande scrittore ceco le sue lezioni di guida a bordo di una minuscola Fiat, con la signorina Ciwle, un’istitutrice graziosa ma esigente, nel caotico traffico di Danzica. 

E’ questa l’occasione per rivivere il passato della sua famiglia, della città e dell’intero paese negli ultimi cento anni, attraverso le auto.
La citrò (citroën), poi la gloriosa Mercedes-Benz, sono vivaci protagoniste, insieme ad altre auto in voga nelle varie epoche, dei momenti cruciali nella vita dell’amato nonno Karol prima, e del padre dello scrittore, poi.

 
Destano in me profonda sorpresa e ammirazione l’equilibrio con cui Huelle si districa fra un dialogo e l’altro, la tensione comica e drammatica che percorre fino in fondo questa finta lettera, ed infine una viva commozione la delicatezza e la lievità con la quale, prima le guerre mondiali e la prigionia nei campi di concentramento e poi il comunismo, si inseriscono fra gli esilaranti e spettacolari episodi della vita dei protagonisti.

UN ALTRO PARERE

"Come detto, avevo appuntato il libro di Huelle sulla mia straripante lista della spesa. Il fatto che fosse su un bordo probabilmente ne ha favorito la fuoriuscita al momento dell’inondazione (last in - first out). Adesso sono intorno a pagina 70 . La scrittura di Huelle è fresca, ironica, densa, intrigante, ci si immerge in una specie di fiume in piena (per rimanere in tema di straripamenti). È uno di quei libri da leggere a grandi dosi, nel senso che sei hai solo quindici minuti (classica lettura da bagno) è meglio che lasci perdere (rischi di rimanere in bagno un paio di ore!). La struttura è veramente atipica. Le lettere immaginarie indirizzate allo scrittore Hrabal, le prove di guida di Huelle, i suoi racconti, i suoi ricordi, costringono il lettore (che di tale costrizione è contento) a trovarsi continuamente su piani temporali o spaziali completamente diversi. Il tutto con una punteggiatura da capogiro (e con pochissimi punti! Immagino il lavoraccio della traduttrice). È un flusso. Huelle non va mai a capo e per chi, come me, non usa segnalibri né tanto meno spiegazza con orecchie il libro, risulta ogni volta difficile ritrovare il punto in cui si era arrivati! La grafica della Voland non si discute, anche io però avrei preferito un’altra immagine sulla copertina al posto della mercedes color “verde marcio”. Ma l’edizione polacca non è migliore: se non sbaglio riproduce una foto del padre di Huelle appoggiato ad una citroen. Ecco, proprio a doverlo fare, un appunto (sto sempre parlando da pagina 70, sia ben chiaro), lo farei alle immagini in bianco e nero riprodotte nel libro. A parer mio nulla aggiungono a quanto scritto da Huelle. Ma, per fortuna, nulla tolgono…"
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postato da: sabrinamanca alle ore maggio 25, 2007 10:27 | link | commenti (26)
categorie: recensioni, libri, letteratura
giovedì, 17 maggio 2007

La culla del progresso

In Inghilterra è stato appena lanciato sul mercato un kit con l'occorrente per stabilire quale sia il sesso del bambino nelle prime settimane dal concepimento.

Così, se in casa abbiamo un'infinità di completini rosa, rimediati da sorelle, zie e amiche del cuore, possiamo raschiare l'arrogante maschietto ben prima dei tre mesi stabiliti come limite all'aborto volontario.

Geniale, no?
Eccolo qui

p.s. mi spiace di dover sempre rimpicciolire le dimensioni del mio "cinismo" a quelle della realtà.

In Gran Bretagna, dove sono presenti importanti comunità etniche in gran numero, gli ospedali evitano di svelare il sesso del nascituro per cercare di arginare il fenomeno degli aborti causati dal sesso (femminile) del feto (185.000 circa l'anno).

