Postille: L'India
Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma,
(so della sua vita, del nome che le dà, e del senso)
mentre mostra a lungo lo schermo
sul selciato una moltitudine
stecchita in una posa tra sonno e morte
levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba.
Né forse la colpisce il primo aspetto
ma un altro più recondito, e vede
una giustizia di diverso stampo
in quella sofferenza di paria
orrida eppure non abbietta, e nella sua che le scende
[addosso.
«Avere o non avere la sua parte in questa vita»
riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo.
E io ne tiro a me quella frangia
ansioso mi confidi tutto l'altro,
attento non mi rubi niente
di lei, neppure l'amarezza, ed attendo.
S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India
e nel loro riverbero le colgo
un sorriso estremo tra di vittima e di bimba
quasi mi lasci quella grazia in pegno
di lei mentre si eclissa nella sua pena
e l'idea di se stessa le muore dentro.
«Perché porti quel giogo, perché non insorgi»
mi trattengo appena dal gridarle,
soffrendo perché soffre, certo,
ma più ancora perché lascia la presa
della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo.
«Ascoltami» comincio a mormorarle
e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor
e a lei che sul punto di partire
mi guarda da dietro la lampada
della sua solitudine tenuta alzata di fronte.
«Mario» mi previene lei che indovina il resto. «Ancora
levi come una spada, buona a che?,
lo sdegno per le cose che ti resistono.
Uomo chiuso all'intelligenza del diverso,
negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque»
e indulge a una smorfia fine di scherno
per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla.
«Davvero vorrei tu avessi vinto»
le dico con affetto incontenibile, più tardi,
mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, [l'India.
Mario Luzi
Capitolo primo: lo scrittore
(in cui si formula una possibile identità per lo scrittore)
Chi è lo scrittore?
Chi scrive, sarebbe la risposta più semplice.
Ma quanto, che cosa, come, quando e perché.
Lo scrittore è qualcuno che esprime se stesso attraverso la scrittura, qualcuno cioè che sente l'esigenza di rappresentarsi, prima di tutto davanti a se stesso, e poi davanti al suo pubblico, che sono poi tutte le persone attorno a lui, con la scrittura.
Che significa tutto ciò? Chi scrive un diario intimo, ad esempio, è uno scrittore? E un giornalista?
Nel diario intimo ci si racconta, si parla degli accadimenti passati e delle speranze sul futuro, si esprimono sentimenti e stati d'animo.
La scrittura giornalistica permette di trasmettere la propria concezione o visione dei fatti o talora un'opinione, dichiarata tale.
In entrambi i casi la scrittura non è che parte di un processo che la implica.
Lo scrittore invece sceglie o decide di condurre la propria vita attorno alla scrittura.
Il suo lavoro, pagato o meno, è quello dello scrivere e l'opera letteraria in sé è il fine che si impone, quello che non si ritrova nel diario né tanto meno nella scrittura giornalistica tout court.
Un romanzo o una sceneggiatura, una poesia od un saggio sono per lo scrittore di per sé valevoli, se hanno raggiunto l'obiettivo ch'egli si prefiggeva, al di là del senso che vi è veicolato all'interno, dell'accoglimento da parte del lettore, dei risultati che la sua opera produrrà. Come dire che le parole di un discorso, che sono per un oratore il mezzo per raggiungere un audience e sensibilizzarla a ciò che egli intende, sono invece per lo scrittore il termine esplicito di un processo interno, e tutto ciò che segue non lo riguarda che marginalmente.
Così come un chimico formula un progetto rispetto ad una molecola che egli vuole sintetizzare per le più diverse ragioni, tutte sue, così come un artigiano costruisce un oggetto con tale materiale e di tale forma perché tutto gli dice che è così che deve procedere, e così come entrambi si curano solo parzialmente delle conseguenze, non per negligenza ma perché questo non è il loro destino ma sarà quello di altri che giungeranno a ipotizzare eventuali sviluppi per dette creazioni, così lo scrittore segue un percorso che egli disvela per primo a se stesso e poi al possibile pubblico, ed è quello il suo destino.
Uno scrittore deve avere un pubblico pagante perché possa vivere del proprio mestiere così come l'artigiano o il chimico, ma egli esiste indipendentemente da esso, e si cura del suo pubblico quanto se ne curano gli altri, professionisti, artigiani, operai, non tanto per spregio nei suoi confronti ma perché la sua opera è una sua emanazione e non deve accontentare e convincere altri che lui.
Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L'aria delle mattine
bianche è la tua aria
di sale e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l'ampie
vesti tue così chiare.
Giorgio Caproni
Da Tutte le poesie,Garzanti,1985

Bella bimba
Commentavo con un amico sulla fortuna di non esser belli.
La vita è già dura di per sé ma quando ci si mette anche l'aspetto fisico, allora diventa un vero incubo!
Il bello esiste di per sé e non ha necessità di dimostrarsi, verificarsi, provare.
La sua dote non ne aspetta altre, e quando non si aspetta, di solito non c'è nessuno che arrivi.
La bellezza rifugge inoltre ogni contatto telefonico (vedi l'assistenza internet) per manifesta incompatibilità, nonché tutte le arti che non siano prettamente visuali (vedi la scrittura)
- citami una bella scrittrice e io ti enumererò chili di fotomodelle (ad ognuno il suo mestiere, e che diamine!)
- anche questa è una discriminazione, la bellezza è da considerare al pari di ogni altro handicap
D'ora in avanti, mi son detta, considererò le belle e i belli come categoria protetta forse chissà, scriverò un racconto che si intitolerà "Bellezza interiore ovvero il rovescio della medaglia"
"C'era una volta un re, seduto su un sofà
madama - cominciò- raccontami una storia.
- c'era una volta un re, seduto su un sofà...-"
Un luogo di storie, è questo che il mio blog
(e già dovrei stare attenta a dire mio) vorrebbe essere.
E' mio, questo spazio infimo, ma è anche vostro
e delle vostre storie...