Credo di sapere come tutto sia cominciato.
Avevo allora sedici anni.
Una mattina mi svegliai prima del solito e passai davanti alla camera di Francesca. Papà era lì con lei che chiacchierava. Sentii chiaramente queste parole – non devi arrabbiarti, lo sai che questa è una gabbia di matti e sei l’unica di cui possa fidarmi – poi delle risatine soffocate e un bacio che mio padre le aveva schioccato sulla guancia.
Quella mattina vidi mio padre per la prima volta. E capii il suo gioco anche se dopo tanto tempo, ancora fatico ad ammetterlo.
Qualcuno ha detto che la strategia vincente in una guerra sta nel tenere separati i propri nemici. Questo era appunto il gioco di mio padre. Blandirci tutte e tre, raccontare a ciascuna che era la sua preferita, svilire ognuna agli occhi dell’altra, farsi ammirare senza pudori e bearsi di questa sudditanza.
Non che io avessi qualcosa contro la mia sorellina o mia madre, ma ero abituata a guardarle con gli occhi di papà. Una madre grossolana e non certo acuta, una sorella bruttina e goffa.
- Tu sei la mia unica gioia – ripeteva mio padre – le mie speranze sono tutte puntate sulla tua intelligenza, il tuo genio: tu mi renderai fiero di te e mi salverai dalla miseria che ho attorno.
Il primo passo fu demolire la mia carriera scolastica fino ad allora sfavillante.
Mi ci volle del tempo perché gli insegnanti si arrendessero a questo cambio di rotta e quando si disperarono chiamarono mio padre per avere qualche spiegazione sul mio calo.
Lui volle parlarmi dopo cena, da solo a sola.
- Che ti succede cuore mio, non ti sarai mica innamorata? Che cosa ti tormenta? Lo sai che i professori sono disposti a darti un’altra possibilità ma devi riprenderti subito se vuoi terminare l’anno decorosamente -.
Il secondo passo furono le vacanze dalle lezioni che presi sempre più sovente. Mi nascondevo con una compagna di scuola dentro a un bar. Cominciavamo col bere della crema di whisky, poi continuavamo con la birra. Conoscemmo dei ragazzini che fumavano marjuana. Scoprii che mi piaceva.
Il pomeriggio mi chiudevo in camera con Margherita e ci mettevamo al balcone a fumare. Parlavamo della vita e della morte. Giocavamo con le parole e ci sporgevamo sempre di più. Il sentimento di condividere la sofferenza ci univa e ci offriva un poco di luce nella disperazione. Si, perché Margherita era come me, una figlia adorata e rovinata dal papà. Intrappolata per sempre in un amore morboso e ricattatorio che non lasciava altre vie che l’autodistruzione.
Divenimmo amiche per la pelle. Io bevevo sempre di più, lei era più indecisa sul cammino da percorrere. Ogni tanto mia sorella si univa alle nostre scorribande.
Mio padre tentò di sminuire Margherita ai miei occhi con il solo risultato di far crescere il mio disprezzo per lui. Montò perfino mia madre contro di lei. Fino a quando non le spiegai che era lei che mi impediva di fare delle pazzie, lei che mi riportava a casa quando ero troppo ubriaca per capire.
Ma il legame corrotto di un padre con la sua figliola preferita non si spezza facilmente. E’ fatto, come del resto ogni amore passionale, di litigi feroci, di tenere rappacificazioni, di giuramenti d’eterna fedeltà e professioni di fede.
L’alcol divenne mio compagno fedele. Bevevo da sola. Di tutto. Bevevo a casa, al bar, per strada.
L’alcol divenne il mio migliore amico, scalzando Margherita e la sua prudenza.
Dimenticati gli studi, dimenticata una vita ordinata. Cominciarono gli incontri fortuiti con gli sconosciuti del bar. Le notti passate nel letto di qualcuno che la mattina dopo temevo di riconoscere. Le mattine fradice di vodka finite al balcone a sporgermi mentre cantavo – non, rien de rien...-.
