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mercoledì, 29 novembre 2006

Erri De Luca, Boris Horvat, Elmundolibro

Religione e ragionevolezza

Ieri sera Erri De Luca era a Parigi, insieme a Martine Laval, giornalista di “Télérama” e Gilles Perrault de “l'Humanité”, ospite della “maison de l'Amérique Latine”, per presentare le sue ultime opere tradotte dall'italiano, tra le quali “In nome della madre”, che ha monopolizzato quasi interamente l'incontro.

Per chi non lo conoscesse, Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. A diciotto anni è partito per lavorare in fabbrica, in diverse parti d'Italia. Membro di Lotta Continua è stato sempre politicamente impegnato ed ha scontato due anni di carcere per delle accuse da cui è stato poi prosciolto. Il suo primo romanzo “Non ora, non qui” lo ha pubblicato a quarant'anni.

Montediddio è forse la sua opera più conosciuta. Studioso del vecchio testamento ha tradotto dall'ebraico tra gli altri “Il libro di Rut”, “Giona”, “Esodo”.

Il romanzo “In nome della madre”, definito Martine Laval come un racconto di natale, narra la gravidanza di Maria, dal punto di vista della giovinetta.

Erri De Luca ci racconta che l'idea di questo testo nasce da una convinzione che egli soleva sottolineare quando gli si parlava del Natale “Il natale non è la festa del bambino, bensì quella della madre”. E' la gravidanza di una quindicenne fuori dal matrimonio, atto questo, punito dalle leggi della comunità con la lapidazione. E' la trasformazione che questa gravidanza produce in lei e che la rende indifferente a tutti gli ostacoli e la colloca al di sopra di tutte le leggi.

Chi conosce Erri De Luca può ben immaginare con quanta sensibilità e densità d' emozioni questo racconto si dipani. De Luca è infatti da sempre difensore della povera gente e cantore degli umili. In questo caso egli rifiuta di attribuire il soggetto del romanzo al desiderio di denunciare dei fenomeni sociali del tutto attuali. Brusco e onesto come sempre, dice di aver voluto parlare di questo evento e basta. E nemmeno è in discussione la sua presunta fede inconscia, “ quando sono sveglio e cosciente, non sono un credente, quando dormo non sono cosciente, dunque non è a me che dovete domandare, io non ne so nulla”.

Una gran parte dell'attrazione verso De Luca, quando egli si cimenta in opere che concernono avvenimenti presenti nei testi sacri delle religioni cristiane, è legato al fatto che egli ha letto in lingua originale il vecchio testamento in ebraico e i vangeli in greco, e studiato approfonditamente quegli stessi testi ai quali, ai più, è consentito di avvicinarsi soltanto nelle versioni approvate dal Vaticano. Molti ignorano, ad esempio, il contesto storico, l'attualità politica e sociale nella quale i suddetti eventi si producevano. Il pubblico di questi incontri è dunque composto di ammiratori di De Luca tout court, studiosi e amatori dei testi sacri e cattolici pseudo-progressisti (gli integralisti si auto-censurano, vietandosi la partecipazione), i quali anelano a estorcere allo scrittore la sua appartenenza al credo della Santa Romana Chiesa. Anche in questo incontro, questi ultimi hanno tentato a più riprese di far capitolare lo stoico De Luca, ad esempio paragonando la sua passione per l'alpinismo alla misticità dell'avvicinamento a Dio. De Luca nonostante la monotona insistenza di tali tentativi (basta leggere una qualsiasi delle sue interviste per ritrovarvi almeno due presunte prove della sua fede) tiene duro. L'evidenza di questi assalti nasce indubbiamente dal desiderio di rassicurazione di quanti non si vogliono trovare nella scomoda posizione di dover ragionare su “dogmi personali” che cadendo, lascerebbero il vuoto e la disperazione. Sempre il bisogno del miracolo, insomma. Questo è triste.