Oggi stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno di genocidio selettivo. Questa volta non avviene per motivi razziali, religiosi, politici o etnici ma attiene al così detto “sesso debole”. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite più di 1,5 milioni di bambine ogni anno vengono assassinate per il solo motivo di essere di sesso femminile. Nel 2006 l’umanità si rivolta contro se stessa, mentre in alcune zone del mondo si espande il “post-femminismo”, fenomeno nel quale la donna prende coscienza che l’obiettivo non è di essere uguale all’uomo, ma ottenere il riconoscimento in tutti i livelli della vita umana (familiare, politico, professionale) della dignità intrinseca alla propria femminilità. Allo stesso momento, in altre aree del mondo, avviene parallelamente il fenomeno di “morte selettiva” collegata con il sesso del nascituro. La donna viene considerata inferiore all’uomo e diventa un peso, una minaccia alla prosperità di una famiglia (o di un Paese), un’immondizia che deve essere eliminata quanto prima. continua...

Come al solito, un breve giro sul net vi dirà di tutto...e di peggio!

postato da: sabrinamanca alle ore maggio 17, 2007 10:39 | link | commenti (31)
categorie: riflessioni
mercoledì, 16 maggio 2007

Il costo del lavoro e il costo della vita

 

Mi viene in mente un documentario visto su ARTE a proposito degli hard-discount. Si parlava di alcuni colossi tedeschi e poi di Lidl e Carrefour.

Lidl e Carrefour sono dei discount europei diffusi un po' in tutti i paesi della comunità.

Il sistema rodato è il seguente: vengono impiegate per l' 80% delle giovani donne che lavorano dalle 40 alle 60 ore alla settimana. Le fanciulle devono garantire disponibilità e reperibilità totale, la stessa, per intenderci, di un medico di guardia, e lavorano indifferentemente il giorno e la notte. Non possono riunirsi per discutere di lavoro né iscriversi ad alcun sindacato.

La formazione del personale consiste nel fare solo quello che il capo settore dice: nessuna iniziativa personale è ammessa.

Chiunque non segua le direttive viene licenziato. Superfluo dire che i contratti sono quasi a tutti tempo determinato.

 

Le aggressioni sul luogo di lavoro sono all’ordine del giorno ma nessun sistema di controllo e protezione viene messo in atto.

Non soddisfatta sono scesa sotto casa dove c'è un Franprix che per intenderci è il nome francese di Leader Price, altro colosso del discount.

Le commesse, perché c'è solo un ragazzotto che lavora beato fra le donne, sono gentilissime e mi hanno spiegato, a bassa voce che loro sono fortunate perché il capo-zona ancora non passa spesso a trovarli e quindi, essendo in armonia fra loro, riescono a gestire il tempo e le incombenze senza troppi attriti. Il ragazzotto è quello che si fa carico e si prende il rischio, per fortuna, di caricare e scaricare le merci, di metterle su scaffali altissimi e pericolanti e di vigilare sulle aggressioni.

- Ma vai a chiedere nel supermercato di rue des Wattignies e vedrai come la situazione cambia - mi consigliano.

Ci vado. Il supermercato è enorme. Ci sono solo due donne a presidiare le casse (che sono sette) e nessun altro. Chiedo - ma vi sentite sicure?

Alzano gli occhi al cielo, una ride e mi dice - che vuoi fare, dobbiamo mangiare!

Questo accade in Francia.

Ecco ciò che accade un po' dappertutto:

Qui

Qui

Qui

Ci sono sul net centinaia di articoli su questo tema.

Ho conosciuto tre persone che in paesi diversi lavoravano per Ryan Air, la più importante e performante compagnia aerea low cost in Europa.

Ryan Air è irlandese e l'Irlanda è il paese che da alcuni anni a questa parte ha avuto la più alta percentuale di sviluppo e occupazione in Europa.

La canzone però è la stessa: formazione rigida (nei mesi di formazione un solo ritardo è punito con il licenziamento). Nessuna pensione, nessuna assicurazione sanitaria, nessun diritto a congedi pagati.


Il tempo medio di permanenza degli impiegati di RyanAir era, a due anni fa, sei mesi.

Qui c'è la conferma di tutto ciò che a me hanno raccontato.

Certo, ciò che accade nella nostra bella e progredita Europa non è nulla rispetto a ciò che avviene a Juarez dove le donne fanno turni di dodici ore uno dopo l’altro e quando escono dalle “maquiladoras” (fabbriche di hi-fi e pc a basso costo da esportare negli USA, grazie ad un accordo con il Messico) vengono violentate e uccise a migliaia, ma è comunque un ottimo esempio di come le grandi imprese si organizzino per garantire un profitto decente ed  evitare così, per il bene degli impiegati stessi, di delocalizzare laddove “il costo del lavoro” è più basso.