I miei genitori si abituarono a vedermi ubriaca. Non avevo neanche bisogno di trovare delle scuse perché loro erano bravissimi ad offrirmene sempre di nuove.
A ventidue anni mia sorella mi impedì di gettarmi dal balcone di cui avevo già scavalcato la balaustra.
Mio padre si preoccupò di cercare uno psichiatra, il migliore, per la sua figlia disturbata.
Scelse un freudiano puro.
Contava sul silenzio.
A ventidue anni, quattro mesi e sedici giorni, feci il mio ingresso nello studio del professor X.
Mi pose una sola domanda.
- Come crede che sia cominciato tutto questo?
Da allora sono trascorsi quattro anni.
Ancora non gli ho risposto.
Donna di campagna
La mia è stata un’infanzia sommersa e devastata di prati inglesi, erano quelli dei telefilm americani, quelli in cui i bambini si rotolano, giocando a baseball, si rincorrono spingendosi per terra senza alcun timore di farsi male, quelli in cui famiglie felici vanno a pic-nicheggiare la domenica e padri premurosi fanno scoprire il proprio nascondiglio a figli e nipoti mentre madri sollecite imburrano e spalmano crema di arachidi su enormi fette di pane bianco.
Avevamo una casupola in campagna e mi ci sono provata con impegno, a riprodurre quelle fantasie nella realtà di un pezzo di terra brulla. Tanto per cominciare l’erba non era compatta e vellutata come quella che ammiravo sullo schermo e a correrci sopra affondavi o rischiavi di perdere la caviglia, a seconda che l’annata fosse stata piovosa o avara d’acqua.
Il secondo problema era ottenere in prestito da mia madre un plaid, una tovaglia o un qualsiasi scampolo di tessuto che potesse assolvere in qualche modo alla funzione predetta; di plaid e tovaglia neanche a parlarne: non le passava per la testa di farmeli riempire di terra e sporcare d’erba, tutt’al più poteva concedermi un telo di plastica o meglio delle buste per la mondezza, da aprire, in questo poteva perfino darmi una mano, così da ottenere dei pezzi più grandi e aumentare la superficie calpestabile.
E così, in certe domeniche d'inverno, mentre lei accendeva il fuoco nel camino e mio padre falciava l’erba, apparecchiavo la mia fantasia, assorta e tutta tesa ad ottenere una riproduzione fedele del mio desiderio.
Qui c’è sempre vento e il vento, si sa, da che mondo è mondo, scompiglia e agita le buste di mondezza, facendole vorticare, stallare per pochi istanti a un metro da terra, per poi tirarsele dietro, per egoismo sterile più che per necessità.
La mia prima operazione consisteva quindi nella ricerca di pietre ferma-busta-di-mondezza e questa prima difformità rispetto al sogno americano, già mi rendeva irritabile e collerica. Infine, dopo una buona mezz’ora di lavoro attorno alla piattaforma di plastica, variamente puntellata, potevo cancellare l’amarezza passata e abbandonarmi alla voluttà.
Mi sdraiavo supina cercando un fondo confortevole ma era allora che cominciava il vero supplizio: orde di animali volanti si abbattevano su di me, vorticavano sul mio corpo di bambina, ruggendo minacciosamente, tentando incursioni a fior di pelle, alcuni, temerari, poggiandosi per pochi istanti nei luoghi più difficilmente accessibili.
A questo rumoroso assedio dall’alto si aggiungeva, implacabile, l’assalto delle truppe di terra, costituite per lo più da formiche a volte coadiuvate da cimici e perfino scarafaggi cornuti, i più pericolosi.
La magia mi veniva continuamente negata e io mi vedevo sempre più distante dall’ idillio, tanto più che mia madre si affacciava alla porta e ridendo mi richiamava – alzati da terra, figlia mia, con questo vento ti stai riempiendo di terra-.