Lo scrittore è forse più amato in Francia che da noi in Italia e in questo la distanza della Francia dal Vaticano gioca un ruolo fondamentale. Questo sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto l'Italia resta invece invischiata in una cultura oscurantista, nel momento in cui non ammette la dialettica.




postato da: sabrinamanca alle ore novembre 29, 2006 12:07 | link | commenti (1)
categorie: politica, riflessioni, letteratura, eventi, religione, romanzi
lunedì, 27 novembre 2006

la sacra famiglia

Les quatrecents coups (che corrisponde all'espressione italiana “diavolo a quattro”) di François Truffaut ci parla d'un ragazzino e del suo rapporto con vita.

Il mondo dell'infanzia e spesso dell'adolescenza è per definizione privo di sfumature. Un'ingiustizia subita comporta enormi sofferenze. Una birichinata scoperta da una figura di riferimento, sia esso genitore, insegnante o un adulto ammirato, e la conseguente negazione transitoria dell'affetto, gli faranno credere d'aver perso per sempre l'amore di quella figura e ciò gli appare insopportabile.

Il film si apre con Antoine, questo è il nome del piccolo eroe, che viene punito a scuola. Al suo ritorno lo accoglie una madre nervosa. E' solo l'arrivo del padre a conferire un clima disteso al quadro familiare. Il ragazzino oscilla tra il desiderio di essere amato dalla madre e la ribellione nei confronti di gesti che gli paiono insensati da parte delle figure di riferimento. Un giorno, insieme al compagno di classe e di marachelle, marina la scuola. Mentre è in giro a passeggiare vede la madre baciare uno sconosciuto. Anche lei lo riconosce ma non parleranno mai dell'episodio che farà tuttavia precipitare gli eventi. Il giorno successivo, a scuola, egli racconta agli insegnanti che si è assentato perché la madre è morta. I genitori, avvisati da un compagno di classe di Antoine, si recano a scuola e lo umiliano davanti alla classe. Antoine passa la notte fuori casa. L'indomani la madre va a prenderlo durante l'orario di scuola e trascorre la giornata con lui, mostrandosi amorevole e preoccupata della sua felicità. La donna lo esorta a studiare e gli promette di ricompensarlo se andrà meglio a scuola. Durante la verifica trimestrale di lingua, Antoine, che è affascinato da Balzac, riscrive una pagina del suo eroe; viene così accusato di plagio ed allontanato dai corsi per alcuni mesi. Questa volta Antoine, disperato scrive una lettera di commiato ai genitori, spiegando le ragioni del suo gesto e si rifugia in gran segreto dal suo amico René dove trascorre alcuni mesi. I due progettano di sottrarre una macchina da scrivere dall'ufficio del padre di Antoine. Il ragazzino riesce ad impossessarsene senza difficoltà ma dopo aver trascorso la giornata senza potersene disfare decide infine di renderla. Verrà colto in fragrante da un dipendente e denunciato per furto e vagabondaggio dal padre stesso.

Il ragazzino trascorre la notte in prigione e viene in seguito mandato in un istituto di correzione. A questo punto, con gli elementi in nostro possesso, ci attendiamo che i genitori, che volevano dargli una lezione, lo riprendano con loro. Truffaut infatti, non indugia certo nel melodramma. Mai vediamo la disperazione negli occhi di uno solo dei personaggi, mai ci viene suggerito un atteggiamento di compassione o comprensione per uno qualsiasi dei protagonisti. La nostra sensazione sino a quel momento è che, se un difetto può essere individuato nel clima generale descritto, esso risieda in una sorta di disattenzione, di leggerezza mai caricata di un giudizio. Ebbene, nelle sequenze successive si ha una progressiva rivelazione di una parte della storia che non conoscevamo, la quale trasforma impietosamente la nostra indulgenza. La madre non vuole il figlio con sé e spiega al giudice che il marito, non essendo il vero padre del bambino, ha fatto anche troppo per lui. E ancora, in un incontro con una psicologa che ci viene presentata o piuttosto suggerita, visto che non viene mai inquadrata, come totalmente inconsapevole d'aver a che fare con un bambino, Antoine racconta con evidente serenità, come di un fatto oggettivo, che è la madre a non amarlo e desiderarlo con sé, apportando tutta una serie di elementi inconfutabili.