 

Mi spiegano che in fondo delocalizzare non è peccato. Si evita di chiudere i battenti e si impiegano persone che altrimenti non avrebbero di che vivere. Gli stipendi infatti, anche se molto più bassi dei nostri, sono proporzionati al costo della vita dei paesi in cui si impiantano le fabbriche,  permettendo un miglioramento più che significativo della qualità della vita.

Uno studio recente commissionato da Oxfam ci parla di Ikea che ha fatto della delocalizzazione il suo asso nella manica per abbassare i prezzi.

Ikea che ha aderito a tutte le norme internazionali intese a proteggere i lavoratori ed anzi ha creato una sorta di manifesto a questo proposito in realtà si può soltanto definire meno peggio di altre.

Qui i risultati dello studio su quattro fornitori indiani.

Ma come mai, allora, mi domando, queste persone lavorano in condizioni che nelle nostre fabbriche non sono più legali (diciamo per dovere di precisione che sono molto più illegali delle nostre) e per stipendi che non sono minimamente adeguati nemmeno al loro costo della vita?

 

E che dire della “sicurezza sul luogo di lavoro” che in parole semplici rappresenta l'opzione di ritornare a casa, possibilmente integri, dopo un turno ?

E’ anche questo un prezzo che dobbiamo pagare al Mercato?

Morire sotto una pressa o cadendo da un'impalcatura, è davvero utile al bene dell’umanità?

 

 

 

 

postato da: sabrinamanca alle ore maggio 16, 2007 09:37 | link | commenti (17)
categorie: politica, riflessioni
domenica, 13 maggio 2007

Agrodolce
Aspetto con ansia il ritorno del mio non marito, nella casa che come due peccatori condividiamo.
Ci baceremo e ci abbracceremo di nascosto, colpevoli e felici, di questo amore pagano.

Sono triste stamattina perché ancora una volta ho la conferma che le religioni e alcuni religiosi bramano le guerre sante, le discriminazioni, i distinguo, le categorie. Che non sopportano l'insubordinazione, la trasgressione all'ordine da loro imposto.

La mia religione per giunta, s'è dimenticata del suo Dio.
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 13, 2007 09:39 | link | commenti (25)
categorie: riflessioni
venerdì, 11 maggio 2007

La vita è altrove

Ho vissuto in sardegna fino a cinque anni fa poi, chissà come e perché, ho preso la decisione di andare altrove. Ciò che intuivo ma che non allora possedevo, erano altri punti vista.

A volte vivere in un luogo ti convince che, non solo non esistano altri luoghi possibili, ma nemmeno altri modi di viverla, la vita.
Come se la tua casa fosse il centro del mondo e proprio dalla tua cucina partissero le direttive che da sempre lo governano e per sempre lo faranno girare.
Vivendo altrove e liberandomi con difficoltà della casa che come una lumaca puntigliosa avevo tenuto ben salda sulle spalle, ho cominciato a comprendere, meglio, a sentire, che c'erano altre possibili interpretazioni della vita che non fossero la mia.

Ogni volta che ritorno a casa, poiché non con la distanza ma con il tempo e la caparbietà me ne sono finalmente allontanata, mi riapproprio di una forte sensazione di appartenenza ma rilevo anche che, per chi mi vede tornare, sono una che non è più in sintonia, una che vive in un limbo, in un altrove irreale.

Buràn     è una magazine letterario on line che seguo dal primo numero ( ora è al secondo).

La peculiarità di Buràn rispetto ad altre riviste letterarie è che va a pescare nel web di tutto il mondo racconti a tema. Ciò che mi attrae e mi stimola in questa rivista, rispetto ad altre, è proprio la presenza di altri punti di vista.

Grazie ad un racconto, che sia più propriamente realistico (nella sezione "il materiale") o meno (ne "l'immaginario"), si riesce a viaggiare e, ancor meglio, a sostare altrove.

Considero questo piccolo viaggio un esercizio utile per rendersi conto di quale e quanta varietà di persone vivano altri luoghi e con essi altri "modi" di vita, ( magari alcuni con la stessa intima convinzione che
il mondo orbiti intorno a casa loro ).