Io mi sollevavo a fatica, spossata dalla fobia per gli insetti e rancorosa verso di lei e le sue nefaste profezie e rinunciavo, ma solo per quel momento: sicuramente ci sarebbe stata una stagione senza vento nella quale avrei avuto ragione del suo malaugurio.
Aspettando l’uomoLa ragazza sedeva sul ciglio della strada.
Ogni tanto scrutava nella distanza da ambo i lati.
- qualcuno passerà.
Un vecchio si avvicinò con passo lento. Aveva due bisacce sulle spalle e si aiutava con un bastone di canna.
- sto cercando un uomo che dovrebbe abitare nel paese di ...
L’uomo non si scompose.
- che cosa sa di quest’uomo?
- non molto. Dovrebbe avere cinquant’anni circa.
- beh, allora ha qualche speranza di trovarlo. E’ un paese di vecchi, il nostro. La gente se ne va continuamente a cercare fortuna altrove.
E con un gesto ampio del bastone disegnò la campagna deserta.
- però dovrebbe venire e vedere lei stessa.
- preferisco aspettare qui, grazie.
- buona fortuna, allora.
La ragazza cominciò percepire la natura intorno. Il silenzio aveva un suono diverso da quello di casa sua. La brezza leggera, passando tra i cespugli, come un suonatore li piegava in fruscii diversi. Gli insetti le facevano il solletico e producevano un frastuono che quasi la inebriava.
Non si accorse della donna che si avvicinava. Fu l’altra che allarmata dalla sua immobilità, le sfiorò il piede.
- signorina, tutto bene?
- si, grazie. Mi scusi ma tutta questa calma...mi ero assopita.
La donna posò un cestino che aveva sulla testa.
- un po’ d’acqua? Qualcosa da mangiare?
- ho tutto quello che mi serve, signora. Aspetto di veder passare un uomo che abita in quel paese. Un uomo di circa cinquant’anni. Non so altro di lui.
- beh, vediamo se la posso aiutare. C’è Mario del supermercato, poi il figlio del notaio, ma quello è un po’ tocco, non so se mi sono spiegata. Lei sta cercando un uomo un po’ tocco?
- non ne ho la minima idea, signora. Direi di no, non un uomo strano.
- va bene. C’è un pittore che però si è trasferito qui da poco. Non vive proprio in paese, ci viene per la spesa e una birra ogni tanto. Ora, così, non me ne vengono in mente altri. Sto andando a portare il pranzo a mio marito che lavora un terreno un po’ più avanti. Non è che se ne ricavi granché. Il tanto per vivere. Ci penserò sulla strada e se me ne vengono in mente altri glielo dirò senz’altro.
Sempre sdraiata, lo sguardo contro il cielo, la ragazza fantasticava sui tre uomini. Si sforzava di domandarsi quale di loro stesse aspettando sdraiata sul ciglio di una strada di campagna, ma non riusciva a concentrarsi. Era come se tutti gli elementi intorno a lei la conducessero altrove. Godeva del calore del sole sul corpo, attenuato dalle folate che attraversavano i campi disegnando infinite geometrie di verde. Le mani si misero a scavare distrattamente il terreno. Affondarono sino a sentire l’umido. Un odore intenso e muschiato si levò a quel contatto.
Il cielo si oscurò per un attimo.
- dovrei proprio andare nel paese di... e trovare quell’uomo. Perché aspettare ancora? E’ da così tanto tempo che sogno di questo momento e ci sono così vicina. Ora mi alzerò senz’altro. Devo solo concentrarmi.
Il sole riapparve fra le nubi, prima timido, infine vittorioso.
La ragazza si sforzò di tenere gli occhi aperti. Tutti i muscoli si tesero a sollevare il busto.
Poi, di colpo, cedette. Si abbandonò. Con il corpo appianò il terreno su cui era distesa, come per prepararsi al sonno.
Quindi si sistemò sul fianco e smise di aspettare.
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