Il ragazzo, privato della libertà e allontanato dall'amico, alla prima occasione, scappa dall'istituto. La lunga sequenza che lo porta, in una corsa che sfinisce lo spettatore prima che Antoine, a raggiungere il mare, e lo sguardo con il quale il bambino per la prima e unica volta, ci interpella, è un film nel film o piuttosto, basterebbe a farne un capolavoro compiuto.

Ci sono un'infinità di elementi che fanno del film di Truffaut un capolavoro del cinema di tutti i tempi. Ciò che mi ha colpito alla prima visione è il ribaltamento di situazione, il quale, sebbene preparato minuziosamente in ogni sequenza che lo precede, e questo è ben evidente a una seconda visione, si produce davanti ai nostri occhi senza l'evidenza di un segno premonitore. Non è certo un colpo di scena alla moda dei thriller e tuttavia l'effetto che produce nello spettatore è ugualmente intenso e inatteso.

Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini e Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart hanno in comune con il film di Truffaut la tematica della famiglia ma differiscono totalmente per la proposta che fanno allo spettatore. Sono decisamente più interattivi, esigenti, direttivi.

Non starò qui ad approfondire tematiche ed elementi di Mamma Roma, in cui il rapporto madre-figlio è forse ciò che a Pasolini preme meno raccontare ma che interessa a me in questa carrellata.

L'atteggiamento di Antoine ne “I quattrocento colpi” è totalmente diverso da quello di Tommi in Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart.

Tommi è un ragazzino di undici anni, maturo, quasi disincantato, estremamente protettivo nei confronti delle figure genitoriali, che proprio perché percepite da lui come infantili, necessitano d'essere sostenute e approvate incondizionatamente. Un ribaltamento di posizioni purtroppo molto comune nei modelli familiari.

E' interessante il percorso impietoso che Stuart fa compiere alla figura che lui stesso interpreta e per la quale non nutre alcuna compassione. Renato è un padre single che, a causa di un carattere difficile, perde continuamente il lavoro, e che accetta ciclicamente di riprendere in casa una moglie bambina che ogni volta soccombe al peso delle responsabilità. L'uomo vuole per il figlio una carriera nel nuoto e lo esorta a sacrificarsi nel nome di un futuro glorioso, poco importa che egli desideri solo giocare a pallone come i ragazzini del quartiere. Tommi e la sorella sono perfettamente autonomi e abituati alle crisi depressive che il padre alterna ad accessi di iperattività, nei quali racconta ai figli i progetti di gloria che ha per l'avvenire della famiglia. Il bambino cerca rifugio nell'amicizia di un coetaneo, venuto a vivere nello stesso palazzo, e la trova per un certo tempo, perché la famiglia dell'amico lo considera per quello che dovrebbe, un bambino di undici anni. Purtroppo le sue responsabilità hanno la meglio e all'ennesimo capriccio di Renato, Tommi si vede costretto a tornare al suo ruolo.

In Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini Anna Magnani è una prostituta la cui unica ragione di vita è il figlio Ettore. Nella prima sequenza la vediamo cantare e divertirsi al matrimonio dell'ex marito, nonché suo protettore. La donna, finalmente libera, lascia la campagna per Roma, guadagna il tanto da smettere il mestiere e comprare un banco di verdure al mercato, e infine torna a prendere il figlio con sé per realizzare il sogno di farne un piccolo borghese, e attraverso questo progetto, riscattare se stessa.

Il passato però torna sempre e non perdona. L'ex marito ricompare per chiederle del denaro e la donna è costretta a tornare in strada per soddisfare le sue richieste, terrorizzata all'idea che il figlio venga a sapere chi è sua madre. L'uomo le promette che non la importunerà più. Mamma Roma ha in progetto di andare a vivere in un quartiere meno popolare perché il figlio non abbia a frequentare dei buoni a nulla. E riuscirà nel suo intento. Il ragazzo però, non possedendo un'istruzione né avendo mai lavorato, passa il tempo a bighellonare con i coetanei e ad amoreggiare. La madre, gelosa ma soprattutto preoccupata di vedere i sogni che nutre per il figlio infranti, chiede consiglio al prete il quale le ricorda che il ragazzo non sa far nulla e che non può che cominciare da un lavoro umile.