Un piccolo, un minuscolo esercizio alla comprensione, alla tolleranza, al rispetto.
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 11, 2007 11:24 | link | commenti (21)
categorie: recensioni, riflessioni, letteratura, eventi
giovedì, 10 maggio 2007

Simpatico mammifero
Ieri notte ho creduto di avere i ladri in casa, la notte prima che due fantasmini maliziosi mi tirassero le coperte, stanotte è stato il suono familiare del pc, la musichetta di windows, per intenderci, che mi ha fatto pigliare un assusto, o uno scanto, per prendere a prestito dai nostri cugini siciliani.Con grande probabilità ho un reale virus, se solo o mal accompagnato non so, che si diletta a farmi degli scherzetti e dovrei chissà, forse, prendermela con più calma.
A proposito di scherzi, e quindi di divertimento, e quindi di risate, vorrei condividere con voi un pezzo di articolo di Giorgio Manganelli che ieri ha fatto di me l'oggetto di sguardi, cipigli dubitativi e aperta disapprovazione. Sola, nel métro, mi sgangheravo dal ridere.
Il libro in questione è Mammifero Italiano, ed. Adelphi e raccoglie una serie di articoli scritti fra il 1972 e il 1989. A margine annoto la sensazione banale che a leggere i soggetti delle polemiche politiche e sociali vecchie di trent'anni avrei quasi nostalgia (se le avessi vissute, ne avrei davvero) e che davvero il nostro grado di civilizzazione, non solo non procede (né per gradi né in qualsiasi altro modo) ma stagna, quando non fa come il gambero.
La Patria
...nell'ottobre dello scorso anno, un altro incidente, alquanto più plateale, finì sul tavolo del ministero di Grazia e Giustizia; infatti un tale, multato in quel di Udine da due guardie di pubblica sicurezza, era esploso in una concitata invettiva, forse ideologicamente poco articolata, ma non priva di espressività; di questa esistono, come è stato chiarito, due versioni: una purgata per la Camera dei deputati ed una critica ed integrale per i senatori, uomini rotti ad ogni vizio. Il signore "rivolgeva...agli agenti suddetti le seguenti frasi:... maledetta la Repubblica italiana, io al presidente della Repubblica gli romperei il culo e cosi farei con tutti i deputati e senatori, io sono un libero cittadino e voi mi state rompendo i coglioni, porco Iddio ".
Ora, per buona sorte l'autorizzazione a procedere non è stata concessa e se ne può parlare con una certa serenità: se infatti prendiamo la proposizione "rompere il culo a tutti i deputati e senatori" essa comporta taluni problemi giuridici.
A differenza della Patria che è sferica e globale il deputato è protetto, in quanto rappresenta per elezione popolare, la nazione; ma si potrà affermare che anche il culo del deputato sia stato eletto? O in tal caso, non cade nel caso di vilipendio del deputato? Il deputato è stato eletto in quanto"corpo" (inclusivo di parti intime e vergognose) o in quanto "persona", anima, psiche? Ma se, tanto per dire, io affermo che anche lo scroto rappresenta la nazione, non mi troverò davanti a un reato di vilipendio della nazione tutta? Giacché è noto che lo scroto è in genere tenuto di modesta stima per non dir di peggio. Da un altro punto di vista è chiaro che il proposito di "rompere il culo a tutti i deputati e senatori"rivela nel signore in questione una chiara megalomania, un delirio di grandezza che è confermato dalla frase, che è poco definire scandalosa,"io sono un libero cittadino"; frase che suscita pena e apprensione per i famigliari di costui, invasato da furori giuridici ed affermazioni imperiali che, non rivelassero una povera mente sconvolta,includerebbero tutti i possibili reati di vilipendio, oltraggio, tradimento, consegna di piani militari al nemico, insulto alla bandiera, linciaggio delle forze armate, stupro del paesaggio, abigeato nei confronti dei leoni del Campidoglio e della lupa di Roma, infine annichilimento, per mera magìa verbale, dei carabinieri,dei generali, dei vigili e dei maestri, professori e presidi di ogni ordine e grado e, a maggior ragione, dei bidelli. In genere la giunta per le autorizzazioni  a procedere è indulgente: e motiva codesto lassismo dichiarando che codeste espressioni per la loro "genericità e non particolare gravità" non concretano il reato di vilipendio. In effetti il signore di Udine, pur nella sua vaniloquenza libertaria, ha aiutato il Parlamento a dichiarare che il culo, generamente inteso come parte depressa dell'organismo umano, rientra si, nel concetto di Patria, ma non in quello di deputato; e se gli spetta la generale protezione che tocca a tutto ciò che è Patria, non può vantare la specifica tutela che va ai rappresentanti della nazione.
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 10, 2007 04:19 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni, libri, letteratura
domenica, 06 maggio 2007