Mamma Roma non si è però sacrificata per vederlo fare il manovale e, aiutata dai suoi vecchi compagni di lavoro, mette in atto un ricatto perché un ristoratore lo prenda come cameriere nella sua trattoria. Ettore vi lavora per qualche settimana prima di ritornare a bighellonare.

L'ex marito riappare dichiarando di voler tornare con lei e di volerla di nuovo al lavoro. “se vuoi che tuo figlio non sappia che batti allora devi andare a battere, te lo dico io”.

Ettore lo viene a sapere comunque ed è a questo punto che, come “I quattrocento colpi” la situazione precipita. Sconvolto dalla rivelazione, Ettore se ne ammala e in preda a una febbre altissima tenta il furto di una radiolina in un ospedale. Colto in flagrante viene messo nell'infermeria della prigione dove le sue convulsioni vengono scambiate per delirio pazzoide. Legato mani e piedi, muore in cella durante la notte.

Il passato, le origini, sono una condanna senza sconto, ci racconta mamma Roma mentre passeggia con un cliente “...lo sai perché mio marito era un farabutto? Perché la madre era una strozzina e il padre un ladrone. E lo sai perché? Perché sue padre era un boia e sua madre un'accattona...ma se avessero avuto i mezzi sarebbero stati tutti delle persone perbene. Allora di chi è la colpa?”


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 27, 2006 11:11 | link | commenti (2)
categorie: cinema
domenica, 26 novembre 2006

Mais comment voulez-vous que je vous aime
Si mon cœur ne marche qu'à regret?

postato da: sabrinamanca alle ore novembre 26, 2006 09:22 | link | commenti
categorie: riflessioni
sabato, 25 novembre 2006

Piccoli suicidi senza movente

IV

Tentai il suicidio per tre volte.

Alla quarta ero talmente sfinito che volevo solo morire”.


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 25, 2006 08:52 | link | commenti (2)
categorie: suicidio
venerdì, 24 novembre 2006

Piccoli suicidi senza movente

III

Dicono che la gente si mette insieme per salvarsi.

Noi ci siamo incontrati per morire.

Per qualche tempo ci siamo pure permessi una smodata euforia.

Siamo talmente male in arnese, ripetevamo ridendo, che potremmo vincere il premio Bukowski!

Ode al vino che mai tace

e del nostro olezzo si compiace

Versi rabbiosi, senz'altro talento che qualche sprazzo di lucidità.

Io ero quella delle poesie, lui preferiva i testi lunghi.

Non si vive di letteratura, non se ne muore.

Si muore di un mistero.

Di una bestia puzzolente ben nascosta nelle pieghe della sofferenza.

Di una bestia personale.

Io avevo la mia, lui la sua.

Sono bestie intelligenti.

Non si fanno scrupoli di andare contro tutti coloro che le minacciano.

Temono l'amore come il diavolo il crocifisso.

Ti lasciano libero quel tanto che serve a farti credere padrone di te.

Ma se superi il limite, ti azzannano senza pietà.


Io ero quella delle poesie, dicevo. O piuttosto, cameriera il fine settimana e riordinatrice di scaffali nel reparto abbigliamento di un centro commerciale, la notte. Un lavoro emergente. Lo so. E' cominciato quando la gente ha preso gusto alla moda anglosassone di gettare per terra tutto quello che non compra.

Esempio: vedi un maglioncino di un bel verde mela. E' piegato e non ti rendi conto che ha le maniche corte. Una volta scoperto l'inganno, invece di rimetterlo più o meno come l'hai trovato o semplicemente poggiarlo sullo scaffale, no, tu lo schiaffi per terra. Con una certa soddisfazione.