Spigolature

Un mio racconto sul sito arteinsieme

***

Linea di difesa


Personaggi:

Raffaello
L’avvocato

Un’aula di tribunale. Sullo sfondo, a lato della corte, un grande dipinto con un Cristo. Dietro il banco degli imputati, il pittore sta confabulando col suo difensore.

L’avvocato: Dobbiamo cambiare strategia.
Raffaello: Ma quella deposizione è mia, l’ho pure firmata.
L’avvocato: Sì, ma ora ho in mente un altro disegno.
Raffaello: Cosa mi consiglia di fare?
L’avvocato: Ritratti.

Sipario.

Altre gustose tragedie in due battute sul blog di  Birambai

***
Tanti auguri!
Si festeggia la giornata della poesia, nel blog di Manginobrioches
fra un bel racconto e dei commenti tutti da leggere.

Uno degli haiku occidentali di jack Kerouac:
"Mancato con un calcio
lo sportello della ghiacciaia.
Si è chiuso lo stesso".


***
1914.L'INIZIO DELLA FINE
Una bella serie di post su Cecco Beppe, Ferdinando e compagnia cantante sul blog di Roberto Coaloa

***
La nuit américaine
Oltre ad essere il titolo di una splendida pellicola sul cinema di Truffaut la notte americana è una tecnica cinematografica che permette di girare in pieno giorno delle scene che nel film si svolgeranno di notte.

***

La cultura del terrore di Eduardo Galeano
L'estorsione,
l'insulto,
la minaccia,
i colpi,
le sberle,
le botte,
la frusta,
la stanza buia,
la doccia gelata,
il divieto di mangiare,
l'obbligo di mangiare,
il divieto di uscire,
il divieto di dire ciò che si pensa,
il divieto di fare ciò che si sente,
e l'umiliazione pubblica
sono alcuni dei metodi di penitenza e tortura tradizionali della vita di famiglia.
Per castigare la disobbedienza e dare una lezione di libertà la tradizione
familiare perpetua una cultura del terrore che umilia la donna,
insegna ai bambini a mentire e contagia il flagello della paura.
- i diritti umani dovrebbero cominciare in famiglia - osserva il cileno Andrés Dominguez.

 ***
Barzelletta numero 5 di Eduardo Galeano
Il diossido di carbonio attacca la memoria? Bisognerebbe vedere. Nella sua campagna elettorale George W Bush aveva promesso che avrebbe limitato le emissioni di gas tossici. Dimenticò la promessa non appena varcata la soglia della Casa Bianca. Disse no all'accordo di Kioto e confermò in questo modo, una volta di più, che gli unici discorsi che meritano d'esser creduti sono i discorsi non pronunciati.

***
Donne e donne
Termino il mio giretto fra i blog con due segnalazioni, due post rispettivamente su Cristina Campo e Rose Luxemburg sul blog della cara Dalloway, ed uno su Orhan Pamuk sul blog di Gabiella Alù.
Piccola curiosità a proposito dello scrittore turco. Il suo traduttore francese, il quale ritratterebbe senza colpo ferire, avrebbe dichiarato ad un amico di un amico che Pamuk sarebbe - decisamente sopravvalutato! ( ma forse intendeva soltanto lodare il lavoro del suo traduttore)

***
 
postato da: sabrinamanca alle ore maggio 06, 2007 09:09 | link | commenti (20)
categorie: riflessioni
venerdì, 04 maggio 2007

Questa casa è un albergo

Ho scelto un pezzo di Eduardo Galeano per rispondere a modo mio, ma con parole che mille volte meglio esprimono le mie idee e i sentimenti, ai commenti (tutti espressi con interesse e passione) al post di alcuni giorni fa su povertà e giustizia .