Mi domando se è stato dopo aver accettato questo lavoro che ho cominciato a domandarmi se valesse la pena di vivere in un mondo così. Un mondo dove un maglioncino a maniche corte verde mela, non ha diritto ad alcun rispetto.

Le poesie, a dire il vero, non erano state una mia idea. Avevo vinto il primo premio di composizione poetica, in terza media, e il preside aveva detto a mia madre, che singhiozzava senza dignità, ha la stoffa del poeta sua figlia, mi creda.

Temo d' aver considerato, dalle lacrime di mia madre fino agli occhi di tutta la scuola puntanti su di me, che quella fosse la missione della mia vita, e il soprannome di Dante che mi affibbiarono da quel giorno e le strigliate di mia madre per trovarmi un lavoro, molti anni dopo, non sono bastate a distogliermi.

Avrò scritto si e no cento poesie. Tutte “dimenticabili”.

Lui mi dice che il suo poema sono io e mi cita nomi di donne che non hanno mai scritto niente ma che sono state essenziali all'arte di chi le ha conosciute.

Io non mi posso più accontentare.

E' troppo tardi.

Lui scrive di tutto. Giornalismo, teatro, romanzi. I monologhi comici sono la sua specialità.

Per gli articoli prende cento euro a pezzo, per i romanzi anche mille, dipende dalle pagine, e per il teatro medaglie.

Quest'estate il suo monologo sui mille usi del sorriso ebete, è stato un vero trionfo. L'attore ha fatto il colpaccio ed è stato ingaggiato da una compagnia che conta. L'autore, lui, si è beccato una coppa.

Quando è salito sul palco io piangevo che sembravo mia madre il giorno del mio premio, ma non di gioia. Mi faceva una tale pena che l'avrei ammazzato in quell'istante. Se solo avessi avuto un fucile, gli avrei tirato una schioppettata, sonora, per farlo uscir di scena nel frastuono, che di silenzio ne avevamo già abbastanza.


L'estate è appena finita e l'euforia lo è da un pezzo.

Non è l'amore quello che manca.

E' una via d'uscita.

La bestia ci ha rosicchiato il cuore, poco a poco.

Abbiamo detto entrambi, mi piacerebbe.

Abbiamo detto, se.

Ma abbiamo usato il condizionale passato e quando ce ne siamo accorti non si poteva più tornare indietro.

Ci restava solo una cosa da fare e l'abbiamo fatta insieme.

Prima però, siamo andati al comune e ci siamo sposati.

L'unica ridicola vendetta contro le nostre bestie personali.









postato da: sabrinamanca alle ore novembre 24, 2006 13:47 | link | commenti (2)
categorie: racconti, suicidio

Piccoli suicidi senza movente

II

Gli anziani a volte sono insopportabili: non capiscono che la vita va di fretta.

Io faccio consegne a domicilio per un supermarket, dal lunedì al sabato, dalle nove del mattino alle dieci di sera. Una media di quaranta al giorno. Quasi tutti vecchi.

Del resto al mio paese non sono rimasti che loro. I giovani lavorano in città, ritornano solo la sera e la spesa la fanno in qualche centro commerciale.

Ecco perché sono rimasto solo io a fare le consegne a domicilio per l'unico supermarket che ancora resta aperto.

Perché io non me ne voglio andare. Mia madre dice che sono testardo come un mulo. Mio padre che sono un vigliacco. Io tiro avanti, sin che posso.

Ogni mattina alle nove sono lì. Bisogna organizzare il giro per non perdere tempo. Dall'apertura sono gli anziani che ci tempestano di telefonate. Hanno dimenticato l'appuntamento col medico. Possiamo lasciare la spesa a casa della vicina? Possiamo aggiungere qualche cosa alla lista? Possiamo consegnare prima che faccia buio?

Sono dei mitomani, questo è quello che penso.