Manicomio di Eduardo Galeano
Il vero autore del panico planetario si chiama Mercato. In oltre il petrolio genera guerre. Povero Iraq.

Tempi di paura. Il mondo vive in stato di terrore e il terrore si camuffa: dice di essere opera di Saddam Hussein, attore già stanco di tanti ruoli da nemico, o di Osama bin Laden, un vero professionista come uomo nero. Però il vero autore del panico su scala planetaria si chiama Mercato. Questo signore non ha niente a che vedere con l’amena piazzetta del quartiere dove ci si reca alla ricerca di frutta e verdure.

È un onnipotente terrorista senza volto che ha, come Dio, il dono dell’ubiquità e che crede di essere, come Dio, eterno. I suoi numerosi esegeti annunciano: "il Mercato è nervoso", e avvertono: "attenti a non irritare il mercato". La sua frondosa fedina penale lo rende temibile. Ha passato la vita a rubare il cibo degli altri, ad assassinare posti di lavoro, a sequestrare paesi ed a fabbricare guerre.

Per vendere le sue guerre il Mercato sparge la paura. E la paura crea il clima adeguato. La televisione fa sì che le torri di New York tornino a crollare tutti i giorni. Che ne è rimasto del panico all’antrace? Non solo un’indagine ufficiale che ha accertato poco o nulla di quelle lettere mortali, bensì anche uno spettacolare aumento degli investimenti militari degli Stati Uniti. E le caterve di milioni destinate da questo paese all’industria della morte non sono di poco conto. Solo un mese e mezzo di queste spese basterebbe ad estirpare la fame dal mondo, se le cifre delle Nazioni Unite non mentono.

Ogni volta che il mercato impartisce l’ordine, la luce rossa dell’allarme lampeggia nel rischiometro, la macchina che trasforma tutti i sospetti in prove. Le guerre preventive uccidono in caso di dubbio, non di prove. Adesso tocca all’Iraq. Questo paese sventurato è stato condannato di nuovo. Ma i morti sapranno essere comprensivi: l’Iraq detiene la seconda più grande riserva di petrolio del mondo, proprio quello che il Mercato va cercando per assicurare abbastanza combustibile allo sperpero della società dei consumi.

Specchio, specchio delle mie brame chi è il più temuto del reame? Le potenze imperiali monopolizzano, per diritto naturale, le armi di distruzione di massa. Ai tempi della conquista dell’America, mentre nasceva quello che adesso chiamano Mercato globale, il vaiolo e le febbri uccisero molti più indigeni che la spada e l’archibugio. Il successo dell’invasione europea deve molto ai batteri ed ai virus. Qualche secolo dopo questi provvidenziali alleati si sono trasformati in armi da guerra nelle mani delle grandi potenze. Un pugno di paesi monopolizza gli arsenali biologici. Un paio di decadi fa Gli Stati Uniti permisero che Saddam Hussein lanciasse bombe batteriologiche sui curdi, quando Saddam era coccolato dall’occidente ed i curdi non erano particolarmente popolari. Però queste armi erano state ricavate da ceppi comprati presso una compagnia di Rockville, in Maryland. In materia militare, come in tutto il resto, il Mercato predica la libertà però la concorrenza non gli piace nemmeno un po’. L’offerta si concentra nelle mani di pochi, in nome della sicurezza universale. Saddam Hussein mette molta paura. Trema il mondo. Tremenda minaccia: l’Iraq potrebbe tornare ad usare armi batteriologiche e, cosa molto più grave ancora, un giorno potrebbe riuscire a possedere armi nucleari. L’umanità non può tollerare questo pericolo, proclama il pericoloso presidente dell’unico paese cha abbia mai usato armi nucleari per assassinare la popolazione civile. O forse è stato l’Iraq a sterminare i vecchi, le donne ed i bambini di Hiroshima e Nagasaki?

Paesaggio del nuovo millennio: gente che non sa se domani troverà da mangiare, o se si ritroverà senza un tetto, o come farà a sopravvivere se si ammala o resta vittima di un infortunio: gente che non sa se domani perderà il posto di lavoro, o se sarà obbligata a lavorare il doppio in cambio della metà, o se la sua pensione di vecchiaia verrà divorata dai lupi della borsa o dai topi dell’inflazione; cittadini che non sanno se domani verranno assaliti voltando l’angolo, o se svaligeranno loro la casa, o se qualche disperato gli conficcherà un coltello nel ventre;

contadini che non sanno se domani avranno terra da lavorare e pescatori che non sanno se riusciranno a trovare fiumi o mari non ancora avvelenati; persone e nazioni che non sanno come faranno domani a pagare i loro debiti moltiplicati dall’usura. Ma chissà che anche questi terrori quotidiani non siano opera di Al Qaeda...

L’economia commette attentati che non trovano spazio sui giornali: ogni minuto fa morire di fame 12 bambini. In quest’organizzazione terrorista che è il mondo, protetta dal potere militare, esistono un miliardo di affamati cronici e seicento milioni di obesi.

Moneta forte, vita fragile: Ecuador e El Salvador hanno adottato il dollaro come moneta nazionale, ma la popolazione fugge all’estero. Mai nella loro storia questi paesi avevano prodotto tanta povertà ed emigrazione. La vendita di carne umana all’estero genera sradicamento, tristezza e valuta estera. Nel 2001 gli ecuadoriani costretti a cercare lavoro altrove hanno inviato al loro paese una quantità di denaro superiore alle esportazioni di banane, gamberi, tonno, caffè e cacao messe insieme.

Anche Uruguay e Argentina costringono all’esilio i loro figli più giovani. Gli emigranti, figli di emigranti, lasciano alle loro spalle famiglie allo sbando e dolorose memorie. "Dottore, mi hanno spezzato l’anima": in che ospedale si cura questo male? In Argentina un gioco a premi televisivo offre giornalmente il trofeo cui tutti anelano: un posto di lavoro. Le code sono lunghissime. Il programma sceglie i concorrenti ed il pubblico vota. Vince chi riesce a versare e strappare più lacrime. La Sony Pictures sta vendendo questa nuova popolare formula in tutto il mondo. Che lavoro? Uno qualunque. E il salario? Prendo quello che mi danno. La disperazione di quanti sono in cerca di lavoro e di quanti temono di perderlo costringono ad accettare l’inaccettabile. In tutto il mondo si impone il "modello WalMart". L’azienda numero uno degli Stati Uniti vieta i sindacati e dilata gli orari di lavoro senza pagare straordinari. Il Mercato esporta il suo redditizio esempio. Quanto più sventurato un paese, tanto più facile fare carta straccia dei diritti dei lavoratori.

E risulta più facile anche immolare altri diritti. I papà del caos vendono l’ordine. Povertà e disoccupazione moltiplicano la criminalità che diffonde il panico ed in questo humus germoglia l’erba peggiore. I militari argentini, che di crimini se ne intendono, vengono esortati a combattere il crimine: "venite a salvarci dalla delinquenza!" Reclama a gran voce Carlos Menem, un funzionario del Mercato che, in quanto a delinquenza, la sa lunga perché l’ha esercitata come nessun altro quando era presidente.

Costi bassissimi, utili a mille, controlli zero: una petroliera si spezza a metà e la mefitica marea nera contamina le coste della Galizia ed oltre. L’affare più redditizio del mondo genera fortune e disastri "naturali". I gas venefici liberati nell’aria dal petrolio sono la causa principale del buco dell’ozono, che ha già le stesse dimensioni degli Stati Uniti, e della follia del clima. In Etiopia e altri paesi africani la siccità sta condannando milioni di persone alla peggiore carestia degli ultimi venti anni mentre la Germania e altri paesi europei sono stati colpiti da inondazioni che hanno rappresentato la catastrofe peggiore degli ultimi cinquant’anni. Per di più il petrolio partorisce le guerre. Povero Iraq.




postato da: sabrinamanca alle ore maggio 04, 2007 10:56 | link | commenti (6)
categorie: politica, riflessioni
mercoledì, 02 maggio 2007

Eduaordo Galeano


Eduardo Hughes Galeano
  è un giornalista uruguayano i cui libri sono stati tradotti in molte lingue. Le sue opere trascendono i generi canonici in quanto combinano documentazione, narrazione, giornalismo, analisi politica e storia. L'autore stesso non si riconosce quale storico dicendo: "Sono uno scrittore ossessionato dal ricordo, soprattutto dal ricordo del passato dell'America, in particolare, dell'America Latina, terra amatissima condannata all'amnesia".
(wilkipedia)