Inoltre si spiano tra loro. A parte il prete, il medico e il farmacista, io sono l'unico che in una giornata ne vede a sufficienza. Allora mi aspettano, rintanati dietro la porta. A volte non arrivo a sfiorare il campanello che aprono di scatto, come per tendermi un'imboscata. Controllano i sacchi uno per uno e invariabilmente attaccano

  • Allora? Niente di nuovo? Ma siediti, siediti un attimo.

Alcuni vogliono sapere tutto quello che accade in paese, altri parlare dei loro acciacchi o del figlio emigrato che ha fatto i soldi in Francia.

Credono che la solitudine riguardi solo loro.

A volte mi attardo sperando in una mancia. Ce ne sono due o tre che pagano bene i dieci minuti che passo nel soggiorno a bere un bitter e sentire vecchie storie.


Il signor Manca è diverso. Abita dall'altra parte del paese, verso la montagna. E' un bell'uomo. Alto e molto robusto. Si dice che abbia un tumore ma lui non se ne lamenta mai.

Abita in un palazzetto degli inizi del '900 che era proprietà di una famiglia nobile, l'unica in paese, per quanto ne so. Anche loro sono andati via.

  • Sono mortificato di non poterti aiutare, mi ripete quando, ansimante di tre piani, poggio i sacchi davanti alla dispensa. Che me ne faccio di una casa a tre piani se non riesco neanche a scendere le scale per andarmi a prendere un giornale? A un vecchio solo, una stanza basta e avanza, credimi, ma a mia figlia non dico niente. Lei è tanto orgogliosa di aver potuto comprare la casa dove abbiamo vissuto per tanti anni!

Faccio sempre in modo che la sua consegna sia l'ultima. Con lui mi fermo volentieri ad ammirare una collezione di statuette ed oggetti africani.

  • Ci ho vissuto vent'anni e sarei morto lì. Non ho mai avuto nostalgia di tornare. Ne ho adesso per la mia casa, laggiù. Era l'unica nel raggio di chilometri ma non mi sentivo isolato. Quando è nata nostra figlia, mia moglie non se l'è più sentita, diceva che non era giusto nei confronti della bambina. Non ci credeva nemmeno lei, ne sono sicuro, ma la sua famiglia le dava il tormento. Ora la mia bambina ha il suo daffare con il marito e i figli ma non mi dimentica neanche per un momento. Viene spesso, passa intere serate con me, e come si deve annoiare a sentire le vecchie storie d'Africa e di sua madre per la centesima volta. Le ripeto che basta una telefonata e che non si deve preoccupare, che non ce n'è davvero bisogno.

Mi piace il signor Manca, per la sua paura di disturbare. Forse mi sbaglio ma ci vedo una gran dignità e mi dico che quando sei anziano e non ti resta molto altro, la dignità è fondamentale.



Stamattina sono andato al supermercato, alle nove.

La prima telefonata è stata quella della figlia del signor Manca.

  • mio padre non risponde al telefono: potreste, per cortesia, andare a vedere che succede?

Ho suonato più volte al campanello ma nessuno si è affacciato.

Ho aperto il portone con la chiave che uso per le consegne.

E' un vecchio palazzo con scale strette, quasi a chiocciola. Prima di salire l'ho chiamato ancora. Di solito si sporge dal corrimano e mi saluta.

Ho visto qualcosa appeso alla ringhiera, per prime due scarpe, poi una corda.

Mi ci è voluto qualche momento per capire.

Ci vuole proprio una gran dignità, mi son detto.

Ho chiamato la figlia e i carabinieri.

Poi sono tornato al negozio e mi sono licenziato.








postato da: sabrinamanca alle ore novembre 24, 2006 12:02 | link | commenti
categorie: racconti, suicidio
giovedì, 23 novembre 2006

Piccoli suicidi senza movente

I

Mi sono chiuso a chiave: doppia mandata. Non ne uscirò più.

Ho di che mangiare per due giorni, forse  tre se mi contengo. Ma non è quello che ho intenzione di fare. E' esattamente il contrario, semmai.

Inoltre sarò nervoso, quindi mangerò più del solito.

Dovevo passare attraverso tutto questo. Sto lottando per l'immobilità. Sto sforzandomi di evitare tutto quello che loro mi gridano di fare.

Dicono, loro, per dissuadermi, che questa sarà la mia rovina. Che mi trascinerò senza averne coscienza verso il nulla e che, contrariamente a quanto si dice, soffrirò orribilmente. Ma io soffro già. Allora?

Forse non morirò. E' la sola via d'uscita. Le altre, le ho gia provate, tutte.

Andrò contro me stesso. Contro le voci che ho dentro. E' atroce. Come disintossicarsi. Stare ingabbiato e rischiare il tutto per tutto. Non ascoltare il canto delle sirene. Prendono le forme più svariate solo per ingannarti.

Mi sono messo in una posizione comoda, lo sguardo diretto verso la parete bianca. Nell'altra, troppi libri ammucchiati a caso. I più infidi.

Vedete? Ora mi hanno fatto alzare e andare nell'altra stanza. Basta un rumore, un pretesto a distrarmi. Stanno riparando gli ascensori. Avrei dovuto gettarmi dalla finestra. Nove piani sono una sfida. Quanti secondi per arrivare a terra? Avrei voglia di far il conto ma mi servirebbe qualcuno che stesse in giardino.

Lancerei un sasso. Comunque qualcosa di pesante. L'altro, di sotto, dovrebbe soltanto sollevare il braccio quando l'oggetto tocca il suolo.

Sono solo in questi giorni e non posso chiamare gli amici. Primo: non ne ho la forza. Secondo: non capirebbero e questo farebbe precipitare la situazione che già si tiene in piedi a fatica.

Anna é andata via, non per sempre. O almeno questo è quello che lei spera.

E' andata in campagna da un'amica. Era stanca e disorientata. La capisco, io mi sento come lei. Doveva scegliere, immagino, tra gettarsi dal nono piano e continuare.

Si è presa una pausa. Legittimo.

Ieri, l'ultima volta che ho messo piede fuori di casa, ero talmente assorto che un tizio quasi mi metteva sotto. Bastardo.

Eppure sono queste inezie che mi distolgono dall'obbiettivo. Mi fanno sorridere. Mi dico, vuoi farla finita e t'incazzi contro uno che ti rende un servizio? Tra l'altro lui rischia grosso. Non è detto che questa cortesia non gli cambi la vita.

Mi dico, se ancora ti va di sorridere, forse...

Vedete? E' molto più semplice vivere che organizzare in pace la dipartita.

Starete pensando, è un tizio simpatico che scherza col fuoco. Gli passerà. E del resto crede di essere diverso dagli altri?

Secondo, non me ne frega niente di essere uguale agli altri o diverso, una volta tanto. Primo, mi spiace tanto per voi ma non mi passerà. Non è mai passata.

E se voi ne avete subite di peggio, risollevandovi ogni volta, se la vita vi ha dato molto di meno e non per questo vi siete accontentati, beh, sappiate che io me ne infischio, me ne strafotto.

Cerco di risolvere i miei problemi, in pace. Discretamente, come si dice.

postato da: sabrinamanca alle ore novembre 23, 2006 18:36 | link | commenti (1)
categorie: racconti, suicidio



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Maria

Mi basta chiudere gli occhi, pronunciare il suo nome, ed appare davanti a me, Maria.

Mi basta ripeterlo, quel nome, come una nenia, come un rosario, per sentire fitte di nausea e malinconia.

Maria è una giovane cerbiatta, gambe magre e fragili, occhi grandi, occhi neri.

Se ne va per il paese agghindata come una megera. Tutta nera, il viso impiastricciato e un garbuglio di collane e croci che le pende dal collo esile e va posarsi sul seno bianco.

Maria è infelice, tutti lo sanno, e lei sgambetta e barcolla sui suoi tacchi alti, quasi fiera di portarla a spasso, quell'infelicità.

Maria ogni tanto mi racconta la sua storia. Che la vita le sta stretta, che vorrebbe andar via ma non sa come, che non ha studiato e i suoi non hanno una lira.