Leggo e rileggo le sue opere, tutte, racconti, saggi, articoli, con una rinnovata meraviglia perché Galeano è capace d'essere un poeta militante, un giornalista e uno storico, restando sempre un uomo di questo mondo.
Non vorrei però continuare a parlarne ma piuttosto farvelo conoscere attraverso la sua opera.
Comincerò con qualche racconto breve tratto da un libricino che è una vera miniera di perle preziose: el libro de los abrazos (il libro degli abbracci, edito da Sperling & Kupfer).
Per alcuni di questi gioielli proporrò la versone originale che mi cimenterò nel tradurre (spero mi scuserete): questo perché vorrei davvero che assaporaste la dolcezza e la musicalità della lingua oltre che il senso dei testi.

La función del arte/1

Diego no conocía la mar. El padre, Santiago Kovadioff, lo llevó a descubrirla.
Viajaron al sur.
Ella, la mar, estaba más allá de los altos médanos, esperando.
Cuando el niño y su padre alcanzaron por fin acuellas cumbres de arena,
después de mucho caminar, la mar estalló ante sus ojos. Y fue
tanta la immensidad de la mar, y tanto su fulgor, que el niño quedó mudo de hermosura.
Y cuando por fin consiguió hablar, temblando, tartamudeando pidió a su padre
- Ayúdame a mirar!

La funzione dell'arte

Diego non conosceva il mare. Il padre, Santiago Kovadioff, lo condusse a scoprirlo.
Si diressero a sud.
Lui, il mare, se ne stava più in là delle alte dune, ad aspettare.
Quando il bimbo e suo padre,
dopo tanto camminare,
alla fine raggiunsero quelle cime di sabbia, il mare esplose davanti ai loro occhi. E fu tanta
l'immensità del mare, e tale il suo splendore, che il bimbò restò muto di bellezza.
E quando alla fine riuscì a parlare, tremando e balbettando chiese a suo padre
- Aiutami a guardare!

La uva y el vino
Un hombre de las viñas habló, en agonía, al oído de Marcela.
Antes de morir, le reveló su secreto:- la uva - le susurró - está hecha de vino.

Marcela Pérez-Silva me lo contó, y  yo pensé: si la uva está hecha de vino,
quizá nosotros somos las palabras que cuentan lo que somos.

L'uva e il vino
Un uomo delle vigne parlò, in agonia, all'orecchio di Marcella.
Prima di morire le rivelò il suo segreto:- l'uva - le sussurrò - è fatta di vino.

Marcella Perez- Silva me lo raccontò e io pensai: se l'uva è fatta di vino,
forse noi siamo le parole che raccontano ciò che siamo.


Lo Stato in America Latina
Sono già diversi anni che il colonnello Amen me lo raccontò.
Sembra che un soldato fu trasferito di stanza. Per un anno lo inviarono ad altra destinazione,
in una caserma di frontiera, perché il Governo Superiore dell'Uruguay aveva contratto una
 delle sue periodiche febbri di guerra al contrabbando.
Prima di andarsene il soldato confidò la propria moglie, così come altre proprietà,
al suo miglior amico perché le custodisse.
Allo scadere dell'anno, ritornò. Accadde però che l'amico, anche lui soldato,
si rifiutasse di restituirgli la moglie. Non c'era  alcun problema per tutto il resto ma
la moglie proprio no.
Il litigio si avviava verso un verdetto deciso dal coltello, nel duello creolo,
quando il colonnello li fermò:
- Spiegatemi - domandò loro.
- Quella è mia moglie - pronunciò l'uno come assente.
- La tua? Lo sarà stata ma adesso non lo è più - rispose l'altro.
- I motivi - disse il colonnello - voglio i motivi!
Allora l'usurpatore spiegò:
- Ma come faccio, colonnello, come gliela posso restituire? Con quello che ha sofferto
la poverina! Se vedesse come la trattava questo animale...la trattava, colonnello...come se fosse dello Stato!


postato da: sabrinamanca alle ore maggio 02, 2007 10:19 | link | commenti (7)
categorie: libri