«Magari sposarsi con uno ricco che vive in città »fantastica Maria «ma chi ci viene in questo buco di merda a parte gli ubriachi durante la festa del patrono?».

Ogni tanto ha un nuovo dolore, Maria. Un anno fa perdeva i capelli a mazzi «che posso fare?» mi supplica «se divento calva giuro che mi ammazzo, almeno la faccio finita».

«Non hai qualche piano?» le chiedo. Certo che ne ha. Trovarsi un lavoro da baby sitter o parrucchiera e andarsene di qui, come ha fatto la cugina. Ma mica sposarsi con un disgraziato che la costringe a badare a tre o quattro marmocchi. Lei non ne vuole di figli, nemmeno a pensarci. Non è che le stiano antipatici ma non le interessano proprio.

Lei vorrebbe viaggiare e conoscere il mondo, andare a Parigi, «ma te lo immagini portarsi appresso tre mocciosi che frignano tutto il tempo e doversi fermare a cambiargli il panno proprio sotto la famosa torre, com’è che si chiama?».

Una volta si è innamorata di un ragazzo del paese vicino.

«Anche lui è preso da me. Ha chiesto alla mia amica il numero del cellulare e mi ha mandato un messaggio dicendo che sono carina».

Poi, viene da me sconvolta «c’è una che vuole farmi male: mi ha già aggredito. Mi chiama al telefono e mi minaccia a tutte le ore, ho perfino fatto la denuncia ai carabinieri e quelli hanno avvisato il padre ma lui ha detto che è tutta colpa mia perché le ho fregato il ragazzo».

Mi mette in croce con la sua disperazione, Maria. Ci stiamo a pensare per delle ore ma non c’è via di scampo, non per lei.

Dopo qualche settimana mi dice che ha trovato un lavoro fuori dal paese, che deve prendere l'autobus ma che non le importa « zio vuole regalarmi la sua vecchia simca: ma te lo immagini se avrò la macchina tutto quello che potrò fare? La prima cosa, me ne vado via di qua. In città magari».

Evviva, penso, e grazie, grazie Maria ché mi hai dato un bel finale per la tua difficile favola. Mi rendi la libertà, mi affranchi, Maria. Ora posso andar via senza portar pesi, da questo paese che mi sta stretto, da questa gente sempre triste, con speranze piccole piccole. Finalmente posso respirare un’ aria nuova di progetti, grandiosi anche, e andare a Parigi, ora che sono finalmente libera.

Qualche mese fa mi hanno detto «ti ricordi di Maria? Poveraccia è proprio mal ridotta. Pare che l’ abbiano aspettata sotto casa e picchiata a morte. Con una bottiglia e poi a calci e pugni. Due o forse tre, c’era anche una ragazza con loro».

Ah Maria! Che dolore, pensare alla tua pelle bianca ridotta a un grumo di lividi, ai tuoi capelli sporchi di sputi e lacrime, al tuo cuore che grida, ancora una volta stupito. Quanto male mi fa chiudere gli occhi e immaginarti, ora che sono lontana, al riparo.

Dovevo andare via, Maria.

Una questione di sopravvivenza, come tu sai.

L’unica cosa che ci fa diverse, è un po’ di fortuna.

Io ce l'ho avuta, ogni tanto, tu mai.


postato da: sabrinamanca alle ore novembre 23, 2006 16:08 | link | commenti (5)
categorie: riflessioni, racconti
martedì, 21 novembre 2006

piccoli malintesi

-can I ask you something?
-go on
-what do you do for a living?
-well, mainly I breathe

(queste sono cose che fanno ridere solo me ma, visto che è il mio blog...)
postato da: sabrinamanca alle ore novembre 21, 2006 11:29 | link | commenti (5)
categorie:

Ils disent

C'est une femme abîmée

Ils ne précisent jamais par qui

Une fois j'osai demander

C'est une femme abîmée

Ils dirent

Et malade.

postato da: sabrinamanca alle ore novembre 21, 2006 11:11 | link | commenti
categorie: poesie